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Perché milioni di persone provano a raggiungere l’Europa con i barconi? Oltre alle guerre c’è anche il Land grabbing…

di C. Alessandro Mauceri

Nel caso di chi fugge dal Centro Africa le guerre c’entrano poco. C’entra, invece, il Land grabbing, ovvero le multinazionali che operano in agricoltura. Che, spesso d’accordo con i governi corrotti dei Paesi del Centro Africa, rubano la terra ai contadini costringendoli a fuggire. Magari 'concedendogli' i soldi che poi finiranno nelle tasche degli scafisti   

Da molti anni ormai uno dei temi caldi della politica estera (ma anche di quella interna) è costituito dal flusso inarrestabile e sempre crescente di migranti che dall’Africa cercano di attraversare il Mediterraneo per entrare in Europa. In molti hanno cercato di proporre soluzioni a questo problema. A cominciare dall’ex Cavaliere Berlusconi che, dimenticati i suoi viaggi in Libia (con baciamani di rito all’allora leader Gheddafi), ha proposto di distruggere i motori dei barconi in modo da impedire le traversate. Poi ci hanno provato Monti e Letta, ma entrambi senza riuscire a limitare gli sbarchi. Ben più ‘decisivo’ l’intervento proposto dal “Nuovo che avanza”, al secolo Matteo Renzi, e da altri leader europei guidati dalla rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini: bombardare direttamente i barconi così da ottenere un duplice risultato: ridurre il numero dei migranti e privare i futuri migranti di mezzi utili alla traversata. Inutile commentare le soluzioni proposte anche da attori e cantautori: sono solo l’ennesima prova, se mai ce ne fosse bisogno, che fino ad ora pochi hanno cercato di capire quali sono le reali cause del problema.

Non sarebbe il caso di chiedersi chi sono e soprattutto perché così tante persone decidono di rischiare la vita attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, nel tentativo di entrare in Europa attraverso l’Italia e la Spagna? Tanto più che la vita che li aspetta nel Vecchio Continente non è certo un Paradiso, dal momento che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si tratta né di profughi, né di rifugiati (entrambe queste categorie sono ben classificate e le statistiche parlano di una percentuale ridottissima di rifugiati e di profughi tra quanti sbarcano in Italia), mentre la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno è davvero minima. 

Per comprendere le cause di questi flussi migratori è necessario vedere da dove centro africaprovengono gli immigrati. Dai dati elaborati dal Centro studi e ricerche Idos sulla base di dati Istat e da altre fonti, emerge che la maggior parte di quelli che decidono di rischiare la propria vita salendo sulle carrette del mare non arriva dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Libia, Tunisia ed Egitto sono, infatti, solo “porti” e tappe intermedie di un viaggio più lungo. La maggior parte proviene da Paesi dell’Africa centrale (foto a destra, tratta da ngara.org) come Nigeria, Senegal, Gambia e Somalia, ma anche da altri Paesi dell’Africa centrale come, ad esempio, la Tanzania. È vero che in alcuni di questi Paesi (come in Somalia) sono in corso scontri e lotte fratricide (sulle quali l’Onu non è stata finora in grado di fare nulla), ma in altre realtà non si ha notizia di guerre, né di conflitti armati, né di stermini di massa. Perché, allora, così tante persone decidono di lasciare il proprio Paese e la propria casa e di migrare verso il Nord?

La causa che spinge migliaia e migliaia di persone ad abbandonare la propria terra e rischiare la vita in un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri potrebbe essere un’altra: il Land grabbing. Nel 2007, l’anno della crisi finanziaria ed economica, si è verificata un’altra crisi di cui solo pochi hanno parlato: quella dei prezzi dei prodotti agricoli. E’ stato allora che è sorta la necessità, per investitori senza scrupoli e speculatori nel campo agricolo, di trovare nuove terre su cui insediare produzioni intensive di beni primari (come prodotti agricoli e coltura per la produzione di biodiesel). In breve, l’Africa sub sahariana e quella centrale sono diventate “terra di conquista” per le multinazionali che operano in agricoltura sempre a caccia di terre rigogliose da “bonificare” e destinare a coltivazioni intensive.

Per appropriarsi di queste terre, le grandi multinazionali esercitano pressioni di ogni tipo su governi in alcuni casi dispotici e di certo poco democratici. Spesso ottengono diritti sui terreni dietro la promessa di costruire infrastrutture irrigue, strade e, in qualche caso, ospedali e scuole. Non è un caso se, recentemente, in Africa centrale, imprenditori cinesi hanno costruito o ricostruito intere città apparentemente senza chiedere niente in cambio. Ai governi viene promesso di creare nuovi posti di lavoro. Grazie ad accordi ufficiali, grandi imprese internazionali si appropriano del diritto di fare ciò che vogliono su grandi aree agricole.

Uno studio realizzato dalla Banca Mondiale nel 2010 parla di “accaparramento” di terreni per 46 milioni di ettari (due terzi dei quali nell’Africa centrale e nel solo periodo che va da ottobre 2008 ad agosto 2009). I ricercatori hanno ammesso che quel numero poteva essere molto sottostimato dato che meno della metà delle acquisizioni esaminate riporta l'estensione dei terreni acquisiti. Inoltre, è stato accertato che, spesso, le multinazionali, per non essere costrette a pagare tasse sulla proprietà dei terreni, preferiscono acquisire il diritto di superficie per tempi lunghissimi (tra i 25 e i 99 anni) invece che acquistarli. Cosa che rende i dati rilevati ulteriormente sottostimati.

