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Inaspettatamente in Africa, trionfa la volontà del popolo del Burkina Faso

Me Bénéwendé Sankara, presidente del partito Unione per la rinascita del movimento sankarista

Me Bénéwendé Sankara, presidente del partito Unione per la rinascita del movimento sankarista

Dopo le manifestazioni di piazza che hanno provocato la fuga del dittatore sponsorizzato dall'Occidente Blaise Compaorè, La VOCE intervista uno dei capi dell'opposizione Me Bénéwendé Sankara: "L’esempio del Burkina Faso potrà servire da lezione: un popolo che, a mani nude, dice no a un dittatore. Un esercito che sposa la causa del suo popolo e che rifiuta di sparargli contro. Un dittatore che scappa e una nuova era che comincia"

 

Se la dinamica storica è fatta anche da eventi inaspettati, quello che è accaduto in Burkina Faso ne è un esempio. Inaspettata – che non vuol dire imprevedibile – è stata la sollevazione popolare per impedire a Blaise Compaoré un colpo di mano per ricandidarsi alle presidenziali. Inaspettata è la stata la velocità con cui si sono svolti gli eventi. Inaspettata la scelta di Compaoré di lasciare il Paese, evitando inutili spargimenti di sangue. Si sa che un peso in questa scelta lo hanno giocato i suggerimenti dei Capi dell’esercito burkinabè, ma prima ancora quelli dell’amico Hollande. 

Sia Francia che Stati Uniti per anni avevano appoggiato Compaoré – e la sua dittatura di fatto -– in virtù della sua capacità e volontà di controllare e contrastare insurrezioni e infiltrazioni terroristiche nella difficile area del Sahel. Ma, la comunità internazionale – anzi per dirla con esattezza Stati Uniti e, soprattutto, Francia – una volta tanto hanno capito i tempi giusti per l’uscita di scena di un dittatore. Ecco perché – oltre un mese prima delle proteste – in una corrispondenza privata, poi resa pubblica dai mass media locali, Hollande metteva in guardia Compaoré dal reagire alle opposizioni della popolazione ad una eventuale modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di ricandidarsi. E addirittura gli prometteva appoggio per un futuro incarico in istituzioni internazionali. 

E così il Burkina rappresenta oggi la prova che il popolo conta. Un esempio di cui altri presidenti a vita africani dovranno tener conto. E di cui, comunque, tocca tener conto anche alla comunità internazionale. Ora però "bisogna stare attenti ed evitare che qualcuno rubi al popolo la sua vittoria". Lo dice a La Voce di New York, Me Bénéwendé Sankara. Membro dell’opposizione, presidente del partito Unione per la rinascita del movimento sankarista (UNIR/MS) e avvocato che si è occupato dei risvolti politici e giudiziari dell’uccisione di Thomas Sankara, Me Bénéwendé non ha dubbi quando afferma: "Compaoré e altri dittatori nel continente africano, possono continuare a stare al potere perché fanno gli interessi dell’Occidente che li proteggono e mantengono dove sono. Ma questo non durerà. I burkinabè hanno dimostrato che ‘quando il popolo si alza in piedi i dittatori scappano a gambe levate’. Io dico che, d’ora in avanti, niente sarà come prima in Africa". 

Foto Ban

7 novembre del 2013: nella capitale Ouagadougou, il presidente-dittatore Blaise Compaoré, accoglieva il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon (Foto ONU – Mark Garten)

Certo, i cittadini africani sono rimasti apatici per lunghi anni di fronte ad una classe dirigente che ha tentato, e continua a farlo, tutte le strade per restare al potere a vita. Negli anni Novanta, le Conferenze nazionali e internazionali ospitate in Benin avevano stabilito l’introduzione di norme – inserite nelle Costituzioni africane – che miravano a limitare i mandati presidenziali e a stabilire regole di alternanza democratica con il passaggio alle urne. Questo ha funzionato in molti Paesi: Senegal, Benin, Capo Verde, Ghana ne sono alcuni esempi. Ma una serie di fattori rendono fallibile la vera pratica della democrazia: manovre dei presidenti al potere sostenuti dall’appoggio di un forte partito unico, una classe politica che non rappresenta sempre un’alternativa credibile, l’ingerenza dei Paesi ex colonialisti che controllano attraverso capi di Stato "graditi", la geopolitica dell’area e gli affari economici. 

