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Se questo è un bambino in Siria… allora noi, cosa stiamo facendo per salvarlo?

Intervista con Elisa Fangareggi, l'italiana madre di tre figli che ha lasciato il suo lavoro di avvocato per soccorrere i profughi sconvolti dalla guerra civile siriana. Con la sua ong Time4life ogni giorno salva tante vite, ma non basta: "Quando un bambino di pochi mesi ti muore tra le braccia per il freddo, ti senti svuotare" 

 

Dall’aspetto minuto e apparentemente gracile non s’immaginerebbe mai che dentro possa starci così tanto coraggio, determinazione, forza. Stiamo parlando di Elisa Fangareggi, ex avvocato di Modena, trentatré anni e già tre figlie: 3, 5 e 15 anni. Elisa adesso è la fondatrice di Time4Life , associazione di volontari che aiuta i bambini profughi in Siria al motto “chi salva un bambino salva il mondo intero”. La incontriamo in occasione di un progetto organizzato dalla giornalista e scrittrice veronese Maria Teresa Ferrari dal titolo: “MADRI. All’origine del coraggio”. Elisa ci racconta un’esperienza così emozionante, che ti lascia il segno solo ad ascoltarne le parole e i sentimenti che esprime. Ti accorgi nei suoi gesti, nel suo sguardo che lei è sì accanto a te ma è soprattutto con tutti i “suoi bambini” là nel campo profughi. E’ là con la sua mente, il suo cuore anche se il corpo è di fronte a noi. Un’italiana che porta solidarietà in una parte del mondo che a molti poco interessa o di cui poco sanno, tanto che quando racconta di partire si sente anche dire: “Buona vacanza!”

Ci puoi raccontare come e quando inizia la tua attività in Siria ed, in particolare, quella dell’Associazione Time4Life che hai fondato?

E’ iniziato tutto nel settembre 2012 quando degli amici siriani mi raccontavano che c'era una guerra in Siria e io, che facevo l’avvocato e comunque leggevo i quotidiani ogni giorno, non avevo idea del conflitto che c'era a quattro ore di aereo da me. Ho iniziato un po' a documentarmi e a conoscere alcune persone su Internet interessate alla vicenda, fino a che in quattro amici abbiamo deciso di prendere le nostre sacche e di partire. Noi vedevamo fino ad allora solo dei grandi container inviati, invece volevamo avere un contatto diretto con le famiglie colpite dalla guerra. Dal primo viaggio, che pensavamo sarebbe rimasto l’unico, abbiamo capito che non potevamo più fermarci perché avevamo trovato una situazione straziante: le stesse situazioni che si vedono sui filmati in YouTube o Facebook; però trovarsi lì con tutti e cinque i sensi coinvolti e non solo la vista attraverso un monitor, ma sentire il loro odore, la durezza delle loro mani, vedere la fame nei loro occhi, toccare la loro pelle bagnata, è stato completamente diverso. Ci ha fatto capire come noi vivessimo in una bolla. Quindi non potevamo fermarci. Annulliamo – ci siamo detti – i nostri mestieri e le nostre famiglie per dedicarci totalmente a questa realtà. 

Gli italiani sono normalmente sospettosi quando si tratta di inviare soldi alle associazioni umanitarie. Quanto credi abbia cambiato e stia cambiando le cose l’utilizzo dei social networks, in particolare di facebook e twitter nel rendere più trasparente l’attività di Time4Life?

Per noi Facebook è stato uno strumento per dare la trasparenza. Io stessa quando donavo  in beneficenza ad associazioni di volontariato mi dicevo: “Speriamo che vadano a fin di bene”. Questo è quello che pensano un po' tutti. Noi volevamo superare questa idea. Vogliamo che le persone siano sicure che quanto mandano va a fin di bene. Non che lo sperino, ma lo devono sapere. Attraverso Facebook abbiamo iniziato a raccogliere soldi, oppure medicinali, coperte e sacchi a pelo, soprattutto d’inverno. Le persone che ci donavano i venti euro per la coperta ricevevano, nel giro di pochi giorni, la foto della coperta con scritto il proprio nome con pennarello indelebile e il bambino che la riceveva. Quindi vedevi proprio in faccia il bambino tanto che poi si creava un legame visivo. Tante volte ci ritrovavamo file con cento o duecento bambini, distribuivamo il sacco e facevamo la foto senza sapere il nome del bambino. Ma le persone continuavamo a chiederci: “Ma quanti fratelli ha?”, “e sua madre?”. Abbiamo sempre incentivato la donazione economica perché è più semplice da gestire in base alle emergenze. All’inizio fotografavamo anche i beni che ci venivano donati e che portavamo, adesso documentiamo sempre la distribuzione e se hai la fortuna di vedere il golfino del tuo bimbo, bene, altrimenti vedi quanto distribuiamo e vedi che le cose vengono date direttamente in mano ai profughi. Noi vogliamo fare vedere che la roba arriva direttamente a chi ne ha bisogno, a chi sta male nelle loro mani.Elisa

