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La Francia e i pericoli della religione sconosciuta

Uno dei problemi che gli attacchi terroristici di Parigi hanno messo in luce è la sconfortante ignoranza religiosa in cui i francesi sono tenuti. A quegli studenti che, in certe periferie di Parigi, si sono rifiutati di “essere Charlie”, non serve a niente cercare di obbligarli ad accettare la laicità. Bisogna parlar loro di religione

La Francia avrebbe forse bisogno di ripristinare l’insegnamento della religione nelle scuole.

Uno dei problemi che gli attacchi terroristici di Parigi hanno messo in luce è infatti la sconfortante ignoranza religiosa in cui i francesi sono tenuti. Da quando è stata approvata – nel 1905 – la legge di separazione tra la Chiesa e lo Stato, l’opinione dominante (e ufficiale) è che la questione del rapporto tra religione e politica sia stata risolta una volta per tutte. La legge ha imposto la laïcité come obbligo civile, a cui tutti i cittadini sono chiamati a uniformarsi indipendentemente dal loro status sociale, sesso, razza e, per l’appunto, religione. Punto. La possibilità che le cose possano essere diverse rispetto al 1905 non è presa in considerazione, perché, agli occhi della maggioranza dei francesi, se la legge non è mutata, la realtà non è mutata. 

È un fenomeno che ho definito, nel mio ultimo libro, «un tropismo legalistico quasi pavloviano», che ha conseguenze gravi, e talvolta sconcertanti: la moschea di Parigi, quando chiese alle autorità accademiche di aprire un corso di formazione per gli imam, ricevette un netto rifiuto, in nome della laïcité; col risultato che, oggi, è l’università cattolica che forma gli imam musulmani. 

Non appena un politico francese – ovunque si situi nello spettro che va dall’estrema sinistra all’estrema destra – senta puzza di commistione tra politica e religione, rieccolo invocare, come avviene ossessivamente in questi giorni, il comandamento della laïcité. D’altronde i francesi, oltre alla laïcité, hanno anche inventato “la méthode Coué”, un serissimo procedimento di autosuggestione, inventato dal dottor Émile Coué (1857-1926), secondo cui ogni idea che si fissa nella nostra mente tende a diventare una realtà nell’ordine del possibile. Tradotto: a forza di ripetere il mantra della laïcité, questa finirà inevitabilmente per imporsi.

Non è così. A quegli studenti che, in certe periferie di Parigi, si sono rifiutati di “essere Charlie” perché «quelli là se la sono cercata», non serve a niente cercare di obbligarli ad accettare la laicità. Bisogna parlar loro di religione.

Bisognerebbe parlar loro dello scrittore indiano musulmano Vaikom Muhammad Basheer, secondo cui un Onnipotente che si offenda per una bestemmia non è poi così onnipotente. Bisognerebbe parlar loro di Ludwig Feuerbach, secondo cui gli uomini hanno inventato dio a loro immagine e somiglianza, prestandogli quindi anche le loro debolezze e le loro frustrazioni. Bisognerebbe parlar loro di come il «Dio geloso» dell’Antico Testamento (Esodo 20,5 e Deuteronomio 5,9) sia diventato «clemente e misericordioso» nelle preghiere di Maometto, che continuava tuttavia a considerare l’Esodo e il Deuteronomio libri sacri da adorare.

Insomma, si potrebbero spiegare tante cose, belle e brutte, senza lasciarle solo nelle mani di predicatori improvvisati e di dubbia sapienza. Questo non risolverebbe certo i problemi che stanno dietro alle frustrazioni di molti musulmani che vivono in Francia oggi, né certe umiliazioni inutili che essi hanno dovuto subire in nome proprio della laïcité. Ma almeno darebbe, a quegli studenti incolpevolmente ignoranti, la possibilità di conoscere un’altra versione della storia. E di avere più chance di capire che i disegnatori di Charlie Hebdo non “se la sono cercata”, ma hanno solo fatto il loro mestiere. Che era quello di alleggerire le cose gravi della vita secondo il principio del francesissimo Rabelais: «meglio scrivere del riso che del pianto/poiché il riso è proprio dell’uomo».

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