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All’ONU si discute dell’abuso dei bambini nei conflitti e dello strumento per proteggerli

Special Representative for Children and Armed Conflict Leila Zerrougui al Consiglio di Sicurezza. Accanto Forest Whitaker. Foto UN/Loey Felipe

Special Representative for Children and Armed Conflict Leila Zerrougui al Consiglio di Sicurezza. Accanto Forest Whitaker. Foto UN/Loey Felipe

Riunione speciale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle violenze e lo sfruttamento che colpisce i minori in conflitti e guerre. Con Leila Zerrougui, inviata speciale del Segretario Generale e Forest Whitaker, inviato speciale dell'Unesco, affrontato il crimine dei "bambini soldato". Soluzioni? Della "responsabilità di proteggere" se ne discuteva lo stesso giorno all'ONU, ma all'Assemblea Generale 

 

La nuova frontiera della guerra è mettere in prima linea bambini di 13 anni. La denuncia arriva da Leila Zerrougui. Durante la riunione tenuta lunedì 8 settembre dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Rappresentante Speciale del Segretario Generale per i Bambini e i Conflitti armati alle Nazioni Unite ha lanciato l’allarme sull’arruolamento dei fanciulli nel mondo. Gruppi terroristici come l’ISIL (Islamic State of Iraq and Levant, nome con cui il Consiglio di Sicurezza definisce l’ISIS, Islamic State of Iraq and Syria) o Boko Haram hanno trasformato i minori in killer incoscienti in grado di abbracciare le armi e puntarle contro i civili, ma anche capaci di diventare bombe umane. Tra i bambini che indossano l’uniforme più di 700 sono stati uccisi o mutilati dall’inizio dell’anno. Nove mila sono stati reclutati per combattere nel Sud Sudan. Tre milioni di bambini non vanno a scuola in Siria e almeno 100 ragazzi e 70 insegnanti di scuole, dopo essere stati messi sotto assedio dal gruppo terroristico Boko Haram, sono stati uccisi. Le oltre 200 ragazze che sono state rapite in Nigeria da Boko Haram ad Aprile sono ancora disperse.

La lista di giovani vite spezzate non si interrompe neppure a Gaza, dove l’ultimo conflitto ha lasciato per terra oltre 500 bambini e circa altri 1300 sono rimasti feriti. Nella Striscia palestinese migliaia di sfollati vivono ancora nelle scuole e le prospettive dei giovani restano soffocate dalla guerra.

A sei mesi dalla campagna dell’Unicef “Bambini, non soldati”, che mira far scomparire il fenomeno entro il 2016, molte restano nel mondo le aree a rischio. Sono 23 secondo il rapporto dell’ONU su Bambini e Conflitti armati presentato lunedì in Consiglio. Tra questi ci sono: Libia, Afghanistan, la Repubblica dell’Africa centrale, Israele, Nigeria e Sud Sudan.

In alcuni paesi dell’Africa il problema è così radicato che essere un bambino soldato è considerato una fase, come un’altra, della vita e un onore per le tribù d’appartenenza. In questo, come in altri casi, far rinascere il bambino nascosto sotto l’uniforme è una missione quasi impossibile. 

“Possiamo anche tenere un bambino lontano dalle armi, – ha detto l’attore premio Oscar e Inviato Speciale per l’UNESCO per la Pace e la Riconciliazione, appena tornato dal Sud Sudan, Forest Whitaker – ma se non facciamo qualcos’altro per lui, come reinserirlo nella società, mandarlo in una buona scuola, dargli qualcosa in cambio, non riusciremo a renderlo libero”.

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I bambini che diventano soldati, lo fanno perché non hanno alternative. “Matthew non voleva combattere – ha raccontato l’Ambasciatrice Americana Samantha Power, presidente di turno del CdS – ma gli avevano detto che avrebbero ammazzato la sua famiglia se non l’avesse fatto”.

Garantire ai minori un’altra possibilità, invece, è una delle strade per superare il problema dei bambini-soldato. L’altra è rafforzare il sistema di repressione del fenomeno. Lo suggerisce il Rappresentante Permanente per l’Italia, l'Ambasciatore Sebastiano Cardi che ha parlato di un “programma di protezione e diritti dei bambini, che l’Italia sostiene fortemente”. Secondo Hervé Ladsous, Sottosegretario Generale per le operazioni di Peacekeeping dell'ONU, “gli Stati hanno come responsabilità principale quella di proteggere i propri bambini”. 

Eppure, se in contesti di crimini di massa, gli Stati non proteggono i propri cittadini, chi deve intervenire? Intorno a questa domanda e alla “responsabilità di proteggere” ruotava anche ieri la discussione all’Assemblea Generale, proprio mentre al Consiglio di sicurezza si parlava di bambini soldato. Nello stesso luogo, sede della diplomazia internazionale, in un piano si discuteva del problema, in un altro della soluzione: due mondi che, soprattutto quando non conviene a qualche potenza con diritto di veto, non comunicano ignorandosi nello stesso Palazzo di Vetro.

Nata dalla consapevolezza del fallimento della comunità internazionale di fronte ai fatti del Ruanda e di Srebrenica in Bosnia, il concetto giuridico internazionale della "responsabilità di proteggere" è diventato un dovere fatto proprio dalle Nazioni Unite durante un vertice nel 2005. Il dovere della comunità internazionale è far decadere quei governi che in condizioni di genocidio, guerra e crimini contro l'umanità abbandonano al proprio destino la popolazione, incaricando appunto l'ONU della "responsabilità di proteggere" i civili. 

Tuttavia, è un dovere che non sempre viene rispettato da parte dell’ONU. A ribadirlo è stata la Rappresentante Speciale Zerrougui rispondendo ad una nostra domanda se fosse soddisfatta di come lo strumento a disposizione del Consiglio di Sicurezza per "proteggere" bambini e civili venga usato: “La comunità internazionale ha sempre il dovere di intervenire per salvaguardare persone vulnerabili come i bambini. – ha spiegato – Dobbiamo proteggere quelli che hanno bisogno, dobbiamo agire nel nome delle Nazioni Unite e non essere politicizzati”.

 

Sotto il video con le risposte ai giornalisti  di Leila Zerrougui e Forest Whitaker

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