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L’Italia che resta indietro anche in Africa

Emma Bonino in Costa d'Avorio, durante uno dei suoi viaggi da ministro degli Esteri in Africa

Emma Bonino in Costa d'Avorio, durante uno dei suoi viaggi da ministro degli Esteri in Africa

Nell'ultimo rapporto dell'ISPI si suggeriva quel rilancio per una politica estera subshariana che l'improvviso cambio della guardia alla Farnesina non facilita

Agganciare la crescita economica africana. Per allievare la crisi dell’Italia. Favorendo la presenza economica di imprese nazionali nel “continente nero”. Un continente che registra da qualche anno un tasso di crescita tra i più elevati rispetto alle diverse regioni del mondo. Questo uno degli imperativi che, secondo il voluminoso rapporto “La politica dell’Italia in Africa”, redatto dall’Istituto degli Studi di Politica Internazionale (ISPI)  per il Ministero degli Affari Esteri, dovrebbe ispirare l’azione del nostro paese nell’Africa subshariana, quella, per capirci, al di sotto del Maghreb. 

Il ripensamento della politica estera dell’Italia in Africa suggerito dall’ISPI segue essenzialmente due binari, ovvero l’idea di consolidare il contributo italiano alla stabilizzazione politica e delle sicurezza nel continente e l’esigenza di favorire una maggiore internazionalizzazione dell’economia nazionale, mediante una nuova diplomazia commerciale che sappia schiudere preziose opportunità di investimento per le nostre imprese.

Il rapporto sottolinea anzitutto l’urgenza di concentrare l’impegno politico-diplomatico in Africa sui quei (pochi) dossiers rispetto ai quali il Paese, per storia e tradizione, sarebbe in grado di esercitare uno specifico vantaggio comparato. È il caso del Corno d’Africa, rispetto al quale l’Italia può contare su ottimi rapporti – economici e politici – con l’Etiopia, la potenzia sub-regionale. Il contributo italiano nella mediazione internazionale in Somalia e nell’assistenza al processo di stabilizzazione del Paese è giustamente ricordato come fondamentale. Nondimeno, la possibilità italiana di favorire una normalizzazione democratica in Eritrea, Paese di cui abbiamo già parlato,   è colpevolmente trascurata. Eppure un solo dato economico, apparentemente marginale, ed al contempo rilevante – il fatto che nel 2012 il valore delle nostre esportazioni verso Asmara sia tornato a livelli superiori ai 40milioni di euro – dovrebbe indurre ad una riflessione seria su come affiancare alla nuova presenza economica italiana nel Paese una qualche forma di engagement che faciliti il superamento del regime dittatoriale di Afewerki (senza apsettarne una caduta traumatica che rischi di compromettere utleriormente la stabilità dell’area e innescare nuove emergenze umaniarie). Sul fronte delle relazioni economiche con il continente africano, il rapporto riconosce come la presenza delle imprese italiane – secondo i dati offerti dall’ISTAT – sia concentrata in pochi Paesi, prevalentemente in Nigeria, Etiopia, Mozambico e Angola.  Sostegno alla grande distribuzione, iniziative di diplomazia economica-commerciale, affinamento degli strumenti finanziari a disposizione delle imprese interessate ad investire in Africa sono tra le misure suggerite per rafforzare le capacità delle componenti più dinamiche dell’imprenditoria italiana di intercettare i benefici della crescita economica del continente. 

Tema che è parso un pò sottvalutato dal rapporto è la possibilità di puntare sulle risorse naturali come settore cruciale del consolidamento della presenza italiana in Africa. L’ENI, attore fondamentale delle nostra politica estera, dovrebbe essere chiamata ad intensificare la cooperazione con quei tanti governi africani oggi impegnati in un cambio di passo e strategia nella gestione e sfruttamento delle proprie risorse naturali. Strategie spesso non gradite alle grandi multinazionali occidentali abituate a strappare contratti-capestro a danno delle comunità locali. Finanziamento di programmi sociali, costruzioni di servizi e infrastrutture, creazione di posti di lavoro per la manodopera locale sono solo alcune delle misure che accompagnano sempre di più, in Africa, il rilascio di concessioni per l’esplorazione dei territori o lo sfruttamento delle risorse minerarie. L’ENI, assieme ad altre imprese italiane, con il sostegno della diplomazia ufficiale, potrebbe giocare un ruolo più incisivo nel sostegno a progetti africani come la Africa Mining Vision, un disegno di conversione a fini sociali e di sviluppo di un settore che per troppi decenni ha servito solo gli interessi di ristrette oligarchie.

