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L’eccezione francese non esiste

La "vittoria" del Fronte Nazionale di Marine Le Pen è un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee.  Questo è il destino inevitabile della “politica” quando smette di essere tale e diventa solo istinto di autoconservazione

I risultati delle elezioni locali in Francia di domenica scorsa erano largamente prevedibili, e sono stati largamente previsti. Questo vale soprattutto per la severa lezione inflitta al partito del presidente, la crescita dell’astensione e la “vittoria” del Fronte nazionale.

L’atteso successo del partito della famiglia Le Pen provoca i primi turbamenti, in Europa e nella sinistra francese. I barbari sono alle porte, si comincia a mormorare. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee. Possiamo fin d’ora esserne sicuri, a maggio gli strilli delle prefiche antifasciste si leveranno acuti sulle minacce che planano sul nostro futuro.

Ci pare quindi opportuno restituire al caso francese, e al suo Fronte nazionale, una dimensione meno eccezionale.

Prima di tutto, è bene ricordare che il Fronte nazionale è un’invenzione “machiavellica” del presidente socialista François Mitterrand. Dato il sistema elettorale francese a doppio turno, e data la prossimità ideologica degli elettori della destra “repubblicana” (gollisti e liberali) e della destra estrema, il Robin Hood socialista fece in modo di rubare voti alla destra presentabile per regalarli alla destra impresentabile. Fece in modo che si parlasse della “minaccia fascista” un giorno sì e l’altro pure; fece del vecchio combattente dell’Algeria francese e deputato qualunquista degli anni cinquanta (in Francia, si diceva “poujadista”) una vedette televisiva, capace di “bucare lo schermo” con invettive, sarcasmi e grossolanità da istrione. Insomma, fece coscientemente quello che la sinistra italiana ha incoscientemente fatto per quasi vent’anni a favore di Silvio Berlusconi.

Ad ogni elezione a doppio turno (non sarà il caso delle europee), i socialisti francesi resuscitano il fantasma “fascista”. E anche stavolta rischiano di vincere la scommessa, nei casi in cui, al secondo turno, concorreranno la sinistra, la destra “repubblicana” e la destra estrema: le ultime due si ruberanno voti a vicenda, e il terzo socialista godrà. 

La ripetizione di questo scenario “classico” è la prova provata, se mai ce ne fosse bisogno, che gli attori politici francesi sono irrimediabilmente inchiodati al passato. Ad eccezione, appunto, del Fronte nazionale.

Irrimediabilmente nostalgica, la sinistra francese continua ad avere una visione del mondo da anni Ottanta, peraltro già allora obsoleta. In particolare, la convinzione che la Francia possa essere un’isola di uguaglianza, seppur circondata da un oceano di cinico egoismo. Il “socialismo in un paese solo”, insomma, in salsa francese.

Ma l’idea che la Francia possa sottrarsi, da sola, alle tendenze che agiscono nel resto del mondo grazie alla sua eccezionale volontà non è una stravaganza propria solo alla sinistra; tutto lo spettro politico – pubblicamente – la condivide. Ma la sola che riesce a trarne profitto elettorale è Marine Le Pen.

La figlia dell’ex soldato d’Algeria è riuscita meglio di suo padre a navigare sulle onde provocate da altri: dalla sinistra, con la sua idiosincrasia per la globalizzazione; dall’estrema sinistra, con la sua idiosincrasia per l’Europa e la sua moneta; dalla destra “repubblicana”, con le sue campagne contro gli immigrati e la criminalità. Tutti concorrono a dipingere una realtà che non esiste: la Francia è uno dei paesi più globalizzati (la Danone fattura più dell’odiato McDonald, e il paese è stato a lungo il secondo investitore all’estero, dietro gli Stati Uniti), più viziato dall’Europa (primo beneficiario della politica agricola comune), coi livelli di criminalità più bassi del mondo, e uno dei saldi migratori attivi più bassi d’Europa.

Nelle campagne elettorali, dunque, si parla di mondi immaginari, e si glissa sul mondo reale. Da tempo, ormai, il panorama politico europeo si sta ridisegnando: il discrimine non passa più tra destra e sinistra, ma tra chi vede, nel suo orizzonte strategico, l’Europa, e chi vagheggia di poterne fare a meno.

Marine Le Pen è riuscita con successo a sfruttare tutti i mondi immaginari pensati da altri, sposandone la versione più grezza e immediata, per piazzare una proposta politica che molti altri suo colleghi propongono in Europa, spesso con gli stessi lazzi o le stesse sdegnate rodomontate. Fin qui, raffazzonate coalizioni europeiste da ultima spiaggia sono nate per fermare i barbari alle porte;  un espediente che non durerà in eterno.

In Francia, quell’espediente non è stato neppure tentato. I partiti “repubblicani” esistono ormai al solo scopo di perpetuare se stessi, e i loro dirigenti pure, a costo di morire con tutti i filistei. Questo è il destino inevitabile della “politica” quando smette di essere tale e diventa solo istinto di autoconservazione. 

Ma lo show elettorale must go on. Altri guitti si stanno imbellettando. Tanto, alla fine, le decisioni, quelle vere, saranno altri che le prenderanno.

 

PS: alle elezioni francesi di domenica scorsa, alcuni personaggi coinvolti in numerosi scandali sono stati trionfalmente rieletti. L’ex presidente, e aspirante futuro candidato alla presidenza, ha sette fascicoli aperti in diversi tribunali, tanto da apostrofare i giudici col vezzeggiativo di “bastardi”. Alcuni benpensanti della sinistra francese lo hanno paragonato, dio ce ne scampi, a Berlusconi. Se così stanno le cose, Sarkozy ha ancora dei begli anni di gloria davanti a sé.

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