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L’espansionismo di Boko Haram in Nigeria, la sorte delle ragazze rapite e l’incerto futuro del paese più popoloso d’Africa

Le ragazze rapite da Boko Haram

Le ragazze rapite da Boko Haram

Per saperne di più su origini e obiettivi in Nigeria del gruppo islamista Boko Haram, abbiamo intervistato Tolu Ogunlesi, giornalista nigeriano, direttore della sezione Africa Occidentale di The Africa Report: "La guerra del terrore non deve essere solo intesa come eliminazione di gruppi terroristici ma come una conquista dei cuori e delle menti della gente" 

 

“Le ragazze rapite da Boko Haram sono solo una tra le tante storie e news presenti sui nostri quotidiani e tv, e man mano che si entra nel vivo della campagna elettorale il focus è sui partiti politici e i rappresentanti di questa tornata elettorale”. La Voce di New York ha scambiato una lunga chiacchierata con Tolu Ogunlesi, giornalista nigeriano, direttore della sezione Africa Occidentale di The Africa Report. Ongulesi, che ha ricevuto due volte il premio Multichoice African Journalism Awards della CNN, segue da tempo le vicende del gruppo terroristico nigeriano. 

Nato agli inizi del 2000 come movimento islamico ultra conservatore costituito per lo più da studenti, e con la leadership del carismatico fondatore, Mohamed Yusuf, Boko Haram si è trasformato negli anni in un movimento con “aspirazioni politiche” ed espansionistiche nel Nord del Paese a maggioranza musulmana. Il movimento ha cominciato presto ad usare la rabbia e la voglia di riscatto di un Nord povero e con mancanza di opportunità e che da tempo lamenta la tirannia dell’élite politica e culturale, spesso di formazione occidentale. Dice molto il nome scelto. Nel linguaggio Hausa, Boko Haram significa proprio questo: l’educazione occidentale è proibita (o anche, ingannevole). 

Le azioni violente del gruppo si sono manifestate in un crescendo e secondo gli osservatori un momento di frattura è stato, nel 2009, la cattura e l’uccisione di Yusuf. Dopo pochi giorni dall’accaduto il gruppo inviò al mondo intero una dichiarazione ufficiale – firmata da Mallam Sanni Umaru, nuovo leader – in cui veniva proclamata la Jihad per islamizzare la Nigeria e imporre la Sharia. I contatti con Al Qaeda e l’aderenza al Movimento venivano apertamente dichiarati e ci sono prove a sufficienza di contatti con il Maghreb islamico e Al-Shabab in Somalia, sia in termini  di addestramento sul campo che nella fornitura di armi. 

Il rapimento di 276 studentesse in una scuola secondaria dello Stato del Borno  e le continue violenze a danno dei civili dello stesso Nord del Paese, avrebbero provocato una certa freddezza nei confronti di Boko Haram, non ci sono stati infatti reazioni di sostegno di militanti di altre aree nei confronti di questi atti. Del resto, Boko Haram rimane un gruppo che agisce a livello locale e le cui azioni rimangono circoscritte. Intanto le ragazze restano nelle mani del movimento estremista. L’annuncio del Governo di un cessate il fuoco del 17 ottobre scorso, è stato contraddetto dall’attuale leader del gruppo estremista, Abubakar Shekau, che ha affermato: “da questa guerra non si torna indietro” ed ha fatto sapere che “tutte le ragazze sono state convertite all’Islam e sono ora sposate con i membri del movimento”.

Quando chiediamo a Ogunlesi cosa stia concretamente facendo il Governo nigeriano per riportare a casa le ragazze, sembra tirare un sospiro mentre dice: “Vorrei poter rispondere a questa domanda…”

Tolu

Tolu Ogunlesi

 

L’esercito nigeriano sta cercando le ragazze rapite?

Il Governo continua a dirci e a insistere che i militari sono impegnati su tutti i fronti….

L’attenzione pubblica verso le ragazze è ancora alta o è sfumata?

Ci sono proteste e rally praticamente tutti i giorni sia nella capitale Abuja, sia – occasionalmente – a Lagos. Le manifestazioni sono organizzate dal movimento  Bring Back Our Girls nato all’indomani del rapimento, dai gruppi attivisti nigeriani per fare pressione sul Governo.

Molti analisti – e anche lei nei suoi articoli – affermano che Boko Haram durante gli anni ha cambiato faccia e strategia. Cosa vuol dire?

