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Europa-Africa: prove di comprensione e collaborazione

Lagos, Nigeria

Lagos, Nigeria

Il quarto Summit Europa-Africa cerca di rimuovere le contraddizioni che dominano le relazioni tra i due continenti. L'Africa non è più solo l'immagine del bambino denutrito assediato dalle mosche ma l'Europa tarda a riconoscere il potenziale di un'economia in crescita. L’insistenza europea  per la liberalizzazione del commercio tra i due continenti appare ipocrita e anti-storica

 

Il 2 aprile si aprirà a Bruxelles il Summit Europa-Africa, quarto della serie dopo quelli svoltisi nel 2000, nel 2007 e nel 2010. L’ultimo, è bene ricordarlo, si era svolto a Tripoli, in Libia. A fare gli onori di casa, ricambiati, era stato Mu’ammar Gheddafi. L’autocrate più sanguinario che la primavera araba abbia sin qui travolto. Proprio le frizioni sui capitoli libici ed egiziani della primavera araba sono state tra le ragioni che hanno ritardato un incontro, quello tra i due continenti, che avrebbe dovuto assumere cadenza biennale. Un poco imbarazza, o dovrebbe imbarazzare, la polemica da salotto sulla presenza a Bruxelles dell’ottuagenario leader dello Zimbabwe, Robert Mugabe. Non certo un paladino dei diritti umani e della democrazia, ma non per questo meno degno del generale egiziano (golpista) Al-Sisi. Ed eccola una delle misure della distanza di oggi tra Europa e Africa. Quello che per Bruxelles è il salvatore della democrazia al Cairo è per l’Unione Africana (UA) l’autore di un colpo di Stato. Un golpe che ha spinto l’UA a congelare la membership dell’Egitto, Paese che rimane tra i maggiori contribuenti al bilancio dell’organizzazione. Si tratta di una reazione coraggiosa e coerente che dovrebbe ispirare maggiore umiltà quando Bruxelles e le altre capitali europee redigono pagelle e danno voti ai leader africani.

A questa distanza politica si aggiunge il ritardo europeo nel riconoscere l’Africa come  continente in ascesa. Come una regione che cresce da oltre un decennio a ritmi ormai dimenticati dalle nostre stanche economie. Da qualche anno, quattro tra le dieci economie con il maggiore tasso di crescita al mondo sono africane. Parliamo di un continente che, aldilà dei conflitti, è molto distante dal pessimismo dei decenni scorsi. E dalla consueta iconografia paternalista dei media “del Nord”: il bambino denutrito, circondato da insetti e malvestito.  L’Africa non è solo questo. 

L’Europa è entrata nella partita africana dando spesso l’impressione di assegnare un focus esclusivo ai temi della pace e della sicurezza. L’ha fatto compiendo sforzi lodevoli per rafforzare il peacekeeping regionale. Utilizzando strumenti e politiche efficaci per promuovere buona governance, diritti umani e ricostruzione economica nei paesi reduci da conflitti. È mancata però una visione strategica di inserimento nel boom economico africano. Dal 2010 la Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, giungendo a toccare, dallo scorso anno, un volume di commercio bilaterale del valore di 300 miliardi di dollari. La crisi finanziaria del 2009, la politica e la retorica dell’austerity, l’ignoranza dell’Africa come sede di preziose opportunità di investimento hanno privato il vecchio continente della possibilità di ancorare alcune possibilità di rilancio della propria economia alla crescita africana. Poco o nulla si è fatto sin qui per incoraggiare e sostenere le imprese europee ad investire laddove capitali cinesi, indiani e turchi hanno accumulato enormi profitti, finanziando infrastrutture e servizi, contribuendo così alla trasformazione di molte delle economie africane. Ed alla creazione di ricchezza. 