Eppure, il Burkina sembra aver dimostrato che il continente ha cominciato una nuova era. La favoriscono molti fattori: una gioventù consapevole, l’apertura attraverso il web, la necessità e voglia di protagonismo nelle questioni sociali dei propri Paesi. Il futuro è in costruzione, le rivoluzioni arabe e del Nord Africa sono state violente, lunghe e spesso hanno lasciato i Paesi nel caos o alla repressione politica e militare. Si spera che, invece, dal Burkinabè nasca altro. Una prova che questo sta accadendo è la durata estremamente breve del Governo militare di Isaac Zida. Zida ha seguito le indicazioni dell’Unione Africana che gli aveva dato due settimane per ristabilire un Governo civile. E così è stato.  Ora il potere è nelle mani di Michel Kafando. Kafando, ex ambasciatore del Burkina Faso alle Nazioni Unite, è stato designato presidente di transizione. Colui che guiderà il Paese verso  una "vera democrazia" come ha detto nel suo primo discorso

Signor Sankara, il Burkina Faso è ad una svolta storica. Qual è l’errore che oggi va assolutamente evitato?

Quello del 30 e 31 ottobre è stato un sussulto patriottico, in cui il popolo ha avuto la meglio su un regime durato 27 anni. Regime che, di fatto, aveva confiscato la libertà ai burkinabè. Ora si dovrà fare tutto il possibile per evitare che al popolo venga rubata quella che è una sua vittoria.

Com’è stato possibile a colui che è accusato di aver assassinato Thomas Sankara, il padre della rivoluzione burkinabè, che al Paese ha dato anche il nome – Burkina Faso, Paese degli uomini integri – governare così a lungo?

Ci si può stupire, effettivamente. Va detto che Blaise Compaoré è arrivato, e rimasto, al potere grazie a due fattori : l’assassinio e la corruzione. Con il denaro guadagnato saccheggiando le risorse del Paese e con le sue attività illegali in altre aree della Regione, Compaoré ha comprato il sostegno e il silenzio di molti burkinabè, in particolare delle élite intellettuale, politica, economica, religiosa e tradizionale. Coloro che hanno rifiutato di essere comprati sono stati semplicemente eliminati. I più fortunati hanno dovuto lasciare il Paese. È in questo clima di terrore e paura che Compaoré ha governato il Paese per 27 anni. Per fortuna ci sono stati patrioti che hanno resistito al terrore e hanno proseguito la lotta della quale oggi vediamo i risultati. 

In passato lei, che è stato anche candidato a precedenti elezioni presidenziali, ha domandato molte volte le dimission di Compaoré. È sorpreso che la sua "caduta" sia avvenuta nel giro di pochissimi giorni e a seguito delle proteste della popolazione?

Non sono sorpreso di ciò che è avvenuto né delle modalità. Non è stato altro che il culmine di una lunga lotta che il popolo del Burkina Faso aveva da tempo intrapreso contro il regime corrotto di Compaoré, dopo l’assassinio di Sankara, il 15 ottobre 1987, che lo ha portato al potere. Nel 2011, quando ero a capo dell’opposizione politica, ho avviato la campagna "Blaise dimettiti". Quello che è accaduto, dunque, non è che il risultato logico dovuto al fatto che il popolo aveva perso la pazienza nei confronti del regime antidemocratico nel Paese.

Com’era la vita sotto il regime di Compaoré?

Non basterebbero pagine e pagine per descrivere… Ma qualche parola può servire a capire: corruzione, povertà, democrazia di facciata, accaparramento delle ricchezze del Paese da parte della famiglia presidenziale…

Se Blaise Compaoré è stato al potere tanti anni questo è anche dovuto all’appoggio dell’Occidente, della Francia in particolare.

