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L’Europa mandata a farsi f… invece di infuriarsi si guardi allo specchio

Il Presidente francese François Hollande con il Presidente Barack Obama durante la recente visita alla Casa Bianca

Il Presidente francese François Hollande con il Presidente Barack Obama durante la recente visita alla Casa Bianca

Bisogna prendere coscienza della lezione degli svizzeri e non ignorare più l'evidenza che gli USA nell'Est europeo perseguono interessi in conflitto con quelli dell'UE

 

Nel giro di una settimana, l’Unione europea è stata mandata a farsi f… due volte. Una tale densità di sgarbi è inusuale perfino per Bruxelles. 

La prima volta, l’invito – esplicito e a tutte lettere – è sgorgato dalla bocca della signora Victoria Nuland, sottosegretaria agli Esteri del governo Obama, con delega all’Europa, a proposito delle divergenze sulla crisi ucraina. La seconda volta, sono gli elettori svizzeri – non a parole, ma nei fatti – che si sono permessi di trattare i cittadini europei come questi ultimi di solito trattano i cittadini extraeuropei, a condizione che non siano ricchi.

Gli elettori svizzeri hanno fatto ai loro vicini quel che certuni fanno ai loro gattini quando questi spargono per casa quel che dovrebbero rilasciare solo nell’apposita lettiera. Non stupisce che ministri e alti dignitari si siano risentiti. Anche se ascoltare il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius tuonare contro gli svizzeri che si «chiudono su se stessi» fa una certa impressione, soprattutto se si tiene conto che proprio lui, nel 2005, preconizzava di precludere l’ingresso in Francia agli “idraulici polacchi”.

Da un punto di vista psicologico, la lezione svizzera è la più interessante. Costringe tutti i dirigenti europei a mettersi davanti allo specchio, e a cominciare fin d’ora a leccarsi le ferite che procureranno loro le prossime elezioni continentali di fine maggio.

Da un punto di vista geopolitico, però, l’invito della signora Nuland è molto più istruttivo. Insegna, o meraviglia!, che gli Stati Uniti e l’Europa non hanno gli stessi interessi. 

Da alcuni decenni, siamo stati abituati alla favola dei “comuni interessi occidentali”. Le generazioni che non hanno visto di persona gli occidentali sventrarsi tra di loro possono pensare che le inimicizie sfociate nella Seconda Guerra mondiale siano una storia vecchia come la guerra di Troia, ormai consegnate alla memoria mitologica dell’umanità. In realtà, queste inimicizie, pur senza più tradursi in guerra diretta, non sono mai cessate.

D’altronde, perché mai gli interessi degli Stati Uniti, quelli della Francia e quelli della Gran Bretagna dovrebbero essere gli stessi? Basta guardare dove sono gli investimenti degli uni e degli altri, dove le fonti delle loro materie prime, dove sono schierate le loro truppe, con chi parlano gli uni e con chi parlano gli altri, per capire che gli interessi non possono essere gli stessi. 

Merkel Nuland

Angela Merkel e Victoria Nuland

Nel caso specifico dell’Ucraina, la cosa è particolarmente evidente. Nella Seconda Guerra mondiale, appunto, gli americani hanno fatto quanto era nelle loro possibilità per “regalare” all’URSS di Stalin la metà orientale dell’Europa. Tutta una serie di operazioni militari – dalla politica della resa incondizionata al secondo fronte aperto tardi in Normandia, alla lentezza delle operazioni in Italia, all’ancor più esasperante (per Churchill) lentezza nei Balcani, fino alla decisione di fermarsi davanti a Praga per permettere ai russi di occupare la città – vanno in questa direzione. La ragione è semplice: agli occhi degli Stati Uniti, l’Europa (come il Giappone) rappresentava un temibile concorrente potenziale; l’URSS sicuramente no.

Per decenni, i carri armati sovietici appostati sulla cortina di ferro hanno garantito la continuità della supremazia americana. Tra il 1941 e il 1989, la preoccupazione principale degli americani è stata la stessa espressa dal geopolitico britannico Halford Mackinder agli inizi del Novecento: impedire una convergenza tra l’Europa (la Germania) e la Russia, che avrebbe potuto ribaltare i rapporti di forza a livello mondiale. Questa la ragione per cui, dopo il 1989, la NATO si è allargata poco alla volta in direzione della Russia, anticipando sempre un’analoga progressione dell’Unione europea. La Polonia, l’Ungheria e la Repubblica ceca sono state accolte nella NATO nel 1999 (cinque anni prima di entrare nell’UE); Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia nel marzo 2004 (nell’UE dal maggio 2004); Bulgaria, Romania dal 2004 (nell’UE dal 2007); Croazia e Albania dal 2009 (Croazia nell’UE dal 2013, l’Albania non ancora). 

L’interesse degli Stati Uniti verso i paesi della vecchia sfera d’influenza sovietica non è economico, ma geopolitico: mettere bastoni tra le ruote alla relazione tra Europa e Russia. Il ruolo di Marte e di Venere, regolarmente scomodato quando vi sono dissapori tra Stati Uniti e Europa, è facilmente interscambiabile: ora gli americani fanno gli occhi dolci ai russi e indispettiscono gli europei (come sulla Siria); ora calano l’elmetto in capo, e sfidano gli europei più inclini al compromesso con i russi (come sull’Ucraina).  Come abbiamo detto nel nostro ultimo articolo, in seno all’UE vi sono almeno tre distinte posizioni sulla questione ucraina: agli occhi degli americani, gli “indifferenti” (disposti a lasciare l’Ucraina a Mosca) e gli “ostili” (pronti a fare la guerra a Mosca per ottenere l’Ucraina) sono obiettivamente “amici”; coloro che vogliono un compromesso con Mosca (i tedeschi in testa) sono, obiettivamente, “nemici” (perfino l’ONU, dice la signora Nuland, è meglio di loro).

Non è un caso che il solo capo di governo europeo che abbia preso pubblicamente la parola per deplorare parole e intenzioni della signora Nuland sia stata la signora Merkel. Come si può vedere, Marte e Venere non c’entrano un bel nulla. 

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