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Tailandia. Golpe senza colpe

Shinawatra Thaksin (a destra), al tempo primo ministro tailandese, con Donald H. Rumsfeld durante una visita al Pentagono nel 2001

Shinawatra Thaksin (a destra), al tempo primo ministro tailandese, con Donald H. Rumsfeld durante una visita al Pentagono nel 2001

C'è bonaccia in Tailandia, ma l'opposizione alla monarchia e allo status quo conservator-democratico agisce in profondità. Il leader Thaksin è riuscito a farsi percepire come risposta alle esigenze strutturali del paese attraverso il movimento delle Camicie rosse. Tuttavia, fino a quando il re sarà in vita non ci saranno avventure

 

La Thailandia che ritrovo dopo qualche anno, è un paese rinserrato dentro l’occhio del suo ciclone. Intorno agitazioni e sommovimenti del ceto politico e dei gruppi sociali; nel fortino del potere calma assoluta ed efficacia del “law and order” proposto alla nazione dalla giunta militare che ha preso il potere il 20 maggio, imponendo la legge marziale. Dopo nemmeno un mese è stato tolto il coprifuoco notturno e la vita si svolge ora al ritmo tranquillo degli affari correnti.

Nessuno, neppure il vertice militare, si illude che le cose stiano come vuole raccontarle questa bonaccia. Il movimento carsico dell’opposizione alla monarchia e allo status quo conservator-democratico che pilota da sempre l’evoluzione del paese, agisce nella profondità e getta timori sulla piega che la politica thailandese potrà assumere da qui a qualche tempo. L’opposizione ha un leader a suo modo carismatico, Shinawatra Thaksin, clone asiatico del nostro Berlusconi, magnate della comunicazione, primo ministro tra il 2004 e il 2006, autoesiliatosi in Dubai per sfuggire alla condanna e al carcere. È l’ispiratore delle cosiddette Camicie rosse che agitano la piazza attraverso l’UDD, Fronte unito per la democrazia contro la dittatura.

Thaksin esprime almeno tre fattori di contestazione alla struttura del regime tradizionale del “paese dei sorrisi”. Il primo e più importante riguarda la questione istituzionale ed è considerato eversivo dall’establishment non solo militare: l’esule intende rimuovere l’istituto monarchico e si candida a primo presidente eletto. Fa affidamento sulla decadenza fisica del popolare e amato re Bhumibol Adulyadej, e sul contestuale rifiuto che la popolazione esprime per il debosciato erede al trono. Se la successione toccasse alla sorella Sirindhorn, stimata e capace, la questione monarchica diverrebbe un’arma spuntata nelle mani di Taksin, ma non è certo che ciò accada.

L’altro fattore di contestazione punta le carte sul permanere delle disparità sociali, nonostante la curva di sviluppo positiva che ha caratterizzato l’andamento recente dell’economia thailandese. Nel paese asiatico, l’indice di Gini si muove fra 39 e 40, la mortalità infantile è ancora al 18 per mille, la prostituzione, anche minorile, supera le 100 mila unità. Non sorprende che masse di proletari, denutriti e a basso salario, si siano lasciate sedurre dalle promesse di un demagogo ambizioso, nemico giurato delle attuali istituzioni.

Il terzo e non meno valido fattore di rottura sistemica riguarda gli squilibri regionali. Le camicie rosse che nei mesi scorsi hanno, a più riprese, assaltato gli istituti e i palazzi della democrazia a Bangkok, lasciando vittime sul terreno, arrivano dal Nord. Quella fetta di paese, montuosa e ricoperta di foreste, è ricca di storia e cultura ed è stata resa romantica da tante pagine di letteratura. È però fondamentalmente arretrata, ed elegge un vasto ceto politico incapace di dialogo con altre zone del paese. La riforma costituzionale punterà a ridurne la rappresentanza parlamentare.

Thaksin è stato abile nel farsi percepire come capace di risposta alle tre esigenze strutturali del paese, capitalizzando, attraverso il movimento e l’agitazione delle Camicie rosse, consensi utili alla vittoria finale nella partita con re ed establishment. Ma appare evidente che l’immensa popolarità regia preserverà la Thailandia da ogni avventura, almeno sino a quando il re sarà in vita. Anche per questa consapevolezza, i generali golpisti tengono basso il livello della repressione, lanciando continui messaggi di conciliazione e dialogo al ceto politico.

 

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