Insomma, siamo davanti a un fenomeno in continua espansione a ritmi vertiginosi: i dati relativi al 2012, riportati sul portale Land Matrix che monitora il Land grabbing nel mondo, parla di una superficie di circa 83 milioni di ettari. E sul sito di Oxfam Italia si parla di una crescita del fenomeno del land grabbing del 1000% dal 2008 ad oggi.

Il Land grabbing è stato ed è una delle principali cause delle immigrazioni di massa. Quando le multinazionali si appropriano dei terreni, quasi sempre preferiscono allontanare le comunità che vivono in quell’area, lasciandole senza terra e senza futuro. A volte le promesse di risarcimenti non vengono mantenute, altre volte la gente viene costretta a trasferirsi in aree desertiche o assolutamente  sterili dove è impossibile vivere. Come in Tanzania dove, qualche tempo fa, un’azienda svedese, la EcoEnergy, ha affittato (per 99 anni!) dal governo tanzaniano più di 20 mila ettari di territorio nella parte nordorientale del Paese. Una zona prospera e fertile (vi si produceva mais, riso e frutta), tanto che vi era stata aperta una azienda agricola di Stato (la Razaba Farm, inspiegabilmente chiusa nel 1993). Come denunciato da ActionAid, dopo la stipula del contratto, mille e 300 famiglie di contadini e piccoli allevatori sono state costrette a lasciare le proprie terre mentre a 300 famiglie è stata tolta anche l'abitazione. In un'area limitrofa di circa 2 mila e 400 ettari si è insediata senza alcun contratto. Anche qui, da un giorno all’altro, quasi duecento famiglie sono state private della terra e molte di loro anche della casa. Per questo gli abitanti hanno intentato una causa legale con la multinazionale (ma le speranze di vincere contro multinazionali come queste sono infinitesime).

Negli ultimi anni la Tanzania è diventata una delle mete preferite da imprese multinazionali e fondi di investimento: dal 2006 al 2012 sono almeno quaranta le compagnie straniere che hanno affittato o comprato grandi proprietà terriere sulle quali hanno impiantato produzioni di jatropha o canna da zucchero da trasformare in componenti per biodiesel. Nel novero delle aziende che hanno deciso di “conquistare” l’Africa centrale figurano anche alcune imprese del Belpaese che hanno fatto “acquisizioni” in Etiopia, Liberia, Mozambico e Senegal dove, dal 2005, più di 80 mila ettari di terra sono passati in mani italiane.

Che fine fanno gli abitanti di queste aree dopo che le multinazionali si sono impossessate, con le buone o con le cattive, della loro terra? Gente che viveva in pace, nel pieno rispetto dell’ambiente e in modo assolutamente ecosostenibili è stata spodestata da multinazionali che impongono i propri sistemi di sfruttamento intensivo dei terreni, a cominciare dalla monocoltura, distruggendo ecosistemi a volte unici al mondo. Secondo ActionAid ai contadini vengono date solo due alternative: ricevere un indennizzo in denaro o cercare un altro posto per sopravvivere. Come hanno confermato tanti testimoni, le multinazionali non danno scampo. Uno di loro, Sefu Mkomeni, un contadino di Matipwili, un villaggio nella zona di Biga West, ha detto: "Non c'era la possibilità di scegliere se restare o andarsene, ma solo di andarsene" (sotto, a sinistra, foto tratta da slowfood.com)

Tutto ciò avviene in barba alle regole adottate dalla comunità internazionale nel 2012, le land grabbingTGs (Direttive volontarie sulla governance responsabile dei regimi fondiari) che prevedono il diritto delle persone a un previo consenso, libero e informato sulle attività e le scelte che riguardano il proprio territorio, e la possibilità di opporsi. In realtà, quasi sempre, ai contadini non viene spiegato cosa sta accadendo. Inoltre, solo una minima parte di loro può vantare vanta titoli ufficiali di proprietà o diritti sulla zona coltivata: per loro sono le terre dei loro padri e dei padri dei loro padri. E così indietro nel tempo fino a memoria d’uomo.

Da uno studio del 2003 della Banca Mondiale risulta che solo una parte della proprietà delle terre d'Africa (compresa tra il 2 e il 10 per cento) è posseduta sulla base di titoli formali. In molti paesi dell’Africa, la maggior parte dei terreni coltivabili sono classificati come “beni non-privati”: sono i governi ad essere ufficialmente proprietari della gran parte delle terre. Ed è con i governi che le grandi multinazionali contrattano e fanno affari d’oro sulla pelle della povera gente. La bramosia di conquista di campi coltivabili, l’invasione senza armi delle zone più fertili dell’Africa centrale ha conseguenze che tutti conosciamo: lascia senza alcuna possibilità di sopravvivenza migliaia, forse milioni di persone: persone che non sanno cosa farsene dei pochi spiccioli promessi dalle multinazionali: il denaro non si mangia e non si coltiva.

Già, il denaro. Spesso molti di loro usano i pochi soldi che hanno ricevuto per intraprendere lunghissimi viaggi: viaggi che, dopo aver attraversato molti Paesi, li portano a varcare il Mediterraneo, nella speranza di trovare un posto dove vivere. Molti di loro, nel proprio Paese, coltivavano la propria terra e vivevano dignitosamente. E molti di quelli che riescono ad arrivare in Italia continuano a farlo. Solo che ora la terra che coltivano non è la loro: lo fanno sulle terre di altri, dove lavorano da schiavi e senza nessuna garanzia per il proprio futuro.

Chissà se Renzi e la Mogherini leggeranno questo articolo. Chissà se lo leggeranno all’Onu, dove si deve decidere se ‘bombardare’ i barconi, come ha proposto il nostro con grande ‘lungimiranza’ il Presidente del Consiglio del nostro Paese. Chissà se lo leggerà Berlusconi, che vorrebbe sabotare i motori dei barconi…

 

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