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L’ONU da ragione a Orwell: liberi di sorvegliarci, dove è finita la nostra privacy?

A sinistra, Il Rappresentante speciale per la promozione e la protezione dei diritti umani nel contrasto al terrorismo Ben Emmerson

A sinistra, Il Rappresentante speciale per la promozione e la protezione dei diritti umani nel contrasto al terrorismo Ben Emmerson

Qual è il limite tra le necessità dello stato e le libertà del cittadino, tra la sicurezza e la privacy? Forse l'unico a poter rispondere è lo scrittore George Orwell che nel suo romanzo 1984 disegnava il mondo raccontato in questi giorni dagli esperti dei diritti umani all'Onu, durante i lavori della Terza Commissione all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

 

Quando si dice “orwelliano” non si pensa più a un libro, né a uno scrittore, ma a una realtà che da immaginaria sta diventando sempre più concreta. L'autore inglese che ha rappresentato le sue paure sulla società nel libro “1984” è diventato il simbolo della nuova realtà in cui, con minore o maggiore consapevolezza, l' umanità si rispecchia. Preoccupati di essere al centro di un Grande Fratello non più letterario, sono anche gli esperti in diritti umani della Terza Commissione dell'Assemblea Generale dell'ONU che hanno presentato al Palazzo di Vetro tre rapporti sul limite tra la libertà dello stato e quella dell' individuo nell'era del digitale.

Qual è il limite delle due libertà e chi lo stabilisce sono questioni su cui gli esperti in diritti umani dell'ONU si sono interrogati durante tre conferenze stampa sul fenomeno delle persone scomparse, sulle violazioni della privacy nell'era del digitale e sull'uso di strumenti tecnologici per motivi di sicurezza.

In un contesto in cui qualsiasi cittadino viene sorvegliato nelle sue comunicazioni personali e nella sua vita privata senza che sia indiziato di qualche reato particolare, risulta chiaro che tra i due diritti, quello alla sicurezza e quello alla privacy si è scelto di far prevalere il primo.

Il sospetto orwelliano è diventato realtà e il Rappresentante speciale per la promozione e la protezione dei diritti umani nel contrasto al terrorismo Ben Emmerson, ha deciso di alzare la voce dei diritti umani. Lo ha fatto in conferenza stampa ricordando che "gli stati devono confrontarsi direttamente con il fatto che i programmi di sorveglianza di massa sono in contrasto con il diritto alla privacy su internet”.

È nella natura stessa delle misure di sorveglianza, o meglio nella loro applicazione, che risiede il problema. Per Emmerson “le misure che interferiscono con il diritto alla privacy devono essere autorizzate da accessibili e precise leggi nazionali che ne legittimano l'uso, solo se proporzionato e necessario. L'utilizzo degli strumenti dev'essere proporzionato alla gravità reato che uno pensa di cercare” .

Non è quindi possibile indagare e sorvegliare un normale cittadino come fosse un criminale. Se la sicurezza ha un peso nell'attuale politica degli stati occidentali, allora questo deve essere misurato sulla base della privacy che va a compromettere.

Se il pericolo alla sicurezza nazionale è particolarmente elevato, la violazione della privacy deve essere comunque “giustificata in maniera dettagliata e con delle motivazioni precise”. Emmerson ha spiegato che è giunta l'ora di istitutire “organismi di controllo forti e indipendenti che devono compiere accertamenti prima che i programmi di sorveglianza vengano messi in atto”.

Il terrorismo può essere un motivo valido, ma non sufficiente per violare la privacy. Nel rapporto sulla protezione e promozione dei diritti umani nel constrasto al terrorismo, il Rappresentante speciale ha ammesso che la lotta contro il terrorismo resta una priorità e che può, il linea di proncipio, “formare la base di una discutibile giustificazione per la sorveglianza di massa su internet”, sottolineando come l'enorme accesso tecnologico resta “indiscriminatamente corrosivo della privacy online" e viola la “vera essenza del diritto alla privacy”.

Resta l'interrogativo di Emmerson: “Come possiamo essere società democratiche se accettiamo la completa abolizione del diritti alla comunicazione privata per combattere il terrorismo?”

Come nel sistema delle informazioni anche in quello dell'uso della forza, le società contemporanee sembrano privilegiare il diritto alla sicurezza sui diritti umani.

