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Non c’è niente di nuovo sotto il gelo dell’Ucraina

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con l'Alta rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la sicurezza Catherine Ashton

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con l'Alta rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la sicurezza Catherine Ashton

Per orientarsi nella proxy civil war in atto tra Europa e Russia, basta ricordare come a Cavour riuscì l'unità d'Italia

 

Nelle piazze ucraine è in corso una colossale partita geopolitica, i cui protagonisti sono l’Europa e la Russia.

Nella politica internazionale, non esistono soltanto le proxy war, le guerre per procura; esistono anche, e forse soprattutto, le proxy civil war, in cui differenti partiti, interessi, tradizioni locali sono sfruttati e messi gli uni contro gli altri da protagonisti ben più potenti.

È difficile capire quel che sta succedendo in Ucraina se non si tiene conto di questo. Allo stesso modo, in Siria si combatte una proxy civil war tra l’Iran e l’Arabia Saudita (con parecchi altri secondi e terzi ruoli, beninteso), in Egitto tra la stessa Arabia Saudita e il Qatar, e nella Repubblica centrafricana, a quanto pare, tra la Francia e la Cina.

Non è una novità, e gli italiani lo sanno bene. Nell’Ottocento, quando Parigi decise di sfidare Vienna nella pianura padana, gli inglesi risposero al rischio di un controllo francese della penisola giocando la carta Garibaldi nel ruolo di terzo incomodo. L’Italia è il risultato non voluto del tradizionale conflitto tra i due litiganti Francia e Germania, con l’inserimento del terzo gaudente inglese.

Cavour, cosciente dei reali rapporti di forza, seppe manovrare tra gli opposti interessi delle tre grandi potenze, riuscendo così a ritagliare per il suo nuovo paese un risultato financo migliore di quello progettato solo due anni prima, a Plombières, con il piccolo Napoleone.

La sventura dell’Italia non è stata di essere un prodotto di forze internazionali ben più grandi di lei. La sua sventura è stata di avere avuto, dopo Cavour, una sequela di dirigenti – politici, accademici, intellettuali modaioli – fatuamente convinti, almeno in pubblico, che l’Italia potesse “fare da sé”. 

Come in Siria, in Egitto e nella Repubblica centrafricana, in Ucraina si scontrano oggi forze locali che sono pedine del gioco delle grandi potenze. Più queste forze pretenderanno di poter prescindere delle reali forze in gioco, più le loro sventure sono destinate ad aggravarsi.

L’Ucraina è un concentrato di contraddizioni geopolitiche. I suoi confini attuali sono infatti il prodotto spurio di un accordo tra Stalin e Hitler, benedetto in seguito da Roosevelt, che ha messo insieme regioni di tradizionale influenza germanica e/o lituano-polacca e regioni di tradizionale influenza russa. Anzi, la culla stessa della Russia, nata, una dozzina di secoli fa, dall’espansione della Rus’ di Kiev, per l’appunto.

Dal 1991 – anno del crollo dell’URSS e della nascita dell’Unione europea – la lotta è aperta per sapere chi si riporterà a casa l’Ucraina. E all’interno di questa, esistono da allora due partiti (e tutta una gradazione di forze intermedie) che si combattono l’uno per il re di Prussia, e l’altro per lo zar di Russia. In nome, beninteso, del sacro suolo della patria.

La situazione è ulteriormente complicata da due fattori. Primo: sulla questione ucraina esistono in Europa tre posizioni diverse. Su questo, come su molti altri problemi internazionali, une vera unione europea è ancora di là da venire. Semplificando: una parte dei paesi (essenzialmente mediterranei) dell’UE, pur manifestando la loro solidarietà, sono ostili all’idea di inimicarsi Mosca su una faccenda che considerano, in fondo, un affare interno russo. Inoltre, un’eventuale ritorsione giocata sui flussi di gas, come già in passato, colpirebbe anche una parte dei paesi europei (il 100% del gas dei tre paesi baltici, di Finlandia, Slovacchia e Bulgaria viene dalla Russia, come pure l’80% della Repubblica ceca, il 75% della Grecia, il 65% dell’Ungheria etc.). 

Proteste

Cittadini ucraini a Kiev scendono in piazza con le bandiere dell’Unione Europea

Un’altra parte dei paesi europei (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Svezia) è al contrario pronta allo scontro con Mosca pur di riavere indietro l’Ucraina (o una parte di essa). La città che in ucraino si chiama Lviv, capitale della Galizia, fu a lungo polacca, poi austriaca, poi di nuovo polacca tra le due guerre, e ciascuno ha continuato a chiamarla col proprio nome: i polacchi Lwów , i tedeschi Lemberg, i russi Lvov, e… gli italiani Leopoli. La sua popolazione è per quasi tre quarti cattolica, e pochi vi parlano il russo.

Un terzo gruppo di paesi europei, Germania in testa, hanno appreso la lezione del realismo: siccome la Russia non abbandonerà mai l’Ucraina, se l’Europa vuole avere un rapporto privilegiato con la Russia, Bruxelles e Mosca sono obbligati a trovare un accordo sulla spinosa questione ucraina.

Il secondo fattore di complicazione viene proprio da questa ultima ipotesi. Gli Stati Uniti (ma anche Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia) vedrebbero un accordo Ashton-Lavrov sull’Ucraina come un nuovo patto Ribbentrop-Molotov. Da un punto di vista geopolitico, un’alleanza strategica tra Europa e Russia continua ad essere un incubo strategico per gli Stati Uniti, da cui si potrebbero risvegliare solo animati da sentimenti bellicosi. Per Washington, la persistenza del carattere bifronte dell’Ucraina è la migliore assicurazione contro una tale prospettiva. 

In mezzo, ci sono gli ucraini. Quale che sia l’esito di questa battaglia, sono loro che ne pagheranno il prezzo più elevato. Come sempre accade in questi casi.

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