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UNICEF: aumentano i casi di mutilazioni genitali femminili e cresce la consapevolezza

Secondo un rapporto presentato in occasione del primo Girl Summit di Londra, entro il 2050 una donna sue tre nascerà in un paese in cui si pratica l'infibulazione e i casi di mutilazioni genitali arriveranno a 200 milioni. "Se il problema è globale la soluzione deve essere locale" ha detto Anthony Lake

I nuovi dati pubblicati in un rapporto UNICEF, in occasione del primo Girl Summit, un’iniziativa organizzata a Londra in collaborazione con il governo del Regno Unito, mostrano come la pratica dell’infibulazione e della mutilazione genitale sia in forte crescita a livello globale. Sono infatti più di 130 milioni le donne che hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale nei 29 paesi dell’Africa e del Medio Oriente dove il fenomeno è più diffuso. Gli ultimi dati pubblicati nel 2013 dall’agenzia parlavano di 125 milioni di casi. Per mutilazioni genitali femminili si intende l’asportazione, totale o parziale, di parte dei genitali esterni delle donne. Ovviamente questo tipo di operazione non ha alcun beneficio per la salute delle donne, è causa di grande dolore fisico e ha moltissime conseguenze sul benessere di chi la subisce sia nel breve che nel lungo periodo: si va dalla perdita di sangue prolungata, al rischio di infezioni o di sterilità, fino, in alcuni casi, alla morte. Le menomazioni sono spesso inflitte con lame artigianali, in condizioni igieniche precarie e all’interno delle mura domestiche.

Questa usanza, che ebbe origine nell’Antico Egitto, vige da secoli in certe zone dell’Africa dove è ormai radicata nella cultura tribale. Il rapporto UNICEF mostra come negli ultimi anni sono stati fatti dei progressi significativi: la percentuale delle ragazze sottoposte a mutilazione, che in alcuni casi come quelli della Somalia e del Mali supera il 90%, è calata quasi ovunque. Ciò nonostante, trattandosi di aree a intensa crescita demografica, alle ridotte percentuali non corrisponde una diminuzione del numero dei casi: è stato calcolato che, se pure il trend che vede una diminuzione dell’incidenza del fenomeno continuerà con questo ritmo, entro il 2050 i casi di mutilazione sfioreranno i 200 milioni. Per quella data  infatti, secondo le proiezioni, una donna su tre nascerà in uno dei 29 paesi in questione. La prospettiva non è incoraggiante se si pensa che in Somalia, Guinea, Djibouti, Egitto, Mali, Sierra Leone e Sudan  la quasi totalità della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni ha subito una qualche forma di menomazione ai genitali. “Questi dati mostrano che bisogna accrescere gli sforzi. Questi numeri rappresentano vite – ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’UNICEF in occasione della presentazione del rapporto – Se il problema è globale, la soluzione deve essere locale: coinvolgere le comunità, le famiglie e le donne è l’unico modo per interrompere questo circolo vizioso. Non possiamo permettere che questi numeri così impressionanti ci paralizzino, devono essere uno sprono all’azione”.

Un segnale di ottimismo arriva per fortuna dalla consapevolezza che sembra aver raggiunto la popolazione dei 29 stati più coinvolti: i due terzi sia delle donne che degli uomini, ritengono che le mutilazioni non debbano continuare. Anche dove il fenomeno è più radicato le percentuali di dissenso rimangono alte, soprattutto tra le donne. Se da un lato questo dato può essere motivo di speranza per il futuro, dall’altro non fa che aggravare la drammaticità di questa realtà: una realtà fatta di donne che subiscono una violazione sul proprio corpo, molto spesso contro la loro volontà.

 

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