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L’accordo finzione per l’Ucraina conferma: la Russia ha vinto

Finita la conferenza di Ginevra, Obama e UE hanno pronte nuove sanzioni, le truppe russe sono rimaste schierate dov’erano, i ribelli filorussi continuano ad occupare gli edifici pubblici e Kiev fa sapere di non fidarsi dell’accordo appena firmato. Ormai è chiaro: Putin otterrà gli obiettivi prefissati dall'invasione della Crimea

L’accordo raggiunto ieri a Ginevra tra Russia, Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è una delle tante finzioni su cui si regge la politica internazionale. Da Le Monde al New York Times, passando per il Corriere della Sera, i titoli d’apertura dei principali quotidiani del mondo hanno rilanciato la versione di un “accordo”, anche se, a prima vista, nessuno sembra d’accordo su nulla.

Finita la conferenza, Obama ha subito detto che nuove sanzioni sono pronte ad essere applicate, se necessario, seguito a ruota da alcuni ministri europei; le truppe russe sono rimaste schierate dov’erano prima di Ginevra; gli “insorti” filorussi delle regioni dell’est dell’Ucraina continuano ad occupare gli edifici pubblici; e il governo di Kiev ha fatto sapere di non fidarsi dell’accordo appena firmato.

L’equivoco – se di equivoco si può parlare – nasce dal fatto che l’accordo non sta nei contenuti del documento firmato a Ginevra, sufficientemente poveri e vaghi per essere interpretati da ciascuno secondo le proprie convenienze, ma nel fatto stesso che vi sia stata una firma congiunta. Agli inizi degli anni Settanta, fu una partita di ping pong che segnalò una delle maggiori svolte di politica internazionale dell’epoca – l’intesa tra Cina e Stati Uniti; qualche anno dopo, fu l’esito di una snervante trattativa sulla forma del tavolo dei negoziati che annunciò la fine della guerra del Vietnam. In questo caso, le quattro firme apposte su un documento tutto sommato insignificante sono il segno che tutti gli attori in gioco sono pronti, disposti e anche impazienti di chiudere la partita. E chiuderla, significa chiuderla alle condizioni di Mosca.

Certo, nessuno vorrà e potrà riconoscerlo, e questo spiega i mugugni, gli scetticismi, i rinvii e le minacce; ma la de-escalation è ufficialmente iniziata per tutti, perché a tutti è parso evidente che la sola alternativa alla vittoria di Mosca sarebbe stata, per davvero, la guerra civile. Una guerra civile temuta non certo per la perdita di vite umane, ma per il rischio della perdita di credibilità, di prestigio, di peso, e di posizioni da parte dei differenti attori.

Mosca ha vinto innanzitutto perché i suoi presunti avversari si sono ritirati (ciascuno, beninteso, dicendo che non si sta affatto ritirando). Che nessuno avesse voglia di morire – e nemmeno di pagare – per Kiev era chiaro fin dall’inizio, e questo è stato uno dei tanti punti di forza su cui si è appoggiato Putin.

Ha vinto perché ha dimostrato di poter contare, in Ucraina, su molti più fiduciari di quanti i tifosi occidentali di Maidan fossero disposti a immaginare: non solo le popolazioni russofone dell’est, ma gli apparati stessi dello Stato, a cominciare dai militari. La Russia non ha bisogno di mandare suoi uomini camuffati dall’altra parte della frontiera, perché i suoi uomini sono dappertutto, in Ucraina, fin dai tempi dell’Unione Sovietica, e non hanno bisogno di camuffarsi.

Mosca ha vinto perché i suoi tre interlocutori, a Ginevra, le hanno ufficialmente riconosciuto il diritto di parlare a nome e per conto degli “insorti” delle regioni dell’est. Il documento che stabilisce la fine dell’insurrezione è stato firmato da Lavrov, e non dagli insorti.

Mosca ha vinto perché l’effimero governo di Kiev è privo di forza negoziale, di soldi, di gas, di armi, e di alleati veri. Dai suoi presunti amici non ha ricevuto nulla, salvo il gusto per il vaniloquio (le “operazioni antiterroriste”) e il vizio assurdo di fissare linee rosse che vengono immediatamente oltrepassate.

Mosca ha vinto, insomma, perché, firmando un documento dove si parla d’altro, la “comunità internazionale” ha riconosciuto che l’Ucraina è e resta nella sua sfera di influenza. Non sarà mai nell’Unione europea né, tanto meno, nella NATO. E, su quest’ultimo punto, si potrebbe dire che la vittoria è anche un po’ di Berlino.

A Berlino sanno che l’espansione della NATO verso l’Est è stata giocata, dagli americani, più contro l’Europa che contro la Russia, e in ogni caso con l’obiettivo di metter sabbia nelle relazioni tra la Germania e la Russia. Per questo, nei primi mesi del 2008, Merkel tentò di resistere alle pressioni di Washington per fare entrare la Georgia e l’Ucraina nella NATO. Per questo – è stato detto – dopo la guerra in Georgia, la Germania avrebbe riconosciuto la “sovranità limitata” di Georgia e Ucraina in cambio del via libera russo all’ingresso della Serbia nell’Unione europea. 

Certo, ogni tappa delle relazioni internazionali segna la fine di una fase, ma anche l’apertura di una nuova. E in un contesto segnato del confronto di tutti contro tutti, la nuova fase porterà lo stesso segno. Non è un caso che, da ieri, si sia ricominciato a parlare dello scudo antimissile: una questione su cui gli attori, e gli interessi in gioco, sono gli stessi. 

 

Errata corrige: in precedenti articoli ho sostenuto che, prendendo la Crimea, Mosca rischiava di perdere per sempre l’Ucraina. Mi sbagliavo: la Russia ha annesso la Crimea, e ha tenuto l’Ucraina nella sua sfera di influenza. In altri articoli, ho detto che, in politica, il rischio che la situazione sfugga di mano minaccia anche i piani meglio congegnati. E, questo, lo confermo. 

 

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