Il rapporto dell’ISPI ha indubbiamente il pregio di suggerire realisticamente l’individuazione di un gruppo di paesi chiave – Angola, Etiopia Ghana, Kenya Mozambico, Nigeria, Senegal e Sud Africa – pensati come una sorta di hub sub-regionali (generalmente segnati da stabilità economica e politica, da un moderato rischio d’impresa, da una storia di legami con l’Italia) dai quali muovere per consolidare e diversificare geograficamente la presenza nazionale nel continente.

 Nondimeno, dati e circostanze legate alla realtà italiana, solo marginalmente trattati dal rapporto, sollevano profondi interrogativi. I numeri della presenza diplomatica italiana in Africa, paragonati ai vecchi e nuovi players della regione, offrono un quadro poco incoraggiante per le ambizioni di una politica italiana per l’Africa: le nostre 19 ambasciate sono lontane dalle 44 delle Francia, le 39 della Germania e le 33 della Gran Bretagna. Siamo anche dietro alle 32 del Brasile, le 30 della Turchia – che sembra progressivamente ridimensionare la nostra influenza nel Corno d’Africa e in Somalia – o le 26 dell’India. Dati che fanno riflettere.

Un altro importante strumento di politica estera, gli aiuti allo sviluppo, ci vedono attivamente impegnati in tutti i paesi del Corno d’Africa, in Mozambico e Senegal. L’Africa subsahariana continua ad essere riconsciuta dai programmi d’indirizzo della Farnesina come area prioritaria, destinataria del 48% degli aiuti complessivi italiani ai Pesi in via di sviluppo. Nondimeno, l’entità degli aiuti italiani è superata non solo da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, ma anche da economie più piccole come Svezia e Olanda. La quota dello 0.7% del Prodotto interno lordo – il livello di aiuti  per i PvS decisi in sede ONU – è per l’Italia assai distante.  Se è vero che neanche diversi partners europei hanno onorato tale impegno è piuttosto sintomatico come l’Italia, nel 2012-2013 sia scesa, assieme alla Grecia, ad un’imbarazzante 0.13%.

Questi dati un pò tristi, abbinati all’instabilità del nostro sistema politico, dovrebbero forse ispirare maggiore realismo. L’ultima crisi di governo, che sembra superata con la nascita di un nuovo esecutivo guidato da Matteo Renzi, ha condotto ad un nuovo ricambio alla Farnesina. In un’epoca in cui la diplomazia tra gli Stati e all’interno delle organizzazioni multilaterali si basa sempre più spesso sulle relazioni dirette tra i titolari dei ministeri degli esteri, la sostituzione del ministro Emma Bonino –  popolare in Europa ed assai conosciuta in Africa e in Medio Oriente con la poco nota Federica Mogherini (una funzionaria di partito) appare un altro passo indietro per la credibilità e il prestigio del nostro paese.  

In conclusione, ancora diversi mesi ci separano dall’annunciata conferenza Italia-Africa del prossimo autunno, un evento pensato per rafforzare le relazioni bilaterali e con le varie organizzazioni regionali e chiaramente ispirato dall’esigenza di mobilitare la membership africana delle Nazioni Unite in favore dell’elezione dell’Italia al Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018. L’auspicio è che il contributo accademico dell’IPSI per la Farnesina sia solo l’inizio della costruzione di una narrativa nazionale sull’Africa che sappia davvero coinvolgere quei tanti italiani – operatori umanitari, volontari, cooperanti, funzionari delle organizzazioni internazionali, imprenditori –  che in Africa lavorano, vivono e investono. Gente che osserva, quotidianamente, le opportunità e le contraddizioni della crescita economica africana. Sarebbe un bel modo per assicurare che il Paese arrivi alla conferenza di settembre con una strategia più chiara. E con una percezione forse più realistica delle potenzialità e dei limiti che dovrebbero ormai accompagnare la politica estera di una piccola-media potenza in declino.

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