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L’arma dello stupro: l’ONU contro la violenza sessuale nei conflitti

Slogan contro la violenza sessuale - UN Photo/Christopher Herwig

Slogan contro la violenza sessuale - UN Photo/Christopher Herwig

All’Open Debate del Consiglio di Sicurezza dell’ONU su “La violenza sessuale nei conflitti”, nuovamente la questione dello stupro usato come arma, e mentre si continua a cercare soluzioni per combattere ed eliminare questa minaccia, la pratica resta ancora crescente in tutto il mondo. Per l'Italia cruciale l'empowerment delle donne

Il 15 aprile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è ancora una volta riunito su una delle più gravi questioni morali del nostro tempo, ovvero l’uso della violenza sessuale nei conflitti (es. civili, etnici, religiosi, internazionali, ecc.). Lo stupro come arma per terrorizzare, scacciare e sottomettere vittime innocenti.

Zainab Bangura

Zainab Bangura (Foto ONU – Loey Felipe)

“La storia dello stupro nelle zone di guerra è stata una storia di negazione. È ora di portare questi crimini e coloro che li compiono, sotto i riflettori del controllo internazionale”, ha detto la rappresentante speciale del segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti, Zainab Hawa Bangura mentre presentava ai membri del Consiglio la relazione per il 2015 del segretario generale proprio su questa pratica orribile e sempre più diffusa. Sottolineando che è giunto il momento “di inviare un messaggio chiaro, ovvero che il mondo non tollererà l'uso della violenza sessuale come una tattica di guerra e di terrore”, la rappresentante speciale ha detto i membri del Consiglio che il testo non serviva solo come una relazione annuale ma come strumento di difesa globale e veicolo per raffinare la nostra comprensione comune dei temi critici, per migliorare il coordinamento e costruire un consenso globale”.

Procedendo nel suo discorso, Zainab Bangura ha evidenziato come la violenza sessuale sia integralmente collegata con gli obiettivi strategici e l'ideologia dei gruppi estremisti, osservando come dimostra la relazione che l'emancipazione delle donne e la prevenzione della violenza sessuale devono essere al centro della risposta internazionale. La relazione annuale inoltre mette sotto i riflettori anche un elenco di 45 soggetti, per lo più gruppi armati, sospettati di aver commesso violenze sessuali come tattica per terrorizzare. Per di più, si collega a tutto ciò anche la violenza sessuale nei conflitti avente come obiettivo l’espropriazione forzata di terre e proprietà oltre alla negazione di fonti vitali di sostentamento per le donne. La relazione ha anche sottolineato come questi gruppi armati mirino proprio anche alla vulnerabilità delle minoranze etniche e religiose, compresi anche i LGBTI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Intersessuali), per imporre la loro moralità ed esercitare un vero e proprio controllo sociale.

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La rappresentante speciale di Ban Ki-moon, il 16 aprile si recherà in Medio Oriente per incontrare i sopravvissuti, i rifugiati e vari funzionari governativi in ​​Siria, Iraq, Giordania, Libano e Turchia. “La visita viene effettuata sullo sfondo di una nuova catastrofica tendenza dell'uso della violenza sessuale come una 'tattica del terrore' da parte di gruppi estremisti, non solo in Iraq e in Siria, ma anche in Somalia, Nigeria e Mali” ha affermato Zainab Bangura, sottolineando che Ban Ki-moon si è raccomandato che il Comitato Sanzioni per Al Qaeda / Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL) includa la violenza sessuale come parte dei suoi criteri di designazione.

In definitiva, un’efficace contro-strategia a questa minaccia emergente includerebbe impegni intensivi a livello comunitario, anche con le donne e la società civile, i gruppi di giovani e i vari leader religiosi e tradizionali. A tal fine, Zainab Bangura ha ricordato che negli ultimi due anni, la comunità internazionale ha firmato accordi di cooperazione con l'Unione Africana e la Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi, e sulla stessa scia ci si sta muovendo anche con la Lega degli Stati Arabi. Un certo numero di organizzazioni regionali hanno inoltre nominato inviati speciali su “donne, pace e sicurezza”. Passando a livello nazionale invece, i governi di Angola, Guinea, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia e Sud Sudan si sono tutti impegnati ad affrontare la violenza sessuale, attraverso la firma di comunicati congiunti con le Nazioni Unite e le relative aree di intervento. Infine, la rappresentante speciale ha concludo dicendo che: “E’ degno di nota menzionare che ci sono stati 187 condanne di soldati e comandanti in RDC tra luglio 2011 e dicembre 2013 e come indicato nella relazione, quest’anno ci sono state 135 condanne da parte di tribunali militari. Inoltre, squadre di esperti delle Nazioni Unite stanno sostenendo il progresso nazionale in Colombia, Costa d'Avorio e Sud Sudan”.

All’Open Debate, è intervenuta anche Michele J. Sison, vice rappresentante permanente degli USA all’ONU, la quale dopo essersi complimentata con gli sforzi e i progressi compiuti dall’ONU e Zainab Bangura, ha voluto ricordare come proprio le donne leader rappresentino il cambiamento nella lotta contro la violenza sessuale oltre ad un’ispirazione in tutto il mondo. “Queste infatti non solo sostengono le vittime di tali atrocità, ma promuovono la prevenzione, il recupero e la resistenza  attraverso enormi sforzi per difendere la partecipazione attiva delle donne nei processi decisionali e nella società”, ha detto Michele Sison fornendo esempi concreti tratti dall’esperienza di alcune donne attiviste in diversi paesi da Haiti allo Ski Lanka passando per la Repubblica Centroafricana. Infine la vice di Samantha Power, si è soffermata sul fatto di limitare concretamente la violenza e i crimini commessi da attori non statali, come Boko Haram e lo Stato islamico in Iraq e il Levante, noti anche come "ISIL" o "Da'esh", attraverso una cooperazione congiunta e misure urgenti.

Non poteva mancare l’Italia in un dibattito così importante del Consiglio di Sicurezza, e l’Ambasciatore Sebastiano Cardi nel suo discorso ha usato come filo conduttore l’empowerment delle donne. “Dobbiamo investire nella prevenzione, perché la prevenzione è la soluzione. L'Italia è profondamente impegnata in iniziative di preallarme, compreso il quadro di analisi, che suona l'allarme quando c'è il rischio che la situazione degeneri” ha ribadito Cardi, evidenziando che bisogna apportare dei cambiamenti nelle “modalità di prevenzione”. Altro nocciolo fondamentale che il capo della missione italiana ha messo in evidenzia è stato quello della partecipazione. “Partecipazione significa aumentare il numero delle donne negli organi politici, enti e processi. Ma significa anche l'emancipazione delle donne e delle ragazze al fine di avere un impatto più significativo sulla prevenzione dei conflitti e gestione post-conflitto. Dobbiamo dare loro i mezzi per costruire la fiducia in se stessi e sviluppare la loro potenzialità, in modo da diventare i piloti del loro avanzamento sostenibile” ha dichiarato Cardi aggiungendo che non bisogna tuttavia tralasciare altri due punti fondamentali su questa tematica, ovvero la riabilitazione dei sopravvissuti e una lotta più efficace contro queste impunità.

 


 

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