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I cristiani dell’Iraq e della Siria implorano la comunità internazionale di salvarli dall’ISIL

Alcune voci dal Palazzo di Vetro dell'ONU che hanno a cuore la questione dei cristiani in Iraq e in Siria vittime dell'ISIL, fanno il bilancio di quello che rischia di diventare un genocidio. Abbiamo raccolto le dichiarazioni di Mark Arabo e Afaf Konja

Dopo un'estate di fuoco per i cristiani del Medio Oriente, uccisi in 3500 per mano dell'ISIL (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante o anche ISIS), l'autunno spinge le Nazioni Unite a intervenire.

Mark Arabo, Portavoce nazionale della comunità caldea, una delle minoranze perseguitate dall'ISIL, e rappresentante del Minority Humanitarian Foundation che ha recentemente partecipato ad un incontro organizzato dall'UNCA (l'Associazione dei corrispondenti dell'ONU) ritiene che ancora oggi le cose non sono cambiate. “La condizione attuale in cui vivono le minoranze religiose in Iraq è infernale. C'è poca sicurezza e protezione nel paese, perchè a questi gruppi mancano i beni di prima necessità per sopravvvivere”.

Dopo il lutto, restano i sopravvissuti, di cui, Mark Arabo assicura, si sta occupando. “Ci stiamo attivando con azioni adeguate per salvare i sopravvissuti sfollati. I nostri sforzi sono tesi a far sì che nazioni come Francia, Canada e Australia spalanchino loro le porte per concedere l'asilo politico. È un mio dovere morale assicurarmi che gli Stati Uniti aprano menti, cuori e porte alle vittime di questo genocidio”.

La gravità della situazione ha spinto perfino il Segretario di Stato della Santa Sede Cardinale Pietro Parolin a parlare della necessità di un’azione multilaterale e un uso proporzionato della forza”, durante il suo intervento all'Assemblea Generale dell'Onu. E ha aggiunto che le Nazioni Unite possono dispiegare la forza multilaterale necessaria per sconfiggere il terrorismo.

Dello stesso avviso sembra essere Mark Arabo, per il quale “la sfida di liberare il mondo dall'ISIL non dipende da un solo paese o forza, ma è il risultato dello sforzo comune della comunità internazionale. Alle azioni di genocidio compiute dall' ISIL si devono dare risposte di giustizia su scala internazionale. Solo quando saremo uniti potremo mettere fine al terrore compiuto contro le minoranze religiose dell'Iraq”.

Anche Afaf Konja, giornalista americana, già portavoce del Presidente dell'Assemblea Generale dell'ONU, è d'accordo. Konja, nata in Iraq da famiglia cristiana, ritiene che “la comunità internazionale non può continuare a fare niente e guardare la selvaggia brutalità che continua contro famiglie e comunità innocenti”.

In ballo non ci sono solo equilibri mondiali, ma la sopravvivenza di popoli e culture che rischiano di scomparire dalla terra.

“Ci sono le popolazioni locali dell'Iraq, – ha spiegato Afaf – Caldei, Assiri, Yezidi, tra gli altri, che portano con sè un mix di cultura, musica, storia, fede, le origini dei sistemi educativi, incluse geometria e legge, cosiccome i loro ricchi riti tradizionali”.

Come gruppi terroristi come l'ISIL abbiano potuto prendere il sopravvento Afaf Konja lo spiega così: “L'ISIL non avrebbe avuto un'opportunità di formarsi o ancora meno radicarsi, senza un territorio fertile. I gruppi terroristici possono solo prosperare in aree deboli e instabili e possono solo crescere se a loro è permesso di fiorire”.

Il problema resta, ma alcuni lamentano la scarsa attenzione mediatica e politica.

Come il Premier italiano Matteo Renzi che nel suo discorso all'Assemblea generale dell'ONU della settimana scorsa ha ricordato il dramma dei cristiani: “Mai come in questo periodo tanti cristiani sono stati uccisi in ragione della loro fede. E mai come in questo periodo emerge una sottovalutazione di questo, che è un autentico dramma del nostro tempo”. Un dramma che ogni paese affronta in maniera diversa, con il rischio che ognuno decida cosa sia più grave e cosa meno e che l'ISIL venga ancora una volta sottovalutato.

Alla fine, sembra che i cristiani dell'Iraq e della Siria temano che non sia chiaro chi sia il nemico numero uno in questo momento: “La mia paura è che gran parte della coalizione che si è schierata dalla parte degli Stati Uniti per gli attacchi aerei contro la Siria" dice Konja,  "è più pronta a rovesciare il regime di Assad che a combattere l'ISIL. Non voglio giustificare il regime di Assad, che come Saddam non era un buon leader. Ma sono stati leader tanto diversi da Bush padre e figlio? L'unica differenza è stata l'approccio, ma il risultato è ancora una volta la morte di persone innocenti, senza nessun rimorso. Quindi dobbiamo aspettarci ancora tanta instabilità per il Medio Oriente. Ma perchè?".

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