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Siria: l’ONU chiede di accelerare il passo per l’eliminazione delle armi chimiche

Sigrid Kaag, coordinatrice speciale della missione congiunta dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) e delle Nazioni Unite. UN Photo/Evan Schneider

Sigrid Kaag, coordinatrice speciale della missione congiunta dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) e delle Nazioni Unite. UN Photo/Evan Schneider

Le Nazioni Unite hanno accolto un accordo per far entrare finalmente dei convogli umanitari a Homs, ma hanno anche espresso molta preoccupazione per la lentezza nel liberare il paese dalle armi chimiche. Intanto al porto di Gioia Tauro l’attesa cresce di giorno in giorno

Ieri dopo un lungo e cercato accordo, l’ONU ha finalmente avuto il via libera per far entrare dei convogli con rifornimenti per salvare la vita a 500 famiglie siriane – rimaste senza alcun aiuto da due anni – intrappolate nella città vecchia di Homs a causa della guerra. Tuttavia l’ONU ha espresso grande preoccupazione per la lentezza nel liberare il paese dalle armi chimiche, chiedendo in merito a tale faccenda, un'azione più rapida.

Sebbene le varie scadenze siano state posticipate diverse volte nel corso delle trattative mediate dalla Russia e dagli Stati Uniti sull’accordo in base al quale la Siria rinunciasse alle sue armi chimiche, aderendo anche alla Convenzione del 1992 che appunto le vieta, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha voluto esprimere il suo desiderio che il 30 giugno – data prevista per il completamento dell’accordo – il tutto venga raggiunto.

“Questo può sembrare un obiettivo molto serrato, ma credo che ciò si possa realizzare con il sostegno del governo siriano”, ha detto Ban Ki-moon in una conferenza stampa a Sochi, in Russia, dove si trova per l'apertura dei Giochi Olimpici Invernali . “Mi aspetto che lo realizzino, e che ricevino anche pieno supporto logistico e politico da molti altri paesi”.

Presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto consultazioni su tale questione, notando come “quantità limitate” di armi chimiche siano state rimosse dalla   Siria in data 7 e 27 gennaio tramite nave, ma esprimendo anche “una crescente preoccupazione per la lentezza” su tale rimozione.

Il Presidente del Consiglio di Sicurezza per questo mese, Raimonda Murmokaite della Lituania, ha dichiarato ai giornalisti che i 15 membri del Consiglio di Sicurezza hanno invitato la Siria ad “accelerare le azioni per far fronte ai propri obblighi di trasportare in modo sistematico e sufficientemente rapido tutti i relativi materiali a Latakia […] e ad intensificare gli sforzi per velocizzare tale spostamento nel paese”.

Dopo il briefing del Consiglio, Sigrid Kaag, coordinatrice speciale della missione congiunta dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) e delle Nazioni Unite, ha annunciato che c'è “una chiara aspettativa” per un rapido spostamento del materiale chimico. “I ritardi non sono insormontabili”, ha poi detto ai giornalisti. Infine ha commentato in merito, utilizzando un termine sportivo: “Quello che è importante è mantenere l' occhio sulla palla”.

In base all'accordo la Siria avrebbe dovuto rimuovere tutto il materiale più critico – armi chimiche – a Latakia per la loro completa distruzione fuori dal paese entro il 31 dicembre dello scorso anno. Materiali meno critici sarebbero dovuti essere distrutti all'interno del paese , il tutto entro il 30 giugno p.v..

La sofferenza delle 2.500 persone assediate a Homs, è diventata un simbolo degli orrori inflitti agli innocenti dalla guerra civile, in cui più di 100.000 persone sono state uccise e milioni di altre cacciate dalle proprie abitazioni a causa proprio dello scoppio del conflitto avvenuto nel  marzo del 2011, quando originariamente, i manifestanti pacifici hanno cercato la cacciata del Presidente Bashar al- Assad.

La loro condizione rappresenta un lato estremo di tutta questa tragica storia, dove quasi 1,6 milioni di civili in altre parti della Siria sono restati regolarmente senza cibo o forniture mediche per mesi, con le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, a pochi chilometri di distanza, ma non in grado di ottenere l'accesso dalle parti in conflitto.

