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Sud Sudan, all’ONU si cerca di evitare un altro Ruanda

L'alto commissario dell'ONU per i diritti umani, Navi Pillay (centro) e l'Inviato Speciale dell'ONU per il genocidio, Adama Dieng in Sud Sudan. Foto: UNMISS

L'alto commissario dell'ONU per i diritti umani, Navi Pillay (centro) e l'Inviato Speciale dell'ONU per il genocidio, Adama Dieng in Sud Sudan. Foto: UNMISS

Dopo l'aumento della violenza etnica e delle uccisioni per vendetta, alle Nazioni Unite esortato il Consiglio di Sicurezza ad agire al più presto in soccorso del paese africano prima che sprofondi nel genocidio. L’alto commissario dell’ONU per i diritti umani, Navy Pillay: “Il Paese più giovane del mondo ha già una lunga storia di sofferenza”

La crisi del Sud Sudan peggiora di giorno in giorno e al Palazzo di vetro dell'Onu si cerca di trovare un rimedio prima che sia troppo tardi. “Se le parti non dimostrano chiaramente la loro volontà e intenzione di porre fine alla violenza e gli attacchi contro i civili, compreso l'incitamento a commettere atti di violenza, credo che il Consiglio dovrebbe prendere in considerazione ulteriori misure contro le parti per evitare che la situazione degeneri ulteriormente”, ha detto Adama Dieng, l'inviato speciale dell'ONU per la prevenzione del genocidio.

All'inizio di questa settimana, Dieng e l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, che ha anche informato il Consiglio il 2 maggio, sono partire per una missione in Sud Sudan, dove un conflitto che ha avuto inizio a metà dicembre tra le forze pro e quelle anti-governative ha lasciato migliaia di morti sul campo. La visita congiunta è avvenuta sulla scia delle recenti uccisioni di massa nelle città di Bentiu e Bor.

Adama Dieng ha sottolineato che gli attacchi brutali nelle due città – praticamente agli estremi opposti del paese – sembravano aver “cambiato la traiettoria” del conflitto e se tali attacchi non vengono immediatamente fermati, il Sud Sudan potrebbe precipitare in un vortice di violenza senza alcun controllo.

Inoltre, data la situazione attuale, ci sono elementi che potrebbero essere classificati come fattori di rischio genocidio e altri crimini atroci, ha poi aggiunto. Questi includono la separazione delle persone in base all’etnia, così come l'uso della radio in alcune aree per diffondere messaggi che costituiscono incitamento alla violenza, compresa quella sessuale, contro chi pretendeva di sostenere il governo.

“Tutti i leader del Sud Sudan devono assumersi una maggiore responsabilità per garantire che coloro che sono sotto la loro autorità non commettano gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario”, ha rimarcato Adama Dieng. “Dovrebbero invece inviare messaggi forti in favore dell’unità e del rispetto di tutto il Sud Sudan, oltre a prendere misure immediate per porre fine alla violenza”.

Per di più, c’è da considerare che coloro che sostengono Riek Machar sono prevalentemente di etnia Nuer mentre coloro che sostengono il Presidente Kiir sono in maggioranza Dinka. Ciò, ha aumentato il rischio che le persone possano essere sistematicamente prese di mira proprio in base all’etnia. Questa polarizzazione è ulteriormente aggravata dai rapporti di esclusione e discriminazione sulla base dell'origine etnica.

 “La violenza di oggi in Sud Sudan non è motivata dal desiderio di cambiare il paese, ma piuttosto da interessi personali relativi all’accesso alla ricchezza derivata dal petrolio e dalle risorse di sviluppo”, ha aggiunto l’inviata speciale dell’ONU per il genocidio. “La comunità internazionale non deve essere complice di questa agenda”, ha ribadito la Dieng.

Anche Navy Pillay ha espresso sentimenti analoghi, affermando: "Temo che i leader del Sud Sudan sono bloccati da una lotta di potere puramente personale, con poco o nessun riguardo per la sofferenza terribile che affligge la loro gente”. L’Alto Commissario ha poi notato che l'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) e i leader regionali “condividono la stessa indignazione”, come il resto del mondo, “tutti vedono il conflitto come uno scontro tra due leader per il potere politico e il controllo dei proventi del petrolio”.

L’alto commissario Pillay, in un incontro con alcuni funzionari dell'IGAD in Etiopia, ha evidenziato che l'organismo regionale sta spingendo per la rapida diffusione della proposta task force, che fornirà una protezione per le squadre di monitoraggio e di verifica incaricate di monitorare l'attuazione del patto sulla cessazione della ostilità, firmato lo scorso gennaio.

Secondo Navy Pillay, infatti, il capo dell’IGAD vede tutto ciò come un punto di svolta nella riduzione della violenza in corso. Tuttavia, molte più persone sono state uccise dopo che il patto per la cessazione delle ostilità è stato firmato rispetto a prima, ha osservato l’alto rappresentante per i diritti umani, invitando il Consiglio di Sicurezza a sostenere l'iniziativa di schierare una forza di protezione. Ad ogni modo, bisogna ricordare che nel mese di dicembre, il Consiglio ha deciso di aumentare il numero di forze di pace in servizio nella Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) da 7.700 a 13.200 unità. Sebbene la nota dolente in merito è che i paesi che dovrebbero contribuire ad aumentare i contingenti di pace nel paese, non hanno ancora fornito i circa due terzi delle truppe supplementari necessarie.

“Il Paese più giovane del mondo ha una lunga storia di sofferenza. La sua gente guarda a questo Consiglio affinché eserciti la propria autorità per assicurare una soluzione politica rapida a questo terribile conflitto”, ha concluso Navy Pillay.

Al Consiglio di Sicurezza, significativo è stato l’intervento di Samantha Power, rappresentante permanente USA all’ONU, la quale dopo aver ricordato i giorni felici dell’indipendenza del Sud Sudan, i volti, i sorrisi e i canti per le strade, ha rimproverato gli attuali leader del paese affermando: “Dopo un inizio promettente – i dirigenti in carica e quelli dell'opposizione hanno scelto di porre le rivalità personali e i sospetti al di sopra degli interessi del loro paese. Coloro che hanno alimentato questo conflitto – molti dei quali sono gli stessi individui che hanno contribuito a realizzare l'indipendenza del Sud Sudan – hanno scelto la coercizione alla cooperazione e la violenza rispetto al processo democratico. Il risultato è pertanto una catastrofe.” L’Amb. Power, ha poi posto l’accento sul fatto che la responsabilità primaria per porre fine alla violenza nel Sud Sudan giace nelle mani dei leader del paese, sebbene ci siano passi utili che il Consiglio e la comunità internazionale possono adottare, come ad esempio valutare se mettere in atto sanzioni mirate e parallele a quelle già emesse dagli Stati Uniti in modo da cercare di scoraggiare gli attacchi oltraggiosi contro i civili come quelli che abbiamo visto in Bor e Bentiu.

All’ inviata statunitense all’ONU, ha fatto eco anche la sua controparte britannica, Sir Lyall Grant, il quale ha ammonito che la situazione è davvero drammatica, grave e richiede un intervento rapido e decisivo. In merito, l'ambasciatore Grant ha annunciato che “il Governo britannico farà la sua parte e si è impegnato a mantenere il suo sostegno in Sud Sudan anche finanziariamente con un importo aggiuntivo di circa $ 65 milioni per la risposta umanitaria”.

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