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O si riforma il sistema internazionale o sarà il caos

Benché si debba condividere l’azione in corso contro il sanguinario autoproclamato stato islamico, occorre consapevolezza che i fenomeni in bilico tra fanatismo e religiosità, dalla sola repressione violenta in genere guadagnano, allargando il consenso nelle masse e impadronendosi delle fonti economico-finanziarie di sostegno

 L’offensiva aerea avviata dalla coalizione internazionale contro Isis, insieme allo schieramento di forze turche di terra alla frontiera araba, significa l’ulteriore allungamento della già cospicua lista di conflitti armati a bassa possibilità di soluzione. Si ha consapevolezza che il sistema internazionale non sappia più garantire, con gli strumenti di cui dispone, il quadro di pace e stabilità.

Occorre intervenire su questi strumenti per innovarli. Non averlo fatto nell’occasione storica della fine del comunismo internazionale, è stato un errore che stiamo ancora pagando, e la crisi russo-ucraina sta lì a testimoniarlo. Va peraltro constatato che niente fa immaginare che vi sia, all’interno delle diplomazie che contano, la disponibilità a mettere mano alla revisione sistemica. Il che costituisce ulteriore ragione per avanzare qualche considerazione, di carattere politico ed etico, a supporto della posizione revisionista.

L’evidenza  delle incapacità Onu nel Crisis management, chiede agli stati di lavorare alla riforma dell’organizzazione universale che si sono dati alla fine della Seconda guerra. Sono sorte potenze nuove, ci sono aggregazioni regionali che dovrebbero contare nei processi decisionali delle Nazioni Unite. Al tempo stesso il meccanismo del veto, al Consiglio di sicurezza, si è rivelato paralizzante e quindi bisognoso di una regolazione che ne attutisca l’assolutezza.

Il mondo arabo e quello di religione islamica stanno ponendo alla comunità internazionale sfide inattese, alle quali non può darsi risposta soltanto militare. Benché si debba condividere l’azione in corso contro il sanguinario autoproclamato stato islamico, occorre consapevolezza che i fenomeni in bilico tra fanatismo e religiosità, dalla sola repressione violenta in genere guadagnano, allargando il consenso nelle masse e impadronendosi delle fonti economico-finanziarie di sostegno (e infatti Isis composto all’inizio da qualche decina di migliaia di militanti armati si è ora rafforzata  anche territorialmente), a cominciare da quelle energetiche. Quando serve, la mano forte va usata, ma ricordando che la nostra civiltà liberale, per confermarsi tale, dovrà sempre pagare pedaggio alle norme e alla cultura del diritto internazionale. Da qui il goffo tentativo di Obama di mascherare la natura dell’intervento repressivo statunitense con una motivazione formalmente ineccepibile. Resta la difficoltà di reperire meccanismi legali e non unilaterali, capaci di rispondere alle minacce di tipo nuovo arrecate alla stabilità del sistema internazionale.

L’inconsistenza della politica estera e di sicurezza della Ue, indebolisce l’Unione, ma anche la comunità internazionale che di una forte Unione europea avrebbe bisogno per stemperare molti conflitti, a cominciare da quello tra Israele e vicini arabi. Se l’Ue avesse portato avanti i contenuti della Carta di Barcellona del 1995, ci saremmo probabilmente risparmiati molti sovvertimenti e lutti nel Mediterraneo. Serve come non mai una politica specifica del Mediterraneo che includa, oltre a sviluppo e migrazioni, forme di monitoraggio e assistenza alla formazione militare e di polizia. Auspicabile che nel nuovo incarico, l’italiana Mogherini non dimentichi l’attenzione al nostro mare.

Alla luce dei pochi casi richiamati, si conferma la necessità di aggiornare i meccanismi che governano la politica internazionale. L’Italia, impaniata nei guai interni e indebolita dalla lunga recessione, non potrà compiere investimenti importanti, ma potrà sempre dare il contributo politico basato sulla coerenza di decenni di politica europeista e in difesa dei valori umani. 

 

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