Nel caso di Homs, i camion delle Nazioni Unite sono state in standby per alcune settimane a soli 12 chilometri dalla città vecchia, pronti a fornire urgentemente cibo e medicine per le 500 famiglie, ma l’accordo è venuto meno.

Nella giornata di ieri, la Coordinatrice dei soccorsi d'emergenza delle Nazioni Unite, Valerie Amos ha accolto con favore la notizia della cosiddetta “pausa umanitaria” che permetterà ai civili di lasciare la città vecchia di Homs, permettendo l’ingresso di rifornimenti salvavita essenziali per circa 2.500 persone.

Valeri Amos ha poi subito aggiunto: “Ora ci deve essere un accesso, libero, continuo e sicuro per i cooperanti umanitari al fine di consegnare aiuti ai milioni di persone intrappolate in tutte le aree difficili da raggiungere o assediate in tutta la Siria”.

Nel frattempo, sempre nel corso della giornata di ieri, il portavoce di Ban Ki-moon ha rilasciato una dichiarazione dicendo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite sta “seguendo con moltissima preoccupazione l'escalation armata continua in Siria, soprattutto i deplorevoli attacchi aerei in corso e l'uso delle cosiddette barrel bombs (bombe a botte/barile) che causano un effetto brutale e devastante nelle aree popolate”.

Secondo la dichiarazione, il Segretario Generale ha condannato con fermezza l'uso indiscriminato di qualsiasi arma contro i civili, in violazione per l’appunto agli obblighi di diritto internazionale.

“Tutti i civili devono essere protetti in qualsiasi situazione”, afferma il comunicato, sottolineando che il Segretario Generale  ribadisce inoltre che ulteriori atti di violenza servono soltanto a coloro che vedono i mezzi militari come l'unica via percorribile, a spese del popolo siriano. Ban Ki-moon infine ha esortato tutte le parti siriane a lavorare subito sulla riduzione della violenza, concentrandosi su una soluzione pacifica del conflitto.

Passando all’Italia, alcuni giorni fa, un gruppo di tecnici dell’OPAC sarebbe arrivato nel porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) per un primo sopraluogo in attesa dell’arrivo di parte dell’arsenale chimico siriano. Sulla vicenda delle armi chimiche siriane proprio oggi il WWF Italia ha chiesto che siano fornite “le massime garanzie sanitarie e ambientali durante le 48 ore del trasbordo a Gioia Tauro e che siano trattati da adulti i cittadini, fornendo loro tutte le informazioni disponibili riguardo alla neutralizzazione in mare (idrolisi) e allo smaltimento definitivo delle 560 tonnellate di sostanze altamente tossiche, nel rispetto delle misure previste dalla Zona di protezione Ecologica del Tirreno e delle Convenzioni internazionali a tutela del Mediterraneo e del diritto alla trasparenza dei processi decisionali”.

Ricordiamo inoltre, che il Porto di Gioia Tauro – come da dichiarazioni di alcuni giorni fa di Giuseppe Scopelliti, Presidente della giunta regionale calabrese – “è stato scelto perché è tra i porti nazionali il più sicuro, e anche il terminalista, non soltanto la capitaneria di porto, ha ribadito che per loro questo è un percorso naturale”. Tuttavia la notizia più certa, è stata diffusa il 5 febbraio dal Ministro degli Esteri Emma Bonino, la quale ha dichiarato che  il carico di agenti chimici siriani che dovrà transitare a Gioia Tauro “non è ancora partito perché le navi non sono state caricate”.

“C’è una certa irritazione anche per le navi danese e norvegese bloccate a Cipro per caricare solo uno o due container per volta. Andando avanti così non finiamo più. Tutto questo anche ai danesi e ai norvegesi costa” ha aggiunto Bonino. Riferendosi alle dichiarazioni di alcuni giorni fa provenienti da Mosca sull’impegno siriano a terminare il carico degli agenti chimici sulle navi entro il 1 marzo, il Ministro ha detto che “si può fare, così come si poteva fare anche entro fine gennaio”.

La Siria ha chiesto intanto ulteriori equipaggiamenti per trasportare via terra i container di agenti chimici fino al porto di Latakia, ulteriori richieste che – ha detto Bonino – “sembrano eccessive”.

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