Heynes

Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie Christof Heyns

A dirlo è il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie Christof Heyns, che nel presentare il suo rapporto sull'uso dei droni ha sottolineato come questi strumenti meccanizzati, controllati dall'uomo a distanza, “possono a malapena fare quello che i poliziotti dovrebbero fare”, cioè usare la minore forza richiesta dalle circostanze e assistere coloro che hanno bisogno di aiuto. Il rischio è la depersonalizzazione dell'uso della forza e la conseguente violazione dei diritti umani.

Non sono piu i poliziotti ma i computer a decidere quando intervenire con la forza. E allora, chi si nasconde dietro un drone nel momento in cui vengono compiute delle azioni di forza? Nessuno. “La diminuizione del coinvolgimento personale della polizia nelle azioni di forza pone il problema di chi sia la responsabilità nel caso qualcosa non vada per il verso giusto”, ha spiegato Heyns. Numerosi sono i casi ricordati dall'esperto in cui le persone sono state uccise o ferite gravemente a causa dell'uso improprio di armi considerate meno letali.

Minimizzare l'uso della forza non è un obiettivo che rientra sicuramente nelle politiche dei paesi che praticano ancora oggi la pena di morte. Nonostante molti paesi si siano mossi verso la sua abolizione, ci sono paesi che pur avendola sospesa hanno rispreso a compiere esecuzioni capitali.

“Se le esecuzioni erano state sospese per un lungo periodo, non si capisce come le autorità possano giusitificare il ritorno alla pena capitale in un determinato momento o per alcuni specifici prigionieri”.

Heyns ha esortato, infine, l'Assemblea Generale a mettere in atto azioni in vista della risoluzione sulla pena di morte prevista per dicembre, definendola “un'opportunità per gli stati di porre fine a un tipo di punizione che non appartiene alle era moderna”.

Persone scomparse

il Presidente del gruppo di lavoro sulle scomparse forzate e involontarie Ariel Dulitzky e iIl Presidente della Commissione sulle scomparse forzate Emmanuel Decaux

Ci sono persone che scompaiono in esecuzioni capitali, in alcuni stati ancora legittime e pubbliche. Altre invece vanno via nel silenzio e nell'ombra di pene di morte emesse da tribunali sconosciuti. Si tratta delle scomparse forzate, tema affrontato dal Presidente del gruppo di lavoro sulle scomparse forzate e involontarie Ariel Dulitzky e dal Presidente della Commissione sulle scomparse forzate Emmanuel Decaux.

I due esperti di diritti umani hanno spiegato che negli ultimi 18 mesi, sono scomparse nel mondo oltre 3 mila persone in 18 nazioni. Casi che sono ancora rimasti irrisolti come lo sono anche gli altri 90 registrati solo l'anno scorso.

Numeri che raccontano solo in parte il fenomeno. “Uno dei problemi fondamentali è la difficolta di documentare questi casi e per questo il numero dei casi che abbbiamo non è completo”, ha detto il presidente della Commissione Decaux.

Ci sono familiari che aspettano che i propri cari tornino a casa da anni. È il caso dei desasparecidos scomparsi durante la guerra civile spagnola. Sono ancora oggi più di cento. Il problema delle persone scomparse ha interessato anche il Messico. Il 27 settembre duri gli scontri tra gli studenti e la polizia di Iguala hanno lasciato a terra 6 persone e ferito altre 17. Il giorno dopo 43 studenti sono misteriosamente scomparsi.

Non sono più tornate a casa altre persone in Serbia, Montenegro, e Bosnia Erzegovina. “Andremo nei Balcani a giugno per fare delle visite – ha detto Dulitzky – Abbiamo intenzione di visitare paesi come Bangladesh, Cina, India, Indonesia, Kenia, Nicaragua, Sudan, Siria”.

I due esperti di diritti umani hanno sottolineato più volte che “è necessario che gli stati prendano misure forti e specifiche per prevenire e punire questi atti e proteggere tutti coloro che sono coinvolti nella ricerca delle persone scomparse”.

Lavorare con gli stati nei quali ci sono casi di persone scomparse, non è sempre facile per il gruppo di lavoro presieduto da Dulitzky: “Spesso le nazioni non rispondono alle nostre richieste di chiarimenti o danno risposte poco esaustive” – lamenta il presidente – “tutti gli archivi che contengo informazioni utili per risolvere casi di persone scomparse dovrebbero essere aperti al pubblico”.

Anche in questo caso come per la violazione della privacy su internet e per l'uso della forza tecnologizzata, il confine tra la libertà dello stato e dell'individuo è sempre più lasciato alla crescente prevalere del primo sul secondo.

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