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Papa Francesco e il significato del vertice israelo-palestinese in Vaticano

L’incontro di domenica a Roma con Abbas e Peres è un clamoroso gesto simbolico, che non potrà far scoppiare la pace ma che avrà se non altro l’effetto di amplificare la voce della Chiesa, e delle sue esigenze, negli ambienti politici direttamente interessati

Domenica prossima, il papa accoglierà a Roma il presidente dell’Autorità palestinese Mahmud Abbas e il presidente israeliano Shimon Peres per una comune “invocazione per la pace”, come recita il testo della sala stampa vaticana.

Il riferimento alla “pace”, d’obbligo quando si parla di una regione in guerra da cent’anni, ha fatto pensare a molti che l’iniziativa di papa Bergoglio si muova sul piano diplomatico. Un aspetto diplomatico esiste, certo, ma non nel senso che molti credono.

Durante il recente viaggio in Terra santa, il papa e il suo entourage avevano specificato che si trattava di una visita “religiosa” e non politica. Per l’incontro di domenica, si parla di “preghiera” e di “invocazione”, e si precisa che si tratta di «una pausa rispetto alla politica».

Quando la Chiesa sottolinea che “non sta facendo politica” oppure che si sta occupando solo dell’aspetto “religioso” di una questione, vuol dire che sta trattando la data questione dal punto di vista della propria politica, mettendo in secondo piano quella degli altri.

Questa precauzione – l’autonomia totale rispetto agli interessi degli altri, una delle caratteristiche salienti di tutta la storia della Chiesa cattolica – è doppiamente indispensabile quando si tratta del Vicino Oriente.

Il capo della provincia cattolica di Terra Santa, Pierbattista Pizzaballa, ha messo le mani avanti affermando che «nessuno ha la presunzione di pensare che da lunedì scoppierà la pace tra israeliani e palestinesi»; aggiungendo però che l’incontro potrebbe «riaprire la strada verso la pace». 

La cosa ci sembra assai improbabile. Mahmud Abbas sarebbe verosimilmente pronto ad affidare alla Chiesa (e a molti altri, immaginiamo) il delicato compito di togliergli le castagne dal fuoco; Shimon Peres invece, quale che possa essere la sua volontà, non può affidare niente a nessuno.

Nell’assetto istituzionale israeliano, infatti, non solo il presidente non ha di fatto alcun potere, ma è anche abbastanza evidente che, qualora Peres fosse davvero intenzionato a fare la pace con i palestinesi, la sua posizione non rispecchierebbe quella del suo governo né, probabilmente, quella della sua popolazione. Se ci fosse una proposta specifica degli ambienti vaticani, Peres potrebbe tutt’al più farsene latore, tenendo un profilo basso – “religioso”, appunto – ed evitando di fare dichiarazioni di sorta. Ma la proposta non c’è, Peres non è il tipo che sa tenere un basso profilo, e in ogni caso, questo non riaprirebbe «la strada verso la pace», per la semplice ragione che Israele, oggi, non ha nessuna intenzione di fare la pace con i palestinesi.

Se per diplomazia vaticana intendiamo dunque quella che si spende sul fronte della risoluzione dei conflitti, ci pare che, dall’incontro di domenica, la diplomazia vaticana sarà assente. Tra l’altro, anche in altri casi di conflitti, è difficile che la Chiesa si investa direttamente, in quanto istituzione: di solito manda in avanscoperta certe associazioni cattoliche – per esempio, oggi, la Comunità di sant’Egidio nella repubblica Centrafricana – in modo da scaricare su di esse gli eventuali insuccessi (come la guerra civile in Algeria negli anni Novanta) e ascrivere a tutta la cattolicità gli eventuali successi (come la pacificazione del Mozambico nel 1992).

Ma tutto ciò non significa che, dall’incontro di domenica, l’aspetto diplomatico sia completamente assente. Si tratta però della diplomazia vaticana che si spende, come ogni altra diplomazia, per difendere e promuovere gli interessi della casa madre. E in Medio Oriente, il Vaticano ha due interessi fondamentali: uno, immediato, arginare la fuga dei cristiani dalla regione; l’altro, a più lungo termine, farne il terreno d’incontro con le altre comunità cristiane, in particolare con l’ortodossia, largamente prevalente in quell’area.

L’incontro di domenica è un clamoroso gesto simbolico, che avrà se non altro l’effetto di amplificare la voce della Chiesa, e delle sue esigenze, negli ambienti politici direttamente interessati. 

L’azione diplomatica vaticana non è certo fatta solo di gesti simbolici, ma i gesti simbolici hanno per essa un peso sproporzionatamente più importante che nell’azione diplomatica di qualunque paese normale. Questo perché la Chiesa è essenzialmente un soft power: non può minacciare sanzioni né interventi militari. Certo, per ogni Stato, le relazioni con il Vaticano hanno delle ripercussioni sul piano della politica internazionale; ma alcuni paesi (o aspiranti tali) sono più sensibili, come l’Autorità palestinese, e altri meno, come Israele. Se Israele non dà retta agli Stati Uniti, è davvero plausibile che possa dare retta al papa?

Il viaggio in Terra santa di Francesco è stato ricco di gesti simbolici: dal fatto di considerarsi ospite dello “Stato” palestinese, alla visita al muro di separazione di Betlemme. Quello di domenica sarà un gesto simbolico in più. Ma, da più di un anno, il papa gesuita ci ha fatto capire quanto importanti siano il gesto e il simbolo per il suo pontificato.

 

 

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