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L’Ebola visto dal Ghana. Come il paese africano sta affrontando l’emergenza

Il campo rifugiati di Buduburam che già nel 2005 ospitava più di 40,000 rifugiati dalla Liberia

Il campo rifugiati di Buduburam che già nel 2005 ospitava più di 40,000 rifugiati dalla Liberia

I controlli sembrano attuati con la massima efficienza, ma nella popolazione resta la paura. Sulle pagine dei giornali appaiono titoli allarmistici e c'è chi è convinto che il governo non sia in grado di affrontare la situazione e chi si affida a dio

 

Solo falsi allarmi finora, ma in Ghana la paura che l’Ebola attraversi silenziosamente i confini cresce ogni giorno di più. Il presidente John Dramani Mahama ha approfittato la settimana scorsa di una cerimonia diplomatica per esortare l’UE, attraverso William Hanna, capo della delegazione europea presente all’incontro, a fornire ogni aiuto necessario per contribuire a tenere lontano il rischio di una diffusione in un Paese che, fino a questo momento, è riuscito a tenere la situazione sotto controllo. Probabilmente, anche grazie alla decisione, all’inizio di agosto – primi in assoluto – di vietare gli atterraggi di voli provenienti da Sierra Leone, Liberia, Guinea. L’"asetticità" del territorio ghanese ha spinto l’ONU a scegliere Accra, la capitale, come sede dell’United Nation Mission on Ebola Emergency Response (UNMEER). E una delle prime misure garantite dalla mediazione dello statunitense Anthony Banbury, a capo della missione, è il ponte aereo che consentirà di inviare personale, medicinali, veicoli e altro materiale ai Paesi più colpiti. Ma Banbury, né nel suo esordio ad Accra né nella relazione all’ONU seguita ai primi sopralluoghi nei Paesi del West Africa dove il virus continua ad espandersi, ha nascosto quanto la situazione stia diventando ogni giorno più drammatica. 

E se i controlli messi in atto all’aeroporto internazionale Kotoka sembrano attuati con la massima efficienza – tanto da essere stati lodati dallo stesso capo della missione ONU – rimane nella popolazione il sospetto che il virus possa facilmente entrare per altre vie. 

Sulle pagine o sui siti on line dei giornali locali compaiono titoli allarmistici e dichiarazioni in  video di personaggi noti, compresi esponenti politici. Come quello di Paa Kwesi Nduom, esponente di spicco del Progressive People's Party che fu candidato alle presidenziali del 2012 e che dice: “Siamo assolutamente impreparati. Il Ghana non è in grado di affrontare l’Ebola se questa dovesse diffondersi nel nostro Paese”. E si punta anche il dito contro specifici veicoli di trasmissione: “Siamo a rischio di contrarre l’Ebola contro i nomadi fulani?” Si domanda una giornalista in un editoriale. Nella capitale convergono ogni giorno persone provenienti da Niger, Nigeria e altri Paesi dell’Africa occidentale in cerca di una sorte migliore. Viaggiano di solito attraversando i confini via terra o, addirittura, eludendo tali barriere e quindi eventuali controlli. Impossibile stabilire le loro rotte anche perché spesso si tratta di persone che non si fermano a lungo in una città. 

In particolare si temono i contatti con il Buduburam camp, un campo rifugiati aperto dall’UNHCR nel 1990 per accogliere i profughi che scappavano dalla guerra civile in Liberia e mai più smantellato malgrado le numerose denunce dello stato di criminalità e promiscuità sanitaria. Il campo, che si trova a soli 44 chilometri da Accra non è sottoposto a particolari controlli e non è escluso il rischio che parenti e conoscenti dalla Liberia tentino di raggiungere questo luogo, come è stato più volte sottolineato dalla stampa locale. 

Più che la campagna ufficiale del Governo, un pamphlet Ebola, what to do, diffuso sui media locali, qui vale il passaggio di informazioni da persona a persona. Badu Sarkodie, Coordinatore nazionale del team di prevenzione e risposta all’Ebola ricorda: “In Ghana non c’è stato finora nessun caso e ogni misura possibile è stata presa per arginare l’epidemia qui da noi”. Ma intanto la popolazione è divisa tra chi risponde deciso “Ebola non arriverà qui”, chi dice “non ci resta che affidarci a Dio” e chi – come Seth Mensah, studente all’Università di Legon – afferma: “Il nostro Governo non è in grado di risolvere altre questioni che da mesi stiamo sollecitando scendendo in piazza: l’aumento periodico della benzina e dei trasporti, la mancanza continua di corrente elettrica, la carenza di lavoro, una situazione sanitaria critica, vedi le continue epidemie di colera, figuriamoci dunque un’emergenza di tale portata. Ecco perché chiede continuamente aiuti alla comunità internazionale”.

Secondo l’ultimo report del WHO finora ci sarebbero stati 8.399 casi di ebola, tra accertati, probabili e sospetti. I morti sono, ad oggi, 4.033. 

 

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