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L’Asia, l’Europa, il Medio Oriente e l’ombrello di Obama che fa acqua da tutte le parti

Il “pivot to Asia” passa per Kiev: il presidente degli Stati Uniti si reca in Giappone per cercare di recuperare un po’ del terreno perduto. Ma lo fa in un contesto in cui la credibilità e l’affidabilità degli Stati Uniti sono al minimo storico dalla fine della Seconda Guerra mondiale

La visita di Barack Obama in Giappone si iscrive, viene detto, nella strategia del “pivot to Asia”, considerata come il solo punto fermo di politica internazionale dell’attuale amministrazione.

Due momenti forti caratterizzarono il lancio di quella strategia: la politica – ricambiata – di appeasement verso la Birmania; e il discorso di Darwin («The United States is a Pacific power, and we are here to stay»). Quegli avvenimenti si situano all’epoca in cui Hillary Clinton era al Dipartimento di Stato. Da allora, poco o nulla. Addirittura, all’ultimo meeting dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation, creato nel 1989 proprio per permettere agli Stati Uniti di tenere un piede istituzionale in Asia), del novembre 2013, Obama non si è presentato all’appello, trattenuto a casa dal famigerato shutdown

Il presidente degli Stati Uniti si reca in Giappone per cercare di recuperare un po’ del terreno perduto. Ma lo fa in un contesto in cui la credibilità e l’affidabilità degli Stati Uniti sono al minimo storico dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

Molti specialisti si interrogano sulle ragioni della confusione strategica dell’attuale amministrazione. Alcuni la negano, sostenendo che Obama prosegue con coerenza l’obiettivo fissato nel 2008 di ritirare gli Stati Uniti dai teatri di guerra e ricentrare l’attenzione sui problemi domestici. Altri sostengono, all’opposto, che il presidente manchi di visione strategica, e viva la politica estera al giorno per giorno, affidandosi a dei collaboratori (segretario di Stato, consigliera alla sicurezza nazionale, ambasciatrice all’ONU, etc.) divisi e rissosi. Altri ancora sostengono che l’imperial overstrecht descritto nel 1987 da Paul Kennedy (l’incapacità di difendere simultaneamente tutte le posizioni occupate nel mondo) si sia aggravato enormemente per effetto del declino relativo degli Stati Uniti, e che, in fondo, Obama fa quel che può.

Infine, certi specialisti pensano che gli Stati Uniti dovrebbero rivedere da cima a fondo la loro proiezione internazionale, adattandosi alla nuova realtà dello shift of power, di un mondo multipolare in cui, anche se si detiene da soli la metà della spesa militare globale, non si può più – non si ha più la forza di – agire da potenza egemone esclusiva. Una revisione del genere, proseguono quegli specialisti,  comporterebbe una grande operazione di pedagogia nazionale, che consisterebbe a spiegare agli americani 1) che gli Stati Uniti si devono preparare a non essere più la prima potenza, 2) che questo comporta necessariamente un peggioramento delle condizioni di vita interne e 3) che l’alternativa è, a termine, la guerra (senza nessuna certezza di vincerla, né che il mondo le sopravviva). Ovviamente, concludono sconsolati quegli specialisti, nessun presidente o nessun candidato che cerchi i favori dell’elettorato è pronto a promuovere una tale pedagogia.

Da qui, l’assenza di una strategia ben definita che stabilisca un ordine delle priorità. 

In realtà, c’è una questione su cui sembrerebbe che l’amministrazione Obama sia riuscita a tenere il punto, ed è la strategia dell’appeasement con l’Iran. Fin da prima che George W. Bush fosse eletto, una serie di strateghi americani individuò il cuore nevralgico delle relazioni internazionali nel Golfo Persico. Obama prosegue la politica del suo predecessore con altri mezzi, si potrebbe dire; anche se è lecito il sospetto che una delle condizioni per l’appeasement con l’Iran fossero proprio le guerre in Afghanistan e in Irak, che hanno fatto piazza pulita dei nemici di Teheran alle sue frontiere occidentali (Saddam) e orientali (i talebani).

Ma ogni possibilità di accordo con l’Iran (e con chiunque altro) si fonda sulla credibilità e sull’affidabilità degli Stati Uniti. Vale la pena di stabilire un rapporto privilegiato con Washington quando non si è affatto sicuri che Washington sia in grado di tener fede alle sue promesse?

Alle Nazioni Unite, il primo ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk ha toccato un nervo scoperto, tornando sull’opportunità dell’accordo preso negli anni Novanta con Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna per lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino in cambio della promessa di rispetto dell’integrità territoriale del paese. Senza bomba atomica non c’è garanzia di indipendenza, ha detto in sostanza Yatsenyuk.

Un messaggio che suona come miele alle orecchie dei falchi di Teheran. E che suona come miele alle orecchie dei partigiani della rinazionalizzazione del Giappone. Questi ultimi sostengono che l’ombrello degli Stati Uniti fa acqua da tutte le parti, e che l’ora è giunta per Tokyo di riprendere le redini della sua politica estera (la cui prima tappa sarebbe appunto l’atomica).

Naturalmente, la rinazionalizzazione non è che una delle tre opzioni principali discusse oggi in Giappone. Un’altra sostiene un rafforzamento dell’alleanza con Washington per far fronte ad una Cina sempre più assertiva, e la terza, invece, che bisogna fare con la Cina quel che i tedeschi e i francesi hanno fatto in Europa. Senza contare le numerose – e per ora prevalenti – sfumature intermedie, il totale fa due tendenze antiamericane su tre.

Il pivot to Asia si impone di nuovo con la forza dei fatti.

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