Lo sapete bene. Gli occidentali non hanno amici. Hanno solo interessi da difendere e preservare. Dopo l’indipendenza, l’Occidente ha sempre messo al potere nei nostri Paesi dei lacchè, messi lì a difendere i loro interessi. Blaise Compaoré era uno di quei presidenti al soldo dell’Occidente. Nell’area occidentale dell’Africa sub-sahariana, dopo la morte di Houphouet (fu il primo presidente della Costa d’Avorio NdR) e Eyadema (presidente del Togo dal ’67 al 2005 NdR), Compoaré era diventato il porta borse della Francia, illustrazione perfetta della ‘France Afrique’.  Ha venduto tutte le ricchezze del suo Paese agli occidentali, cotone, oro, manganese… In altre regioni ha provocato guerre, in Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali. Tutto al solo scopo di saccheggiare anche le ricchezze di questi Paesi e tutto a vantaggio dell’Occidente. È per queste ragioni che la Francia ha fatto di tutto per permettergli di lasciare il Paese dopo lo scoppio dell’insurrezione popolare. Ma Compaoré non scapperà alla giustizia.

In che modo l’Occidente ha influenzato la politica del Paese?

Contrariamente a Sankara che aveva dato al Burkina Faso la vera indipendenza dall’Occidente imperialista, in particolare dalla Francia, Compaoré ha governato il Paese seguendo gli ordini dell’Occidente. Le decisioni che riguardavano il Paese venivano prese a Parigi, a New York o a Londra. Con lui abbiamo assistito di fatto a un ritorno della Francia nel nostro Paese.

Dittatori travestiti da presidenti democratici rimangono al potere in altri Paesi africani. Pensa che questo sia ancora dovuto, in parte, alle politiche e alla volontà di Paesi occidentali?

Sì, credo che certi dittatori sono lì a fare gli interessi dell’Occidente. Ma questo, ripeto, non può durare.

Secondo lei, in questa fase di transizione con un governo militare, l’Occidente avrà un’incidenza sulle scelte dei prossimi mesi per il futuro del Paese?

Come dicevo, l’imperialismo occidentale era tornato fortemente in Burkina con la figura di Compaoré e numerosi erano i suoi tentacoli a livello del mondo politico, finanziario ed economico. Sì, l’Occidente cercherà ancora di insinuare questi tentacoli e di influenzare le scelte della nuova classe dirigente del Paese. Io dico che bisogna vigilare, che anche il popolo deve restare molto attento.

È giusta la transizione ora in corso in Burkina, in attesa delle elezioni, già annunciate per novembre 2015?

Ci vuole una transizione di civili, guidata da patrioti sinceri e disinteressati.

I giovani burkinabè non avevano conosciuto nella loro vita, fino a ieri, nient’altro che Compaoré. Cosa pensa che li attenda per l’avvenire?

La maggior parte dei giovani scesi in piazza il 30 e 31 ottobre non erano neanche nati quando Compaoré ha ucciso Sankara nel 1987 per prendere il potere. Ora li attende un vero cambiamento e questo cambiamento vogliono essere anche loro ad inventarlo. Ecco perché è importante che questa rivoluzione conduca ad una vera alternativa nel governo del Paese.

Il Burkina Faso è un esempio che la volontà di un popolo può mandar via i dittatori senza spargimento di sangue. Pensa che altri dittatori africani siano inquieti dopo quanto accaduto nel suo Paese?

Il popolo burkinabè ha aperto la strada ad altri popoli fratelli del continente, che subiscono la dittatura della classe dirigente. In questo momento credo che, sì, tremano perché sanno che l’esempio del Burkina potrebbe espandersi a macchia d’olio. L’esempio del mio Paese potrà servire da lezione: un popolo che, a mani nude, dice no a un dittatore. Un esercito che sposa la causa del suo popolo e che rifiuta di sparargli contro. Un dittatore che scappa e una nuova era che comincia.

Che ruolo avrà lei nel nuovo Burkina Faso?

Da tempo il mio ruolo è stato quello di combattere il regime marcio di Compaoré. Non mi sono mai scoraggiato, nonostante gli ostacoli, le difficoltà incontrate e le battute d’arresto. Ma la lotta non è ancora finita. Sarà finita solo quando Blaise Compaoré e tutti i suoi complici saranno portati davanti alla giustizia per rispondere dei numerosi crimini, anche quelli economici, e di quelli di sangue, di cui si sono resi colpevoli durante questi 27 anni.

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