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Il presidente israeliano all’ONU per la Giornata della Memoria: dietro la bandiera dell’Islam ci sono sia aggressori che vittime

Reuven Rivlin nel suo intervento mercoledì 28 gennaio all'Assemblea Generale dell'ONU. Foto: UN News

Reuven Rivlin nel suo intervento mercoledì 28 gennaio all'Assemblea Generale dell'ONU. Foto: UN News

Con un giorno di ritardo, causa maltempo, si sono svolte all'ONU le celebrazioni per la Giornata della Memoria, nell'anno in cui ricorre il 70° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau e della creazione delle Nazioni Unite. Presente anche Reuven Rivlin che ha parlato di Islam e genocidi dimenticati

Rimandata di un giorno causa neve, si è svolta mercoledì all’ONU la cerimonia di commemorazione delle vittime dell’Olocausto in occasione della Giornata della Memoria.

Il Giorno della Memoria cade il 27 gennaio, data in cui, nel 1945, le truppe sovietiche liberarono il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Un evento storico di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario, un numero che ci ricorda che la memoria di quelli che quella tragedia l’hanno vissuta sulla propria pelle non vivrà per sempre. E proprio ai superstiti, di cui alcuni erano presenti alla cerimonia alle Nazioni Unite, era dedicato il tema delle celebrazioni di quest’anno: Liberty, Life and the Legacy of the Holocaust Survivors (Libertà, vita e l’eredità dei superstiti dell’Olocausto). All’evento, aperto dal segretario generale ONU, Ban Ki-moon, ha partecipato anche il presidente di Israele, Reuven Rivlin arrivato a Palazzo di vetro anche per presentare una mostra multimediale curata dal museo Yad Vashem di Gerusalemme, Shoah – How was it Humanly Possible?.

Nell’aprire le celebrazioni all’Assemblea Generale, Ban Ki-moon ha esortato la comunità internazionale all’unità contro l’antisemitismo e ogni forma di odio e fanatismo. “La comunità internazionale non ha ancora trovato l’antidoto al veleno che ha portato al genocidio di 70 anni fa”, ha detto il segretario generale Ban Ki-moon.

“Nel momento in cui ricordiamo le perdite del passato e riconosciamo i pericoli del presente, sappiamo anche cosa dobbiamo fare e sappiamo che dobbiamo farlo insieme” ha sottolineato Ban Ki-moon prima di ricordare l’orrore visto con i suoi stessi occhi durante la sua visita ad Auschwitz-Birkenau nel novembre 2003.  Un orrore che era fresco nella memoria di chi fondò le Nazioni Unite, proprio 70 anni fa: “Le immagini degli emaciati sopravvissuti e dei mucchi di cadaveri […] erano ben presenti nelle menti di coloro che si sono riuniti per creare le Nazioni Unite – Ban Ki-moon ha continuato – La determinazione a difendere la dignità umana è stata scritta nella Carta di fondazione di questa organizzazione 70 anni fa e da allora ha sempre caratterizzato il nostro lavoro. Ma ancora oggi […] dobbiamo affrontare sfide   […] largamente diffuse. L’antisemitismo resta una violenta realtà. Gli ebrei continuano ad essere uccisi solo ed esclusivamente perché sono ebrei”.

 

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Dopo Ban Ki-moon ha preso la parola Reuven Rivlin, presidente di Israele, che, dopo aver ricordato che lo sterminio degli ebrei durante l’Olocausto resta “il crimine più orribile mai commesso nella storia del genere umano”, ha sottolineato come l’impegno perché un orrore del genere non si ripeta mai più è “l’essenza stessa delle Nazioni Unite” e la ragione principale e primaria per l’esistenza di questa organizzazione. E tuttavia, ha detto Rivlin, altri popoli continuano ad essere massacrati: “Dobbiamo chiederci onestamente: la nostra lotta e la lotta dell’Assemblea Generale contro i genocidi è abbastanza efficace?”. Rivlin ha quindi osservato che la Convenzione sul genocidio ha ormai 64 anni ma resta un “documento simbolico”, che non ha realizzato i suoi obiettivi. La comunità internazionale ha quindi il dovere, secondo Rivlin, di stabilire delle linee rosse che definiscano cosa è genocidio e chiarire che superare quelle linee deve significare l’intervento della comunità internazionale: le considerazioni umanitarie e morali devono avere la precedenza sugli interessi economici e politici nella lotta contro il genocidio.

mostra

A Palazzo di Vetro, la mostra a cura del museo Yad Vashem

Rivlin ha poi voluto spendere alcune parole sull’Islam e sulla minaccia dell’estremismo raccontando la sua personale storia: “Mio padre, Yosef Yoel Rivlin, pace all’anima sua, ha dedicato la sua vita a tradurre il Corano in ebraico, credendo nell’importanza del dialogo e nel significato culturale del Corano per tutti i figli di Abramo. Come figlio di mio padre, anch’io credo implicitamente che né l’Occidente, né i cristiani, né gli ebrei siano in guerra con l’Islam. In questo momento, l’Islam comprende, sotto le sue enormi ali, vittime di persecuzioni e di terrorismo, mentre allo stesso tempo serve anche come bandiera di chi attacca. Le vittime sono centinaia di migliaia di uomini e donne musulmane […] vittime di un terrorismo spietato che non ha nulla a che fare con la religione o con la parole del Profeta. E’ nostro dovere e nostra responsabilità lottare senza pietà contro gli aggressori; così come è nostro dovere e nostra responsabilità proteggere tutte le vittime”.

A completamento della giornata di celebrazioni, l’innaugurazione della mostra a cura del museo Yad Vashem ospitata negli spazi delle Nazioni Unite la cui apertura è stata accompagnata dalle musiche del violinista Miri Ben-Ari e di Shimmy Miller, mentre la Congregation Ahavath Torah ha recitato delle preghiere commemorative, accompagnate dalle musiche del pianista Daniel Gildar.

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