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Referendum in Scozia: To be or not, to be

Il popolo scozzese va al voto per decidere sull'indipendenza. Dal referendum, qualunque sia il risultato, si possono trarre utili lezioni: gli stati nascono e crescono così come deperiscono e muoiono e l'Europa continua a dover fare i conti con l'ansia della differenza

Giovedì gli scozzesi vanno alle urne per decidere se restare parte del Regno Unito o ripristinare l’indipendenza della loro terra. La questione del destino nazionale di quel popolo si trascina da più di sette secoli, da quando nel 1298 Edoardo I, “il martello degli scozzesi”, sconfisse William Wallace (Braveheart) e conquistò Edimburgo. Era l’anno in cui Giotto iniziava ad affrescare la basilica superiore di san Francesco ad Assisi. 

Perché l’ansia scozzese di emanciparsi dagli ingombranti vicini fosse messa a tacere, si sarebbe dovuto attendere il 1745, con la sconfitta di Charles Edward Stuart, contrario all’Act of Union of England and Scotland che nel 1707 aveva promosso la creazione di United Kingdom e della moneta comune. Quindi due secoli e mezzo d’indipendentismo scozzese carsico, sino alla promozione di questo referendum da parte degli antiunionisti. Voteranno anche sedicenni e diciassettenni su una domanda che obbliga a schierarsi: “La Scozia deve diventare stato indipendente?”. 

La campagna referendaria era iniziata nello schiacciante favore popolare per gli unionisti. Con l’avvicinarsi del voto, le distanze si vanno riducendo, facendo la felicità del leader indipendentista Alex Salmond, guida di Scottish National Party, per due volte vincitore in televisione sull’evanescente avversario, il laburista Alistair Darling. Probabile che a far pesare la bilancia dal lato della storia saranno gli indecisi che sceglieranno all’ultimo momento, superiori al 20% dell’elettorato dicono alcuni sondaggi. Gli indecisi sono ovunque i meno dirompenti e innovativi nel voto, il che lascia pensare che la maggioranza di loro voterà unionista.

Dal referendum, qualunque sia il risultato, si possono trarre sin d’ora utili lezioni. La prima riguarda la regola aurea che la storia da sempre oppone alla statolatria: gli stati nascono e crescono così come deperiscono e muoiono. Il Regno Unito mostra di conoscere la regola, e non va in panico di fronte alla possibile perdita di rango che l’uscita scozzese provocherebbe, come già gli rinfaccia la stampa ufficialista di Pechino. Un’altra lezione riguarda la duttilità e la coerenza del sistema politico ed istituzionale di Old Britannia. A parte i sobbalzi di sterlina e borsa, l’establishment è pronto ad assorbire il colpo, come simbolicamente e significativamente mostra l’eleganza davvero regale del soggiorno di Elisabetta, in questi giorni, nell’amato castello scozzese di Balmoral.

Insegnamenti importanti arrivano all’incorreggibile Europa dei ritardi e delle indecisioni. Mentre dovrebbe marciare a piè pari verso la Federazione tra chi ci sta, per contare in un mondo globale dove decidono solo i grandi stati e le grandi unioni di stati, Europa finisce sempre per dover fare i conti con la sua storia lontana che non intende scomparire dall’agenda politica. La kindness delle rivendicazioni nazionali di Scozia e, un domani, di Catalogna o di altre popolazioni dell’occidente europeo, nulla hanno a che spartire con la ferocia dei conflitti fratricidi post-jugoslavi e post-sovietici. Ma qui, come lì, è sempre l’ansia della differenza a prevalere sulla necessità inderogabile dell’unione volontaria. I nostri popoli non apprendono di avere una sola possibilità per uscire dalla crisi strutturale: gettare nella spazzatura le logiche del nazionalismo politico ed economico. 

In detto contesto, l’ultima considerazione: senza la Scozia, il Regno Unito perderebbe il maggiore elemento di moderazione nella partita che da sempre gioca contro le istituzioni di Bruxelles. Si rafforzerebbe l’ala del conservatorismo becero e si andrebbe al braccio di ferro tra Londra e l’UE. Sullo sfondo, il referendum di Cameron sull’UE.

 

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