A un certo punto – direi a metà di quest’anno – Boko Haram si è trasformato da un gruppo terroristico che lanciava attacchi sporadici da nascondigli di montagna, in una sorta di esercito invasore convenzionale, in grado di prendere il potere e controllare intere città e di contrastare sul campo l’esercito nigeriano.

Quando il gruppo fu creato il suo scopo era combattere la corruzione diffusa nel Paese e stabilire giustizia ed eguaglianza tra i cittadini di religione islamica e quelli di religione cristiana. È proprio così? E quando questo movimento ha cominciato ad agire e a pensare in modo radicale ed estremista?

Agli inizi l’intento di Boko Haram era soprattutto implementare un’applicazione più rigorosa della legge islamica nel Nord del Paese. Ma ha sempre avuto inclinazioni radicali (infatti c’erano stati un paio di scontri violenti già prima del 2009).  Le cose sono però effettivamente cambiate dopo lo scontro terribilmente violento con la polizia e i militari a fine luglio 2009, quando il leader Mohammed Yusuf è stato arrestato ed è morto mentre era in custodia della polizia. In quell’occasione morirono un migliaio di aderenti all’organizzazione. Quando poi essa riemerse sotto la leadership di Abu Shekau, braccio destro di Yusuf, sono cominciati una serie di attentati e vari attacchi rivolti per lo più a obiettivi di Governo e paramilitari.

Molti esperti affermano che Boko Haram non può essere sconfitto sul campo di battaglia e il modo di risolvere il problema è una combinazione di rafforzamento delle leggi, sforzi politici in direzione dello sviluppo di certe aree del Paese, ma anche impegno militare. Insomma il Governo nigeriano dovrebbe fare di più nel settore dell’educazione, dell’assistenza sanitaria e di altri servizi nel Nord del Paese, compreso garantire posti in Parlamento a personalità musulmane che hanno guadagnato il rispetto della popolazione.

Tutto questo è vero. Se non ci sarà una combinazione di elementi: politici e militari, a breve, medio e lungo termine la crisi non si risolverà. La guerra del terrore non deve essere solo intesa come eliminazione di gruppi terroristici ma come una conquista dei cuori e delle menti della gente – specialmente giovani – che potrebbero facilmente essere strumentalizzati e ingaggiati dai gruppi terroristici.

Funzionari della sicurezza in Nigeria e in  Paesi occidentali hanno espresso preoccupazione per una sorta di divisione in due del gruppo: da un lato, chi è focalizzato sulla risoluzione dei problemi sociali e del malcontento e dall’altro chi è alla ricerca dell’espansione territoriale.  

Boko Haram è sempre stata un’organizzazione decentralizzata e divisa in fazioni. In realtà è più simile a un franchising a causa del variegato cast di attori che sono spinti da differenti motivazioni e caratteristiche: criminalità, politica, religione. Sono sicuro che ci sono più di due fazioni e che alcune azioni attribuite a Boko Haram in realtà non hanno niente a che fare con questo movimento. 

Nel maggio 2013 il presidente Jonathan Goodluck ha dichiarato lo stato di emergenza nei tre Stati del Nord Est del Paese dove la presenza di Boko Haram è massiccia. Com’è la situazione adesso? 

Lo stato di emergenza è ancora in atto, ma non è totale. Nel senso che i governatori e i vari governi rispondono ancora allo Stato centrale. La situazione al Nord è comunque terribile, le attività agricole sono in crisi e c’è il grande problema degli sfollati nello Stato del Borno.

Dalle notizie in suo possesso, ci sono affiliazioni e legami tra Boko Haram e ISIS?

No, non credo, e non sono al corrente che ci siano. 

Nel 2015 in Nigeria sono in programma le elezioni generali. Violenza, omicidi, rapimenti, instabilità… possono condizionare la tornata elettorale?

Le azioni di Boko Haram che potrebbero influenzare le elezioni sono, per esempio, la presa del potere in città del Nord Est. Questo provocherebbe incertezza sulla possibilità di andare al voto in quelle aree.

Crede che le prossime elezioni saranno un test per il Governo di dimostrare di essere in grado di gestire l’instabilità del Paese e di mostrare al mondo che non si sta andando verso un periodo ancora più tumultuoso?

In un certo senso sì. Molti occhi sono puntati sulla Nigeria, su come gestirà questa tornata elettorale e la crisi nel Nord del Paese. Intanto la campagna elettorale si sta riscaldando e i politici e partiti sono già in compenzione per vincere.

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