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L’accordo con l’Iran: il nucleare “cattivo” di oggi che può diventare “buono” domani – e viceversa

I rappresentanti dei paesi negoziatori dell'accordo con l'Iran, con in mezzo l'Alta Commissaria agli Esteri della UE Federica Mogherini, ieri a Losanna (Foto Getty)

I rappresentanti dei paesi negoziatori dell'accordo con l'Iran, con in mezzo l'Alta Commissaria agli Esteri della UE Federica Mogherini, ieri a Losanna (Foto Getty)

La sostanza dell'accordo nucleare tra l'Iran e i Cinque + 1 è politica. Il nucleare è un pretesto, il patto sarà sui futuri assetti del Medio Oriente. I negoziatori vi parlano di centrifughe e di uranio arricchito, ma non vi diranno che cosa otterrà, in questo great bargaining, ogni paese, Arabia Saudita e Israele incluse

È molto, troppo, presto per esprimere un parere politico sull’accordo raggiunto la notte scorsa a Losanna sull’Iran. I giornali stanno fornendo una gran quantità di dettagli riguardanti le ispezioni, le centrifughe, la produzione di uranio arricchito, etc.: il tutto per cercare di farci capire se si tratti di un accordo buono, cattivo, o così così.

In realtà, la sostanza è esclusivamente e puramente politica. Il nucleare non è che un pretesto. Nell’accordo (che in realtà è, appunto, la premessa politica di un altro accordo, ancora da finalizzare entro giugno), gli avversari dell’Iran troveranno di che giustificare la loro strenua opposizione, e i favorevoli troveranno di che giustificare il loro incoercibile ottimismo. 

La questione è dunque di cercare di capire chi sono i favorevoli e chi i contrari, e quali sono le loro ragioni per essere favorevoli e contrari. E questo, è troppo presto per saperlo.

Il nucleare, come detto, è un pretesto. Vi sono molteplici esempi del fatto che il possesso dell’arma atomica non è mai stato, in sé, il vero problema. Gli Stati Uniti hanno fornito tecnologia nucleare all’Iran agli inizi degli anni Settanta, quando il regime dello scià era il loro “gendarme del Golfo”. Per la stessa ragione, si sono strenuamente opposti al nucleare pakistano, fino ad imporre un regime di sanzioni economiche severe, salvo poi voltarsi dall’altra parte quando il Pakistan è diventato la loro piattaforma per la proxy war contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Si sono opposti al nucleare indiano, salvo poi firmare un accordo per la fornitura di tecnologia quando l’India è diventata uno dei contrappesi più importanti della Cina in Asia. Nel caso del nucleare israeliano, gli Stati Uniti sono alla testa della pulcinellata internazionale che fa finta che non esista. Nel caso dell’Irak, dove il nucleare proprio non c’era, si sono inventati le “armi di distruzione di massa” per poter fare la loro guerra “preventiva” nel 2003.

Come si vede, non si tratta nemmeno di “due pesi, due misure”, come dicono spesso i nemici di Israele. Si tratta piuttosto di posizioni ritagliate su misura, sulla sagoma dei paesi con cui ci si deve trattare, e, naturalmente, sulle circostanze del momento: un nucleare “cattivo” di oggi può diventare “buono” domani – e viceversa, naturalmente (ciò che i troppo disinvolti politici israeliani dovrebbero tenere sempre a mente).

Si torna quindi alla casella di partenza, all’accordo politico, frutto di un negoziato politico. Molti, distratti dal numero delle centrifughe e dal numero degli anni in cui le ispezioni saranno obbligatorie, non si sono sufficientemente concentrati sul principio elementare di ogni negoziato: la regola del do ut des, io ti do qualche cosa perché tu mi dia qualche cos’altro in cambio. Se il negoziato fosse stato solo un tête à tête tra gli Stati Uniti e l’Iran, la questione sarebbe relativamente semplice: sia gli Stati Uniti che l’Iran vogliono tornare ad avere un peso più importante in Medio Oriente, ed entrambi si sono accorti che hanno più chance di riuscirci mettendosi d’accordo che continuando a litigare. Quando se ne siano accorti è un oggetto di speculazione estremamente interessante (prima o dopo la guerra del 2003? prima o dopo l’elezione di Barack Obama? prima o dopo l’elezione di Hassan Rouhani?), che non abbiamo qui la possibilità di approfondire; ma comunque se ne sono accorti.

Il problema è che l’accordo non è tra Stati Uniti e Iran, ma tra Stati Uniti, Iran, e tutti gli altri. Tutti gli altri vuol dire gli altri “quattro più uno” (Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania), più l’Unione europea, più i numerosi convitati di pietra, tra cui spiccavano ovviamente Israele e l’Arabia Saudita. Se un accordo è stato raggiunto, questo significa che ciascuna delle parti coinvolte direttamente o indirettamente nella trattativa è riuscita ad ottenere qualcosa. Ed è lì che le cose si complicano: infatti, i negoziatori vi parleranno di centrigughe e di uranio arricchito, ma non vi diranno che cosa ha realmente ottenuto la Francia, per esempio, in questo great bargaining, che cosa ha ottenuto l’Arabia Saudita, cosa la Russia, la Cina, Israele, e così via.

L’amministrazione di Barack Obama ha puntato tutte le sue carte di politica internazionale su questo accordo. Se funziona, la carta geopolitica del Medio Oriente ne sarà ridisegnata da cima a fondo. Ma come sarà disegnata, lo sapremo solo col tempo, quando gli effetti di questo great bargaining cominceranno a vedersi. Fino ad allora, ogni giudizio politico non potrà che essere parziale e provvisorio.

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