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Su Ebola tanti i progressi, ma l’ONU avverte: “L’ultimo miglio è il più difficile”

L'UNMEER assieme all'UNICEF e altri partner in Liberia, lavora per assicurare che le scuole siano ambienti sicuri. Foto: UNMEER/Aalok Kanani

L'UNMEER assieme all'UNICEF e altri partner in Liberia, lavora per assicurare che le scuole siano ambienti sicuri. Foto: UNMEER/Aalok Kanani

Dopo qualche settimana di buone notizie, tornano a salire i casi di Ebola. L’ONU ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché non si abbassi la guardia, ma si continui a lavorare finché i casi di ebola arrivino a zero. “Dobbiamo mantenere la rotta”, ha detto John Ging, direttore delle operazioni per OCHA

 

Dopo i ripetuti allarmi dello scorso autunno e la mobilitazione, pur se non tempestiva, dell'intera comunità internazionale, da qualche mese su Ebola è sceso il silenzio. Proprio quando invece, dopo qualche buona notizia ed enormi passi avanti, è necessario uno sprint finale.

Il virus che ha colpito l'Africa Occidentale non ha smesso di mietere vittime. Sebbene si festeggi per gli enormi ed efficaci sforzi nel combattere la letale epidemia scoppiata nel marzo 2014, al contempo si continua a piangere poiché purtroppo ancora in questi ultimi giorni sono quotidiani i casi di decesso in Guinea, Sierra Leone e Liberia.

Dopo che era stata annunciata la riapertura delle scuole nei paesi colpiti, i governi sono stati costretti a fare un passo indietro, decidendo di lasciare gli studenti a casa ancora per qualche mese. Per la prima volta nel 2015, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), ha fatto sapere che i casi di Ebola registrati su base settimanale sono tornati a salire. Proprio nella settimana fino al 1 febbraio, la WHO ha registrato ben 124 nuovi casi di cui 80 solo in Sierra Leone, 39 in Guinea e 5 in Liberia.

Nonostante si tratti di una malattia scoperta da circa 20 anni (il primo caso si verificò nel 1976 in Africa, nell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo), non esiste al momento alcuna cura conto il virus dell’Ebola. Tuttavia è in corso in diverse parti del globo, la sperimentazione di vaccini per attenuare o addirittura sopprimere il virus. E un vero e concreto aiuto potrebbe venire pda un nuovo farmaco testato sul campo, il Favipiravir. La notizia è che questo antivirale, approvato come trattamento influenzale lo scorso anno in Giappone, dimezzi la mortalità nei pazienti con bassi o moderati livelli di virus di Ebola in circolo. Altre sperimentazioni continuano invece sul plasma dei sopravvissuti al virus.

Visitando la pagina web del CDC (Centers for Disease Control and Prevention) che riporta tutti gli aggiornamenti e i dati congiunti tra WHO e i Ministeri della Sanità di Guinea, Sierra Leone e Liberia, risulta che, al 2 febbraio 2015, il numero totale dei casi di ebola è di 22.487, quello dei casi confermati in laboratorio è invece di 13.827, mentre il numero totale (agghiacciante) di morti è 8.979 (la maggior parte il Liberia e Sierra Leone). C’è anche da sottolineare che il virus ha colpito e fatto registrare anche casi di civili e operatori umanitari in Nigeria (20 casi, 8 morti), Senegal (1 caso, 0 morti), Spagna (1 caso, 0 morti), USA (4 casi, 1 morto), Mali (8 casi, 6 morti). Nella lista del CDC manca l’Italia il cui unico caso, quello del medico catanese di Emergency, Fabrizio Pulvirenti, che era rientrato in patria il 25 novembre, dopo aver contratto l’Ebola mentre svolgeva il proprio lavoro in Sierra Leone, è stato dichiarato “virus free” e dimesso dall’Ospedale Spallanzani, nei primi giorni di gennaio 2015. Pulvirenti, una volta dimesso, ha dichiarato: “Tornerò in Sierra Leone per completare quello che ho iniziato”.

Proprio questa settimana le Nazioni Unite hanno lanciato un appello alla comunità internazionale spiegando che non bisogna cedere proprio ora e che, anzi, occorre intensificare gli investimenti e gli sforzi congiunti per riuscire a portare a zero i casi di ebola. Durante una conferenza stampa al Palazzo di Vetro, John Ging, direttore delle operazioni per l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato: “Non c'è spazio per l'autocompiacimento. L'ultimo miglio è il miglio più difficile. Dobbiamo mantenere la rotta”.

Rimanere vigili è una necessità anche perché, come ha ribadito in seguito il direttore delle operazioni dell’OCHA, “basterebbe un solo nuovo caso per scatenare nuovamente un'epidemia”. John Ging, ha esortato i donatori a rimanere concentrati sulla lotta contro la malattia e su “la volontà di mantenere la rotta, per eliminare il virus”. La chiave per sbloccare questa crisi è che questi paesi si rimettano in piedi al più presto, iniziando anche a mandare i bambini a scuola. Il direttore dell’OCHA ha infine voluto accendere una luce di speranza e positività, aggiungendo che nel complesso “il numero di casi è stato ridotto drasticamente ed ha portato un senso di speranza per gli abitanti della regione colpita dal virus”. 

L’ONU ha inoltre sottolineato l’urgenza di ricostruire le economie locali che sono state sventrate dall’epidemia che ha cancellato gli enormi progressi fatti da questi paesi nell’ambito dello sviluppo socioeconomico.

Intanto prosegue il duro lavoro congiunto delle varie agenzie, fondi e programmi dell’ONU, oltre all’UNMEER (Missione delle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza ebola), ma anche società civile, fondazioni e volontari da tutto il mondo.

 

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