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L’evidenza dell’inutilità della guerra

Nei conflitti attualmente in corso, compare l’azione delle ex grandi potenze del mondo bipolare: Russia e Stati Uniti. Sono i loro interessi economici e di sicurezza che generano la guerra e/o s’innestano sulla crisi non consentendo che cessi i suoi nefasti effetti. E l’uso indiscriminato della forza torna ad essere modalità di politica estera

La mappa aggiornata dei punti caldi del pianeta presenta, per numero e intensità, una situazione in espansione. In Medio Oriente: Siria, Palestina, Irak,Yemen. In Africa: Libia, Egitto, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In Europa: Daghestan e Ucraina. In Asia: Afghanistan, Birmania, Filippine, Pakistan. Nelle Americhe: Colombia e Messico.

È stato calcolato che in Medio Oriente siano coinvolti nei conflitti 8 stati e 172 tra milizie, guerriglieri armati, gruppi separatisti, unità anarchiche; in Africa 25 stati e 152 tra milizie, e gruppi armati a vario titolo; in Europa 9 stati e 21 tra milizie e gruppi insorti; in Asia 15 stati e 128 tra milizie e gruppi armati; nelle Americhe, essenzialmente per questioni legate al narcotraffico, 5 stati e 25 tra cartelli della droga, milizie guerrigliere, gruppi anarchici e gruppi separatisti.

Il mondo si dichiara ufficialmente in pace, ma le guerre, con il pedaggio di vittime e distruzioni, hanno ripreso vigore e si vanno installando formalmente nell’agenda della politica internazionale che conta. Almeno tre di esse manifestano la pericolosa tendenza a interferire nei rapporti globali delle potenze e tra potenze, divenendo issues del sistema internazionale. A queste guerre va data specifica attenzione, anche perché vorrebbero smentire la teoria di chi, come il sottoscritto, scrive da anni che le guerre sono strumento “obsoleto” di relazioni internazionali, da accantonare in quanto non utili allo scopo (conquista territoriale, sovvertimento di un regime politico, cambio istituzionale, etc.). Non c’è guerra che termini con vincitori e vinti, anzi la gran parte dei conflitti armati si avvia senza concludersi. Nella contemporaneità le guerre non producono soluzioni, anzi le allontanano. Un’affermazione facilmente condivisibile se si evidenziano alcune caratteristiche comuni ai tre teatri di attuale conflitto ritenuti di rilievo globale: Ucraina, Iraq e Siria, Palestina.

Lì compare, in modo esplicito o implicito, l’azione delle ex grandi potenze del mondo bipolare: Russia e Stati Uniti. Sono i loro interessi economici e di sicurezza che generano la guerra e/o s’innestano sulla crisi non consentendo che cessi i suoi nefasti effetti. Nelle tre situazioni si hanno gravi violazioni del diritto internazionale e la contestuale assenza di azione repressiva delle Nazioni Unite. Vi è anche il rilancio dell’uso indiscriminato della forza come modalità di politica estera.

La presa banditesca della Crimea da parte russa è probabilmente l’episodio più evidente di questo sviluppo, e segnala l’impotenza di Stati Uniti e Unione europea di fronte al ritorno di appetiti territoriali a Mosca. Così l’espansione dell’Emirato islamico di Siria e Iraq segnala quanto errata sia stata l’idea americana di aggredire in Medio Oriente governi riconosciuti dalla comunità internazionale, abbattendo equilibri consolidati nel mondo arabo islamico, nel segno di un’opzione democratica non richiesta e comunque priva delle condizioni obiettive per potersi realizzare. Il confronto armato tra Israele e palestinesi di Gaza è dentro la stessa logica di interferenza delle potenze, aggressione territoriale, violazione del diritto internazionale.

Resta che le guerre a bassa e media intensità, guerreggiate in questa fase, non sono in grado di generare situazioni di stabile equilibrio, aggravando, al contrario, crisi destinate a perpetuarsi. È in questo senso che si sostiene la teoria dell’obsolescenza della guerra, sempre più soltanto assassinio e distruzione, e non, come in passato, anche fattore di assetti politici e rinnovamento. Né va sottostimato che queste guerre uccidono soprattutto civili inermi, lesionando il potenziale di risorse umane sulle quali ricostruire la società e lo stato alla fine dei conflitti.

 

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