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Elezioni in Francia: Piccolo manuale su come farle vincere al Fronte nazionale

Questa volta in Francia sono solo elezioni "provinciali", ma bisogna cominciare ad abituarsi a un panorama politico francese in cui il Fronte Nazionale è – stabilmente – il primo partito. Il sistema elettorale a due turni esclude l'avvento all'Eliseo di Marine Le Pen? Le condizioni del 2002 potrebbero non ripetersi nel 2017

Il 22 marzo si svolgerà in Francia il primo turno delle elezioni dipartimentali. Si tratta di elezioni non particolarmente importanti in sé (più o meno il corrispettivo delle elezioni provinciali in Italia), ma che importanti lo diventeranno di sicuro, anche a livello internazionale. Il 22 marzo, infatti, tutto il mondo scoprirà con stupore e costernazione quello che in Francia si sa già da un pezzo: che quelle elezioni saranno vinte dal Fronte nazionale.

Si tratta della seconda consultazione a livello nazionale in meno di un anno. Anche la volta scorsa – le europee del maggio 2014 – il Fronte nazionale (FN) era risultato il primo partito francese. Nel frattempo, a febbraio, un’elezione parlamentare suppletiva in una circoscrizione tradizionalmente socialista, nel Doubs, è stata vinta sì dal candidato socialista, ma con un margine strettissimo (51% a 49%, circa ottocento voti) nei confronti della candidata del FN.

Bisogna quindi cominciare ad abituarsi a un panorama politico francese in cui il FN è – stabilmente – il primo partito. È possibile che, per effetto del sistema elettorale a due turni, la cosa non abbia ripercussioni dirette: ricordiamo che nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen riuscì ad accedere al secondo turno delle presidenziali, quasi tutto lo spettro politico restante si coalizzò intorno alla candidatura di Jacques Chirac, che fu eletto con l’82% dei voti. È grazie a quello stesso marchingegno elettorale che il FN, pur avendo ottenuto il 13,6% alle legislative del 2012, ha solo due deputati, mentre il Front de Gauche, che ha ottenuto il 7%, ha dieci deputati, e il Partito radicale di sinistra, con il suo magro 1,6%, ha dodici deputati.

Non si tratta qui di valutare il tasso di “democraticità” di un sistema elettorale che permette a un minuscolo partito che raccoglie l’1,6% dei voti di avere il 2% dei deputati e ad uno che ha il 13,6% dei voti di avere lo 0,3 dei deputati. Si può solo notare, di sfuggita, che molti democratici si felicitano che la legge non permetta, a chi ottiene più voti, di vincere le elezioni.

Fino a prova contraria. 

Le condizioni che avevano permesso a Chirac di affermarsi con più dell’80% dei voti espressi nel 2002, infatti, potrebbero non ripetersi nel 2017. Quasi certamente non si ripeteranno nel caso in cui, al secondo turno, si trovassero di fronte un socialista e un(a) rappresentante del FN. Se nel Doubs, tradizionalmente socialista, la candidata del FN ha ottenuto il 49% dei voti espressi, in un’elezione nazionale – ove la tradizione è lungi dall’essere favorevole alla sinistra – è del tutto plausibile che l’eventuale (certa) candidata del FN possa essere eletta contro un eventuale (benché assai improbabile) candidato socialista. 

Intendiamoci: il primo partito, in Francia come altrove, è l’astensione. Al secondo turno delle elezioni suppletive nel Doubs, il 50% degli aventi diritto non ha votato; il che significa che i due candidati hanno raccolto, in realtà, il 25% dell’elettorato totale. Alle europee dello scorso anno, contando l’astensione, il FN aveva in realtà raccolto attorno al 10% dell’insieme dell’elettorato.

Resta nondimeno il fatto che, tra i partiti che gli elettori sono disposti a votare, il FN risulta il più popolare. E che, anche se non dovesse superare il 10% dell’elettorato, quello score gli sarà sufficiente  per governare i dipartimenti e, quasi di sicuro, per portare la sua candidata al secondo turno delle presidenziali del 2017.

Il successo del FN è in gran parte l’effetto dello sforzo combinato dei due partiti maggiori – il Partito socialista (PS) e il partito ex-gollista, l’UMP di Nicolas Sarkozy – che lo hanno costruito con una serie di operazioni degne di un manuale: come far vincere le elezioni al nostro peggior avversario.

Regola numero uno: la demonizzazione. Fu la scelta del socialista François Mitterrand nella seconda metà degli anni Ottanta per sconfiggere il suo rivale Jacques Chirac. La demonizzazione di un FN, di cui solo pochi adepti del manganello e dell’olio di ricino avevano fin lì sentito parlare, ha permesso di fargli una enorme campagna pubblicitaria che lo ha proiettato nei piani alti della competizione elettorale, permettendogli di sottrarre – e quello era lo scopo – voti decisivi alla “destra per bene” di Chirac (che perse le elezioni nel 1988).

Regola numero due: tentare di rioccupare lo spazio elettorale perduto, inseguendo il FN sul suo terreno. È quello che ha fatto la “destra per bene” per anni, alimentando le paure per una criminalità che in realtà è tra le più basse d’Europa, per un’immigrazione clandestina che in realtà è una minima frazione (tra il 2 e il 10%) dell’immigrazione totale, per un’immigrazione massiccia che in realtà massiccia non è perché i saldi migratori positivi della Francia sono tra i più bassi d’Europa, per un’immigrazione musulmana in realtà che è minoritaria (circa il 40%) tra gli immigrati che entrano nel paese ogni anno.

Regola numero tre: scaricare tutte le colpe degli insuccessi francesi sugli “altri”, e in particolare sull’Unione europea, sulla Germania, sul “neo-liberalismo anglosassone”, sull’euro, e così via. È quanto hanno sistematicamente fatto tutti i partiti, di destra e di sinistra, che si sono alternati al potere in Francia negli ultimi decenni. 

Regola numero quattro: considerare la politica solo come un’elezione ininterrotta, per cui la sola preoccupazione del PS e dell’UMP a partire dal giorno dopo le elezioni del 2012 è stata come vincere le elezioni del 2017. 

Regola numero cinque: pensare che i migliori candidati del PS e dell’UMP per il 2017 possano essere un presidente in carica che ha fallito su quasi tutti i fronti e che ha avuto il tasso di popolarità più basso di tutti i presidenti francesi di tutti i tempi, e un ex-presidente sconfessato dai suoi stessi elettori, che torna alla carica assetato di vendetta nonostante una lunga serie di procedimenti giudiziari in cui è, in un modo o in un altro, implicato.

Regola numero sei: passare tutti i santi giorni che ci separano dalle elezioni dipartimentali a parlare solo ed esclusivamente del FN, come fanno tutti i rappresentanti politici dei partiti ad eccezione… del FN (il vice-presidente del FN ha detto che sarebbe l’ora di parlare d’altro).

Regola numero sette: essere primo ministro e dichiararsi “angosciato” di fronte alla crescita del FN. Una gran bella prova di autorità e di fiducia in sé.

Per ora, l’abilità politica di Marine Le Pen si è limitata a stare (più o meno) compostamente seduta sulla riva del fiume ad aspettare che la corrente trascini via con sé i cadaveri politici dei suoi avversari. Di abilità politica, se del caso, si potrà parlare solo quando, infine priva di rivali così preziosi, si troverà per la prima volta a doversi fare propaganda da sé. 

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