Il sito allestito dall’UE annuncia che il Summit del 2-3 aprile discuterà anche di educazione, della condizione delle donne e dei giovani in Africa, di modi innovativi per stimolare la creazione di lavoro nel continente. Un principio importante che sottolinea la consapevolezza europea della centralità dello sviluppo della persona nel continente africano come passaggio fondamentale per la prevenzione delle crisi e dei conflitti. Il Summit dovrebbe inoltre affrontare nel dettaglio il fenomeno delle migrazioni. La sfida sarà quella di saper guardare al tema in maniera complessiva, garantendo, in particolare, il pieno rispetto del diritto di asilo, rafforzando l’opera di prevenzione delle tragedie nel Mediterraneo e dell’immigrazione clandestina e abbattendo, infine, i costi delle rimesse della diaspora africana, preziosa fonte di sostentamento di milioni di famiglie (come peraltro dimostrato dal miliardo e mezzo di dollari inviati annualmente dalla comunità somala nel proprio paese d’origine).

A pochi giorni del Summit restano però – e pesano come macigni –  alcune spiacevoli zone d’ombra. L’insistenza europea in favore di un’accelerazione della liberalizzazione del commercio tra i due continenti continuerà a dominare il dialogo. Un’insistenza che pare al contempo ipocrita e anti-storica. L’ipocrisia è quella di continuare a chiedere la rimozione delle misure di protezione per le giovani industrie africane e pretendere, al contempo, la conservazione dei sussidi all’asfittica e improduttiva agricoltura europea. Anti-storico è poi il negare la legittimità di un’industrializzazione protetta in Africa quando molti Paesi europei hanno per lungo tempo basato le rispettive economie su forme massicce d’intervento dello Stato in difesa di imprese strategiche (si pensi al settore delle auto in Francia e in Italia).

A sollevare altri interrogativi è poi il piano recentemente presentato dalla Commissione europea in materia di governance delle risorse naturali, tema centrale per la crescita dell’economia africana e per la prevenzione dei conflitti. Nel 2010 il Congresso americano ha approvato il Dodd-Frank Act, un pacchetto di misure che impone alle compagnie registrate alla Securities and Exchange Commission (SEC) di rendere pubblici i pagamenti effettuati in favore dei governi per l’accesso al petrolio, al gas ed alle altre risorse minerarie. La legge USA è considerata oggi d’esempio nella prevenzione di fenomeni di corruzione e violazione dei diritti umani, nonché nel contrasto all’uso dei proventi dello sfruttamento dei minerali per finalità criminali, incluso il commercio illegale di armi. La proposta di Bruxelles punta invece all’adozione di misure assai più leggere – da assumere su base volontaria – e che riguarderebbero solo le imprese impegnate nell’estrazione di un numero limitato di risorse senza includere la più ampia gamma dei cosiddetti “conflict minerals” – cassiterite, wolframite, coltan, ed i “blood diamonds” – ovvero i minerali tradizionalmente usati in zone di conflitto per finanziare eserciti illegali e gruppi paramilitari. Il fenomeno dei conflict minerals in Africa ha riguardato e riguarda in particolare Angola, Costa d’Avorio, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Liberia, Sierra Leone e Zimbabwe. 

L’auspicio è che il Summit di Bruxelles aiuti dunque a rimuovere alcune delle contraddizioni che popolano le relazioni tra Europa e Africa. 

Dobbiamo soprattuto augurarci che le diplomazie dei due continenti inizino a lavorare ad un’intesa capace di consolidare ulteriormente la crescita africana. La ripresa economica dell’Europa passa anche per l’Africa. Ma il modello di relazioni tra i due continenti è ora ben diverso rispetto a qualche decennio fa. L’ottimismo africano contagia governi, investitori, popolazioni. Si fonda su una documentata tendenza regionale che vede molti Paesi africani, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, migliorare le rispettive performance in materia di governance politica ed economica. In Africa c’è un nuovo paradigma che a Pechino, Nuova Delhi e Ankara hanno capito. A Bruxelles e nelle altri capitali europee un po' meno. 

 

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