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La crisi nel Mediterraneo arriva al Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Nella foto di A. D'Amato, un rifugiato siriano in una nave militare italiana

Nella foto di A. D'Amato, un rifugiato siriano in una nave militare italiana

Scegliendo di pronunciarsi sull'emergenza immigrazione, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riconosce la crisi in atto nel nel Mediterraneo come un elemento di destabilizzazione regionale. Soddisfazione dell'ambasciatore italiano all'ONU Sebastiano Cardi per l'attenzione, seppur tardiva, della comunitá internazionale

L'emergenza emigrazione nel Mediterraneo centrale ha raggiunto un livello di gravità tale da finire sull'agenda del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Martedì 21 aprile, in una dichiarazione congiunta, i quindici paesi membri hanno espresso grave preoccupazione per quanto sta accadendo nel Canale di Sicilia, sia in relazione all'aumento del numero di barconi che tentano la traversata approfittando delle più miti condizioni meteorologiche, sia in relazione al numero di profughi che finiscono col perdere la vita nei naufragi che sembrano essere diventati ormai il triste corollario di molti di questi atti di disperazione.

Il numero di rifugiati, esuli e migranti provenienti da ogni parte del mondo che hanno tentato di raggiungere l'Italia dall'inizio dell'anno ha superato i 36.000, una situazione che ormai rischia di avere un'effetto destabilizzante per gli stati coinvolti e di diventare una minaccia alla sicurezza dell'intera regione. Da qui, l'interesse del Consiglio di Sicurezza che segue solo di un paio di giorni la riunione straordinaria tenuta dai membri dell'Unione Europea che avrebbe delineato un piano di risposta alla crisi.

In aggiunta ad esprimere costernazione per le recenti tragedie avvenute a sud di Lampedusa nelle quali quasi novecento persone hanno perso la vita, il Consiglio di Sicurezza ha esortato la comunità internazionale ad aumentare il livello di cooperazione e coordinazione tra gli stati di origine, transito e destinazione degli immigrati per evitare che il controllo di questi fenomeni resti nelle mani delle organizzazioni criminali che li gestiscono al momento.

La forte presa di posizione del Consiglio di Sicurezza é un motivo di soddisfazione personale per l'ambasciatore italiano all'ONU Sebastiano Cardi il quale ha dichiarato: "La voce italiana è stata ascoltata, non solo a Bruxelles ma anche a New York" aggiungendo che la dichiarazione dei Quindici di oggi costituisce un passo significativo in un percorso che passa per il vertice europeo di giovedì per arrivare a misure per debellare il fenomeno del traffico illegale con il sostegno dell'Onu e in una cornice di legalità internazionale. "E' importante – ha concluso Cardi – che il Consiglio si sia pronunciato, esprimendo preoccupazione per l’impatto delle reti criminali di trafficanti sui paesi interessati e sulla stabilità regionale".

Le Nazioni Unite, così come una consistente fetta della comunità internazionale, avevano già lodato l'Italia per il ruolo svolto nelle frequenti operazioni di salvataggio compiute nelle acque intorno a Lampedusa. Il confronto tra gli sforzi logistici realizzati dal governo italiano con l'iniziativa "Mare Nostrum" e quella europea "Triton" che l'ha rimpiazzata, ha mostrato sin dall'inizio una drammatica riduzione di risorse che si é tradotto in un aumento dei rischi per i migranti ma non in una diminuzione del loro numero.

Nel frattempo, Leonard Doyle, portavoce dell'International Organization for Migration (IOM) intervistato dalla stazione radiofonica americana NPR, ha dichiarato che, in aggiunta alla prossimità geografica alle coste libiche, uno dei motivi per cui l'Italia é una delle mete preferite dai migranti é anche "la natura benevola delle sue normative grazie alle quali le forze dell'ordine non possono forzare nessuno a rilasciare neanche le proprie impronte digitali e questo consente a coloro che arrivano di rimanere in incognito [spesso celando la propria nazionalità effettiva NdR] e di proseguire per il Nordeuropa dove molti di essi chiedono asilo politico".

Sempre al Palazzo di Vetro, mentre il Consiglio di Sicurezza suonava l'allarme per l'emergenza immigrazione nel Mediterraneo, all'Assemblea Generale si discuteva un tema che é, in parte, alla radice di molti di questi esodi di popolazioni: quello della violenza dovuta all'intolleranza.

" Da Parigi a Tunisi, da Garissa a Yarmouk, Johannesburg e Peshawar nessuna nazione o società può considerarsi immune dalla minaccia dell'estremismo violento" ha detto il Presidente dell'Assemblea Generale Sam Kutesa all'apertura del dibattimento. "Non esiste alcuna giustificazione per tali episodi di violenza – ha aggiunto Kutesa – ed é compito della comunità internazionale di condannare con fermezza tutte le manifestazioni di intolleranza: dall'antisemitismo, all'islamofobia al razzismo". Sempre secondo il Presidente, gli episodi di violenza che ormai si susseguono con relativa frequenza, sono ancora più inaccettabili considerando l'aspetto sempre più interconnesso della società globale.

"Gli stati membri devono confrontarsi apertamente con le proprie responsabilità" ha aggiunto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che, intervenendo alla riunione ha dichiarato che "non possiamo permetterci di lasciare nessuno ai margini: donne, poveri e tutti quei gruppi che in molte nazioni continuano a costituire la parte più vulnerabile della società" ma ha anche concluso ammonendo che "anche gli abusi compiuti in nome della lotta al terrorismo possono potenzialmente trasformarsi in nuovi vivai di violenza".

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