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La lezione di Sarajevo, per chi la vuole ascoltare

A cento anni dai fatti che portarono allo scoppio della Prima guerra mondiale, sono tante le commemorazioni. Ma il modo migliore per celebrare sarebbe rinunciare ai conflitti tra nazioni, come strumento obsoleto di relazioni internazionali

Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, lo studente bosniaco e nazionalista serbo Gavrilo Princip uccide l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, arciduca d’Austria-Ungheria, e sua moglie. È condannato a vent’anni di reclusione perché l’Austria-Ungheria del 1914 non dava pene più lunghe ai minori di vent’anni, ma un mese dopo il governo imperial-regio degli Asburgo dichiara guerra alla Serbia.

Il quadro dell’equilibrio europeo, stabile da lunghi decenni, a parte i sussulti agonici dell’impero ottomano e la competizione nelle avventure coloniali, vira improvvisamente al peggio quando, il 1 agosto, il Reich, legato agli austro-ungarici, dichiara guerra alla Russia, pronta all’aiuto dei cugini slavi e ortodossi di Serbia. Che la guerra finirà per allargarsi ulteriormente diventa chiaro tre giorni dopo, con i tedeschi che violano la neutralità del Belgio. Il Regno Unito, potenza garante degli equilibri continentali e della neutralità belga, non può restare a guardare e dichiara guerra al Reich. Con motivazioni simili, entra sul terreno anche la Francia. Roma aveva scelto di restare prudentemente fuori dai giochi, dichiarandosi neutrale il 2 agosto. Non che mancassero voci interventiste: il grande conflitto che si andava delineando, avrebbe potuto offrire l’opportunità per togliere agli austriaci le terre irredente della fascia alpina orientale. L’Italia si schiererà contro le potenze centrali il 24 maggio 1915, garantendo il suo contributo alla spaventosa carneficina europea nella quale si è intanto trasformata quella che poteva restare una crisi locale.

A bilancio risulteranno 10 milioni di combattenti morti (1 milione dei quali in prigionia): 1.800.000 sono tedeschi (con in più una spaventosa cifra di feriti, 4.200.000), 1.700.000 russi, 1.400.000 francesi. Ma gli sconvolgimenti portati dalla guerra, in particolare con la vittoria di Lenin in Russia, la caduta del regime guglielmino in Germania, il disfacimento dell’impero asburgico, l’ingresso degli Stati Uniti dentro lo scacchiere delle potenze continentali (Washington conta più di 115.000 morti), risulteranno in altre vittime e distruzioni, tanto che molti storici vedranno nella prima guerra mondiale le radici della seconda. Applicata a Italia e Germania la tesi regge: il mito della vittoria mutilata (Roma avrebbe ricevuto poco al tavolo della pace rispetto ai suoi 615.000 morti) fornirà spazio a Mussolini. Il fascismo italiano farà da padrino al nazismo tedesco, e insieme contrasteranno il tentativo pacificatore della Società delle Nazioni, generando le condizioni per lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Nel centenario, sono innumerevoli le cerimonie e le commemorazioni. Piace ricordare che a Sarajevo, durante l’inaugurazione della ricostruita Biblioteca nazionale di Bosnia ed Erzegovina, bruciata dai bombardamenti serbi dell’agosto 1992, in molti hanno sottolineato la coincidenza dell’evento con il più importante anniversario della città.

Il modo migliore per celebrare il 1914 sarebbe stato l’annuncio della rinuncia ai conflitti tra nazioni, come strumento obsoleto di relazioni internazionali. Invece in Medio Oriente si combatte in modo orrendo sulla verticale dell’espansionismo islamista, e in Europa torna la guerra grazie allo show muscolare di Putin e agli eccessi nazionalisti ucraini. La prima grande guerra fu generata dall’egoismo nazionalista delle potenze, uno scenario che si sta ripetendo. La storia è maestra solo a chi vuole ascoltarne la lezione.

 

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