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Hong Kong, frontiera di libertà. Ma la Cina paga e pretende

29.9.14 Hong Kong protest near Tamar. Foto: Citobun - Own work. Licensed under Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 via Wikimedia Commons

29.9.14 Hong Kong protest near Tamar. Foto: Citobun - Own work. Licensed under Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 via Wikimedia Commons

Da mesi ormai vanno avanti proteste e agitazioni contro un regime cinese che sempre di più cerca di condizionare Hong Kong, uno dei centri finanziari internazionali più importanti del mondo. Tensioni che preoccupano gli investitori cui interessa solo continuare a fare affari

 

Colonia dell’Impero britannico dopo la prima guerra dell’oppio del 1839, “Porto profumato”, questo il nome letterale di Hong Kong, il 1 luglio 1997 è stata restituita alla Cina. Quei poco più di mille chilometri quadrati sono una delle aree più densamente popolate del mondo, oltre sette milioni di persone, il 95 per cento, sono di etnia Han cinese.

Gli accordi firmati tra Londra e Pechino prevedono che Hong Kong resti una delle basi finanziarie più importanti del mondo, e siano garantite, per almeno cinquant’anni, le libertà fondamentali; in base alla formula “un paese, due sistemi”, a Hong Kong si consente di avere un suo sistema legislativo di impronta anglosassone, e di poter godere di maggiori libertà civili rispetto alla Cina continentale.

Ma l’attuale leadership di Pechino ora vuole che alle prossime elezioni del 2017 il primo ministro sia eletto da una sorta di comitato di grandi elettori, in gran parte controllato dal partito. Ed è scoppiata la rivolta, prima giovanile e studentesca, poi sono scesi in campo anche i padri e i nonni; e si tratta della visiva richiesta di libertà e democrazia più importante, dopo quella, storica, di piazza Tien An Men. Nel giugno scorso ha avuto luogo un referendum cui hanno partecipato 800.000 persone: per Pechino è un referendum illegale, e privo di valore. Ora finalmente il mondo sembra accorgersi di quel che accade in quella parte di mondo.

È naturale che sia ancora vivo il ricordo di quello che era Hong Kong quand’era colonia britannica, e che questo “ricordo” si coniughi con il “fastidio” che a Hong Kong si nutre nei confronti dei cinesi. È una rivalità, un “fastidio” alla base di molte delle tensioni attuali. C’è però anche un’altra faccia del problema. Hong Kong è uno dei centri finanziari internazionali più importanti del mondo, caratterizzato da bassa imposizione fiscale e dal libero scambio. Per dire: il dollaro di Hong Kong, è l'ottava valuta più scambiata al mondo. La mancanza di spazio e il crescente numero di abitanti, ne fanno la città più verticale al mondo, ai primi posti delle classifiche internazionali per quel che riguarda libertà economica, competitività finanziaria, corruzione; il reddito pro-capite è tra i più elevati, e può vantare una delle più lunghe aspettative di vita al mondo.

Un paradiso, a prima vista; eppure sono mesi che si susseguono proteste e manifestazioni. Tensioni che preoccupano la comunità finanziaria, che pur di continuare a fare gli affari di sempre è disposta ad accettare i condizionamenti e i diktat di Pechino. Ed è su questa dualità che si gioca la partita. A cosa sia sensibile l’Occidente e il mondo “libero” lo si può intuire. Il denaro non solo non ha odore, non ha neppure colore (politico); e in quanto a spregiudicatezza e determinazione, è sufficiente vedere di cosa è capace la Cina in Africa e in Sud America.

 

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