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Ma in “Soumission” Houellebecq scrive della fuga dalla libertà

Nel suo ultimo romanzo Sottomissione, uscito in Francia proprio nei giorni della strage di Charlie Hebdo, Michel Houellebecq mette al centro ancora una volta il vuoto della civiltà occidentale, con una significativa svolta rispetto al passato: la “fuga dalla libertà". Houellebecq scrive della religione che in questo momento appare più minacciosa, ovvero l’Islam, ma potrebbe scrivere altrettanto bene di un Cristianesimo militante

Il primo dei significati della parola Islam è “sottomissione”: è di questo che scrive lo scrittore francese Michel Houellebecq nel suo ultimo romanzo, che tanto dibattito sta suscitando nel mondo già solo per essere uscito in Francia lo stesso giorno della strage alla redazione di Charlie Hebdo.

Trovo un po’ fuori bersaglio la critica che gli è stata mossa su questa testata da Luigi Troiani: a prescindere dagli errori storici e filosofici di cui lo scrittore si sarebbe macchiato (basterebbe osservare che un romanziere non è uno storico, anche se, sì, Houellebecq è decisamente uno scrittore-filosofo) il fraintendimento sta secondo me nel prendere alla lettera l’ipotesi del romanzo, una Francia governata nel 2022 da un regime islamico. O meglio, di ritenere che Houellebecq consideri questa ipotesi desiderabile. Basterebbe leggere le interviste rilasciate dallo scrittore dopo la duplice strage parigina per rendersi conto che non è così (Houellebecq fra l’altro era amico di una delle vittime dei fratelli Kouchi, l’economista Bernard Maris, di posizioni molto critiche verso la globalizzazione). 

Io credo che il romanzo di Houellebecq sia piuttosto un romanzo su quella che Eric Fromm definiva: paura della libertà. L’oggetto non è tanto – o non solo – l’Islam, e i suoi rapporti con il Cristianesimo. E’, come in tutti gli altri romanzi dello scrittore, peraltro, da Estensione del dominio della lotta in poi, la società occidentale, e francese in particolare, cioè la società figlia dell’Illuminismo, della presa della Bastiglia, del ’68. Ciò che veramente inquieta e fa riflettere non è l’ipotesi, provocatoria e paradossale, che l’Islam fra qualche anno possa governare in Europa, quanto il suo mettere il dito sulla vera piaga aperta, quella della libertà. “Cosa ce ne facciamo di tutta questa libertà?”, si chiede Houellebecq in ogni suo romanzo. Essa ci salva dalla disperazione? Ci rende felici? Ci mette al sicuro dalla paura della morte? La risposta, in precedenza, è sempre stata no. Una risposta disperatamente nichilista, certo. Non c’è, non c’è mai stata speranza in fondo ai romanzi di Houellebecq, compreso quello più violentemente anti-islamico, Piattaforma, che terminava con una strage compiuta da un gruppo di guerriglieri fanatici ai danni dei frequentatori (occidentali) di un villaggio turistico in un paese esotico, che cercavano la felicità nel turismo sessuale. Non c’è neanche in fondo a La possibilità di un’isola, dove immagina un’umanità di esseri clonati e “ripuliti” da ogni emozione, amore compreso, condannati a vivere nel più completo isolamento (e quindi anche al riparo dal dolore).

In Sottomissione ad essere al centro  è ancora una volta il vuoto della civiltà occidentale, con una significativa svolta rispetto al passato: la “fuga dalla libertà” (dalla complessità della società libera, e dall’anomia, dall’assenza di senso e valori ultimi della società libera) si rivolge alla religione.  Houellebecq scrive della religione più militante, e che in questo momento appare agli occhi dell’Occidente più minacciosa, ovvero l’Islam, ma potrebbe scrivere altrettanto bene di un Cristianesimo militante. Il significato non cambierebbe: se la libertà (compresa quella sessuale) ha fallito, se l’economia (o meglio l’asservimento alle leggi dell’economia) ha fallito, se l’arte (al centro del penultimo La carta e il territorio) non se la passa benissimo, se la stessa democrazia ha fallito, l’uomo occidentale va alla ricerca di qualcuno che gli dica “cosa deve pensare”, per dirla con Fromm. Una autorità religiosa. 

E’ questo davvero ciò che auspica Houellebecq? Beh, uno scrittore è uno scrittore, non un sociologo o un politologo. Non fa previsioni, e anche quando la sua scrittura ha profondamente a che fare con temi morali, non è prescrittiva. Le dichiarazioni rilasciate in diverse interviste sono un po’ contraddittorie. Da un lato, infatti, Houellebecq ha confessato la stanchezza di essere ateo. Dall’altro, dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, oltre ad esprimere il suo dolore per le vittime, ha anche dichiarato di sentirsi spaventato per la minaccia all’esercizio delle libertà implicita in quell’atto terribile. Sia come sia, Houellebecq pone come sempre interrogativi “pesanti”, che pochi altri narratori hanno la capacità di affrontare, oggi. Interrogativi che non si possono ignorare.

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