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Il referendum in Scozia e i ciechi catastrofismi

Sembra che tutto il mondo, Obama ed UE inclusi, si rifiuti di considerare la natura specifica delle rivendicazioni degli scozzesi. Giovedì 18 settembre va al voto una Scozia che si è dimostrata ben più europeista dell'Inghilterra e che ha in programma una maggiore apertura all'immigrazione e lo stop agli armamenti nucleari sul suo territorio. Altro che paragoni con i leghisti...

Ci mancava Letta, il nostro ex-presidente del Consiglio. Mancava solo lui, buon ultimo dopo Obama, dopo il Fondo monetario, dopo i vertici della UE, a raggelare le speranze indipendentiste della Scozia. La sua dichiarazione è stata lapidaria: "L'indipendenza della Scozia sarebbe per l'Europa come il colpo di pistola sparato a Sarajevo". Ora, a parte il cattivo gusto di un'affermazione del genere rilasciata nel centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale, e a parte che se a dire un'enormità del genere fosse stato uno del M5S l'avrebbero coperto di insulti (mentre a chi è parte del gotha della politica tutto è concesso, anche il peggiore catastrofismo), c'è una cosa che mi irrita sopra tutte. Che sia Letta sia gli altri detrattori del referendum che in queste ore deciderà della sorte del Regno Unito rifiutino di prendere in considerazione le problematiche specifiche, ovvero le legittime aspettative coltivate dai nazionalisti scozzesi. Nessuno che voglia entrare nel merito. Nessuno che voglia fare lo sforzo quantomeno di commentare le ragioni di Alex Salmond, attuale primo ministro scozzese e leader indipendentista.

A tenere banco sono solo i macroscenari, solo le questioni che con le rivendicazioni avanzate dalla Scozia non hanno un rapporto diretto. Innanzitutto, la possibile fuoriuscita dell'Inghilterra dall'Unione europea. Il che è paradossale. Vediamo: la Scozia è molto più europeista dell'Inghilterra ed in particolare dell'Inghilterra attuale, guidata dalla coalizione conservatori-liberali. E Cameron ha promesso un referendum che, nel 2017, dovrebbe stabilire se i suoi concittadini vogliono o no rimanere nella UE. Se dunque la Scozia nel frattempo fosse diventata una nazione indipendente, al referendum verrebbero a mancare i voti degli scozzesi, in maggioranza europeisti, e quindi molto probabilmente l'Inghilterra si sgancerebbe dall'Europa. Beh, verrebbe da dire (se si fosse scozzesi): grazie tante! Convincete gli inglesi a rimanere in Europa, non prendetevela con noi che invece vogliamo entrarci (da scozzesi).

Per lo stesso motivo colpisce anche l'altolà che l'Europa ha pronunciato agli indipendentisti. Ora: l'Europa in questi anni si è allargata senza tanti complimenti a tutti i paesi dell'Est, fino alla Bulgaria e alle Repubbliche Baltiche, cioè praticamente fino alle soglie della Russia. Ha accolto anche due realtà nate proprio da una separazione (pacifica, esattamente come quella che avverrebbe se al referendum in corso in Scozia prevalessero i sì), quella che ha posto fine alla Cecoslovacchia facendo nascere al suo posto la Repubblica Ceca e la Slovacchia, entrambi oggi nella UE. Però, adesso quella stessa Europa si prepara a dire di no ad un eventuale ingresso della Scozia indipendente. Non è una cosa che fa un po' ribollire il sangue? La ragione è forse che gli scozzesi sono meno europei dei bulgari o dei lituani? No, la ragione è semplicemente che l'Inghilterra (che pure è euroscettica e che oltretutto non ha mai adottato l'euro) voterebbe no all'ingresso della Scozia nella UE, e lo stesso farebbe la Spagna temendo che l'esempio scozzese attizzi ulteriormente il separatismo catalano (come si vede, un'altra ragione che non ha nulla a che fare con la questione scozzese, che ha le sue specificità storiche, politiche ed economiche).

Infine, c'è chi arbitrariamente accosta gli scozzesi ai leghisti nostrani e in generale ai micronazionalismi che riemergono qui e là in tutto il Vecchio Continente. Di nuovo, rifiutando di considerare la natura specifica delle rivendicazioni degli scozzesi. Allora vediamole. Partiamo da due punti secondari dell'eventuale "programma" di una Scozia indipendente: maggiore apertura all'immigrazione e no agli armamenti nucleari sul suo territorio. Beh, il primo punto basta e avanza ad allontanare dagli scozzesi qualsiasi ombra "leghista". Il secondo farà molto piacere a quanti, come il sottoscritto, pensano che di sottomarini nucleari, come i quattro che l'Inghilterra tiene nella base scozzese di Faslane, la Scozia e il mondo con lei potrebbero fare volentieri a meno.

E allora, in definitiva, cosa vogliono gli scozzesi? Vogliono gestire in prima persona le proprie risorse, in particolare i proventi dell'estrazione del petrolio del mare del Nord. E per farne cosa? Per rafforzare il loro stato sociale, e in particolare per mettere al sicuro la loro sanità pubblica dalle privatizzazioni che stanno avanzando nel Regno Unito. Un programma, insomma, "di sinistra", pur se portato avanti da un partito diverso rispetto a quello che tradizionalmente incarna la sinistra nel Regno Unito (quello laburista, contrario all'indipendenza sia in Inghilterra che in Scozia). Un programma che non ha molto a che vedere con il folclore, con "Bravehart" e così via.

Ora, lo dico esplicitamente: io penso che l'Europa non abbia bisogno di nuovi confini e di nuovi stati. Penso che questioni come questa dovrebbero essere risolte contemporaneamente con la concessione di ampie autonomie territoriali ("negoziazione" è una parola migliore di concessione), e con la crescita della stessa Unione. Insomma, con un mix di federalismo, di decentramento politico-amministrativo, e di governo sovranazionale. In questo e solo in questo sono d'accordo con Letta: un esempio come quello dell'Autonomia speciale del Trentino Alto Adige (autonomia che fra l'altro consente ai due territori di gestire il 90% circa delle proprie entrate fiscali), dovrebbe valere anche per altri contenziosi, come appunto quello scozzese.

Solo che, mi pare, Londra si è mossa tardi, troppo tardi. Ha senso, alla vigilia del voto, fare promesse? Nessun governo centrale, specie se accentratore come quello britannico, cede volentieri quote di potere ai territori. Ma se ha intenzione di intavolare una trattativa seria, lo fa per tempo, non all'ultimo istante e sotto la minaccia di una secessione.

Mentre scrivo questo articolo non so se l'esito del referendum sarà un "sì" o un "no". So però una cosa: che il Regno Unito complessivamente inteso ne uscirà piuttosto ammaccato, se la percentuale dei "sì" sarà significativa (come dicono i sondaggi).

E ora vado a fare le valigie. Il post-referendum ad Edimburgo non me lo voglio perdere.

 

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