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Il fallimento della decolonizzazione

Mentre continuano i bagni di sangue, le epidemie dilagano, la fame falcia quattro africani su cinque, i “professionisti” del Terzomondismo si sentono “a posto” 

Mezzo secolo fa, all’incirca, veniva completato il processo di decolonizzazione in Africa e in Asia apertosi subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Processo in alcuni casi cruento (Indocina, Congo, Kenya, Algeria, Angola, Guinea-Bissau), in altri (India, Uganda, Nigeria) indolore. Si chiuse così un’epoca iniziata nel Cinquecento e consolidatasi fra il Seicento e il Novecento. Se ne aprì perciò un’altra che a numerosissimi testimoni parve come un’alba dorata, l’alba “agognata”. Ad alcuni come il deputato conservatore britannico Enoch Powell e lo storiografo e diplomatico inglese Neil Ritche, non sembrò, invece, poi tanto “dorata”. I fatti avrebbero loro dato ragione.

Parole “impopolari”, le nostre? Siano pure impopolari, ma la realtà è davanti agli occhi di tutti noi. Ed è una realtà ancor più cruda di quella che ci si presentava trenta o quarant’anni fa: dall’Africa, dal Nordafrica, dall’Asia salgono in Europa torme di disperati, emarginati, poveri cristi; donne e uomini passati attraverso sofferenze atroci; patimenti fisici e patimenti morali. Un’umanità che cerca in modo spasmodico pane, giustizia, un tetto decente. Genti le quali rivendicano la propria dignità e con dignità chiedono un aiuto, un soccorso.

Ecco allora che qui si ha a che fare col fallimento della decolonizzazione. Fallimento che appare ancor più terribile nel Congo, in Nigeria, in altre grosse contrade africane: spaventose lotte tribali, colpi di Stato, esecuzioni sommarie, i bambini-soldato (!), il potere quasi ovunque nelle mani di filibustieri, eppoi carestie, siccità, malattie debellate all’epoca del colonialismo, ripresentatesi da parecchi anni con una virulenza impressionante. E dato che Stati come Gran Bretagna, Francia, Belgio, più non hanno il controllo diretto di terre asiatiche e soprattutto africane, ecco che il nuovo “scamble for Africa” viene speditamente condotto da grandi aziende europee, da multinazionali; ci si mettono anche gli americani. Perfino i cinesi, “colonizzatori” da millenni e millenni…

Il petrolio, si sa, fa gola… Fanno gola la bauxite, il litio, il cobalto e altre risorse naturali, altre materie prime. Almeno, all’epoca del colonialismo vigevano leggi, leggi emanate dalle capitali dell’Europa Occidentale. Oggi, no. Oggi, leggi non ve ne sono. Vi sono, semmai, quelle stabilite per convenienza personale dal dittatore africano di turno che fra signori bianchi in forma, ben curati, disinvolti, deve soltanto scegliere il miglior offerente.

Il discorso dell’Africa “poverissima” è una balla, una delle più grandi balle della Storia. Certo che è povera la Dancalia. Povero l’Oltregiuba. Povero il Sudan occidentale. Ma in Nigeria, nel Congo, in Senegal, Camerun, Zambia, Sudafrica, Paesi sahariani, il volume di risorse naturali sfugge perfino alla nostra capacità di comprensione, alla nostra capacità di quantificazione. Dire che ci troviamo dinanzi a giacimenti immensi, è dir poco.

Eppure, quattro africani su cinque crepano di fame. Crepano nella morsa di patologie orripilanti, nella stretta d’un supplizio che non si ferma. Non lo si vuole o non lo si sa fermare. Ma agli “internazionalisti” (che cosmopoliti non sono!), ai rètori della democrazia da rivista settimanale, da rotocalco, da dibattito al Caffè Garibaldi al Bar Marisa, sta bene così, anzi, sta benissimo così. I “professionisti” del Terzomondismo possono quindi soddisfare il proprio, ipocrita ego di tizi e tizie ben remunerate, ben assistite e ben protette, quando vanno in giro in campi di raccolta africani, in centri di smistamento, in ospedali di fortuna: un bacio al bimbo o alla bimba emaciata, mentre avviene la consegna di medicine e generi alimentari, e si sentono magnificamente a posto con se stesse e con se stessi.

Intanto proseguono le guerre, un colpo di Stato ne precede un altro, in mezza giornata si fanno fuori cinquemila persone (ricordate il Ruanda d’una ventina di anni fa?), ma i “professionisti”, sì, del Terzomondismo non si chiedono il perché di tutto questo. Capi di Stato, di governo, parlamentari non se lo chiedono: è troppo faticoso… Troppo difficile… Richiede conoscenza della Storia e dei Popoli, richiede familiarità con l’antropologia; qualità, quindi, di cui essi non dispongono. Molto, ma molto più facile assicurare a scadenze più o meno regolari, cibo, acqua, medicine, a genti che meriterebbero davvero la dignitosa, pacifica stabilità del tempo che fu…

Così continuano i bagni di sangue, epidemie seguitano a dilagare, la fame falcia sempre più africani. Ma i “professionisti” del Terzomondismo, “a posto”, sì, con se stessi, tornano regolarmente alle loro lussuose dimore americane, italiane, francesi, svedesi…

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