Gli aiuti comunque preferisco portarli io, scegliere le persone che mi aiutano, e distribuirli personalmente piuttosto che vederli andare a finire nelle mani di qualche “mafiosetto” di turno. Perché c’è una mafia locale che combatte per la gestione degli aiuti. Normalmente i container arrivano e a questi vengono affidati. Quando chiedono le foto vanno a chiamare tutti i parenti, i cugini, e gli dicono di mettersi in fila in modo da fare la distribuzione. E poi ti dicono che nei campi profughi si deve stare male altrimenti arrivano tutti. Invece, scelgo io a chi dare le cose e per loro è un grande problema. 

Viviamo un periodo di crisi economica. Le persone stanno più attente a come spendono i loro soldi. La solidarietà economica, nel tuo caso, in questi ultimi tempi è diminuita oppure, al contrario, aumentata?

E’ aumentata tantissimo proprio perché le persone che sono in difficoltà economica sono i nostri principali donatori come la famiglia che rinuncia alla pizza il sabato sera per darti i soldi. Quindi anche i dieci, i venti o i trenta euro devono avere il massimo rispetto e essere spesi al meglio. La gente capisce di più cosa vuol dire essere poveri, arrivare a fine mese, e può sembrare una sorta di consolazione guardare piuttosto che all’amica che si può permettere la macchina più bella o due volte in più il parrucchiere rispetto a te, vedere delle mamme che non hanno da dare da mangiare ai loro figli. Già il solo fatto di avere del cibo, delle coperte calde e dei letti dove mettere i propri figli la sera ti fa sentire fortunato nonostante la crisi. E forse viene più voglia di aiutare. Anche nella mia famiglia i racconti di solidarietà più importanti sono quelli dei nonni in tempo di guerra. La crisi rende le persone più solidali piuttosto che la ricchezza ed il benessere. 

Non credo che molti possano immaginare quello che vivi durante i tuoi periodi nei campi profughi, anche se documenti tutto nelle pagine di facebook. In ogni caso racconti episodi felici e molti altri, purtroppo, tristi e tragici. Puoi raccontarcene due: uno brutto ed uno bello esemplari?   

Brutti sono tutti gli episodi in cui i bambini muoiono. Quando un bambino di pochi mesi ti muore tra le braccia, come mi è successo, con una bambina di due mesi che mi è morta tra le braccia per il freddo, ti senti svuotare. Ti senti il mondo che ti crolla addosso perché vedi una bambina di due mesi che non diventerà grande, non si innamorerà, non si sposerà, non studierà, non lavorerà perché non c’era una coperta per lei in più. Te ne fai quasi una colpa. L’unico modo che si ha per risalire da questi baratri emotivi in cui si cade è aiutarne altri. Questa non l’ho potuta aiutare però ne ho aiutata un’altra. Sono momenti di crollo in cui veramente ti viene voglia di mollare tutto e in cui ti rendi conto che non si è pronti emotivamente ad affrontare questo genere di cose. 

Molto belli, invece, sono tutti i casi di solidarietà. La fame è terribile. La fame è bruttissima. Ricordo una volta ad Aleppo, dove i bambini digiunavano da due giorni, una bambina che divide un pezzo di pane con la compagna di banco. Sembra un gesto ordinario qua ma quando hai fame e sono due giorni che non mangi, è un gesto che è assolutamente contro natura. E’ quasi istintivo mangiarselo tutto come togliere la mano dal fuoco. Vedere la solidarietà tra bambine ti fa sperare in un futuro diverso. Sembra un gesto banale ed invece non è da poco. Sono esperienze che ti segnano dentro tantissimo.  

