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Per la Libia, ora o mai più

Il primo ministro libico Abdullah al Thani

Il primo ministro libico Abdullah al Thani

Unica, tra i cosiddetti occidentali, a mantenere aperta l’ambasciata a Tripoli, l’Italia meglio di altri conosce gente e territori libici e potrà contribuire alla riconciliazione nazionale, operando per la ripresa di unità in Libia, un paese altrimenti chiamato a percorrere il modello somalo

 

Le notizie delle ultime ore da Egitto e Libia, lasciano pensare che, nell’area, le forze che dalla Cirenaica si oppongono alle frange estreme dell’islam attive in Tripolitania, possano arrivare alla modifica dei rapporti di forza. Il primo ministro Abdullah al Thani, parlando alla tv al Arabiya, ha annunciato che le sue truppe stavano finalmente avanzando verso la capitale per liberarla dalle milizie di Fajr. Mahmud Zanaty, responsabile del controllo dell’aviazione civile in Egitto, ha contestualmente sospeso i voli verso la Libia e quelli in arrivo da Tripoli e Misurata, controllate dalle milizie islamiste, per il “deterioramento della sicurezza”.

Se agli episodi seguiranno cambiamenti sul terreno, si potrà diminuire la dose di stragi e delitti che hanno insanguinato le zone di Fajr. Per la ricostruzione e l’edificazione dello stato, ci vorranno tempo e capacità di negoziato. Né questo sortirà gli effetti che la comunità internazionale auspica, se non tornerà protagonista della crisi il sistema internazionale. Al Thani è chiaro: “Dopo averci aiutato a rovesciare il regime, la comunità internazionale ha lasciato la Libia da sola”.

Particolari responsabilità toccherebbero, in uno scenario del genere, all’Italia, alla sua economia, alla sua diplomazia. Sembra averne preso consapevolezza il neo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che, in questo senso, ha lanciato segnali nel corso della recente visita al palazzo di Vetro. Rispetto alla Libia, il nostro paese deve essere coerente con i doveri che spettano all’ex colonizzatore, proteggere i suoi rilevanti interessi economici, contribuire alla creazione di assetti strategici di garanzia. Nel Mediterraneo la Libia, ritrovatasi suo malgrado piattaforma pluridecennale di fenomeni come emigrazione clandestina autoritarismo politico e fanatismi religiosi, può e deve diventare il perno geoeconomico e geopolitico sul quale impostare nuove forme di cooperazione tra Europa e Africa, via Mediterraneo. 

E’ un progetto impraticabile nel presente, che però deve essere percepito come possibile almeno nel medio periodo. Per ora si registra il crollo dell’interscambio italo-libico di quasi la metà nel biennio, e il crescere della penetrazione francese, iniziata con l’attacco unilaterale a Gheddafi. La Francia ha risposto, con la penetrazione in Libia, alla sottrazione di influenza francese che l’Italia di Craxi operò in Tunisia: trae ora vantaggio dai vuoti di potere che si sono creati in diverse parti del paese africano. La tutela degli interessi italiani (200 aziende sul posto) sempre più spesso sceglie di passare attraverso l’azione della diplomazia egiziana, dove il generale Al Sisi sembra voler fare sul serio nell’evitare il contagio libico almeno in nord Africa. Non è casuale che proprio dal Cairo sia arrivata al governo italiano la richiesta di contribuire con armi e istruttori all’edificazione di un autentico esercito nazionale libico per controllare definitivamente estremisti e terroristi.

Unica, tra i cosiddetti occidentali, a mantenere aperta l’ambasciata a Tripoli, l’ex potenza coloniale, che meglio di altri conosce gente e territori libici, potrà contribuire alla riconciliazione nazionale, operando per la ripresa di unità in un paese altrimenti chiamato a percorrere il modello somalo. Il sistema internazionale non può assistere inerte, senza pagarne le conseguenze in termini di insicurezza anche negli approvvigionamenti energetici, allo scontro tra Khalifa Haftar, ex generale gheddafiano, e i sunniti di Ansar Al Sharia vicini a Is. Bisognerebbe restituire la parola ai capi delle tribù, affiancandoli nelle scelte che decideranno il destino delle loro comunità. 

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