Il conflitto in Siria risulta, se non sporadicamente, ignorato dai media e meno che mai dalle persone, spesso male e poco informate. Che opinione ti sei fatta, in particolare dalla tua esperienza diretta sul “campo”, di quanto sta avvenendo in quel paese?

Io mi rendo conto che la gente non sa neanche dov’è la Siria. Tante volte mi capita, per caso, di dire devo andare in Siria. Mi rispondono: “Ah, in vacanza!”. E ti chiedono: “Com’è il mare là?”, oppure ti dicono: “Buone vacanze!”. E quindi capisci che non hanno idea che là è in corso un genocidio. E’ uno dei genocidi più feroci degli ultimi tempi che la storia abbia conosciuto. L’ONU è arrivata a dare ordine di smettere di contare i morti. La situazione è terrificante, prima erano centomila poi duecentomila morti. Ma in questo conto ci sono i morti sotto le bombe ma un bambino che muore nel campo profughi di polmonite perché non ha il medicinale è comunque una vittima della guerra. Per cui è stato dato uno stop alla conta dei morti. I bombardamenti sono selvaggi, continuano a più non posso. Noi abbiamo cinque scuole ad Aleppo per seicentocinquanta bambini costruite sotto terra ma sono state colpite. La situazione è veramente terrificante. Non ho ancora incontrato una famiglia che non abbia avuto un morto. Penso che tacere la situazione siriana sia una scelta: ci sono commerci di armi, di medicinali. A Kilis, il paese più a sud della Turchia, sul confine turco-siriano, scompare un bambino siriano al giorno. Succede veramente di tutto: le anestesie vengono negate, come i ricoveri in ospedale. Quindi lottiamo per fare ricoverare un siriano negli ospedali turchi. E’ una cosa feroce. 

Infine, posso chiederti, quali sono i tuoi primi pensieri quando girando per la tua città o altre italiane vedi bambini, anche in fasce, vestiti con le marche più alla moda, nei passeggini più confortevoli, pieni di giochi e pupazzi con i genitori magari preoccupati perché non hanno mangiato tutto? 

Tra cui mia suocera, che è santa perché se non fosse per lei non potrei fare ciò che faccio, però quando parti il pomeriggio dalla Siria e arrivi la sera in Italia e ti senti dire: “La piccola non ha mangiato tanto, riproverei con un po’ di latte e biscotti”, l’effetto che mi fa è che resto pietrificata. Non riesco a pensare più niente. Tante volte mi è capitato di arrivare alla notte e la mattina portare la figlia all’asilo e ti senti domandare: “Tu sei più per la pet therapy o per la musica nell’asilo?”. Io, allora, resto come congelata. Infatti, su questo è necessario confrontarsi anche con degli psicologi perché fai fatica a capire in quale realtà ti trovi. Capita che mia figlia apra il frigo e dica “non c’è niente da mangiare”, magari ci sono quattro sottaceti e due olive ed ha ragione. Ma si fa fatica a capire perché quattro ore prima eri in una realtà dove non c’è niente da mangiare, che significa letteralmente non c’è niente da mangiare. 

Ho anche portato mia figlia più grande nel campo profughi Bal El Salam, ma solo per mezz’ora, poi l’ho mandata via perché era troppo pericoloso. Aveva il suo giubbotto antiproiettile poi anche lei ha avuto un crollo di nervi e mi ha urlato: “Io ho paura di morire in questo posto” perché i sottofondi di spari e i bombardamenti sono continui. L’ho portata, allora, in Turchia a distribuire scarpe, stivaletti, ma più al sicuro. Adesso non ci viene più.

Le uniche parole che mi ha detto là sono state: “Mi sembra di essere dentro Se questo è un uomo di Primo Levi”.

 

 

Rettifica: nella prima versione di questo articolo, pubblicata online il 22 aprile 2014, accompagnata da una foto che ritraeva Elisa Fangareggi insieme a Lorenzo Locati, presidente dell'associazione Insieme si può fare Onlus, abbiamo erroneamente attribuito al signor Locati il titolo di dottore. Locati è in realtà un professore di Educazione fisica. Ce ne scusiamo con gli interessati.  

 

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