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L’Algeria di Ben Bella e quella storia deviata nel Mediterraneo

Ahmed Ben Bella a Washington nel 1962 con John F. Kennedy

Ahmed Ben Bella a Washington nel 1962 con John F. Kennedy

Cinquanta anni fa Houri Boumedienne rovesciava con un colpo di stato Ahmed Ben Bella, il leader del Fln che aveva liberato l'Algeria dal colonialismo francese. Nella destituzione si vide lo zampino della Cia e non è casuale che proprio nel nord Africa maghrebino si sarebbe verificato il primo episodio di guerra civile a carattere religioso e tribale del post-bipolare arabo

Il colonnello Houari Boumedienne, il 9 giugno 1965, rovescia con un colpo di stato Ahmed Ben Bella, arrivato al potere come espressione della fazione più radicale del Fronte di liberazione nazionale (Fln) che aveva sbarazzato l’Algeria dal colonialismo francese. Con Boumedienne il paese avrebbe proceduto nella strada dello sviluppo economico grazie alle abbondanti risorse energetiche, ma si sarebbe perso dentro due grandi limiti: il ceto burocratico espresso dal Fln si sarebbe impadronito delle ricchezze nazionali lasciando che si gonfiassero grandi sacche di povertà e arretratezza in particolare fuori dalle grandi città, la scelta teorica terzomondista e la pratica di filosovietismo avrebbe in più fasi posizionato Algeri contro i vicini (Marocco in particolare) e l’Occidente. 

Non è casuale che, nel nord Africa maghrebino, proprio in Algeria si sarebbe verificato il primo orribile episodio di guerra civile a carattere religioso e tribale del post-bipolare arabo. Il confronto tra repubblica laica e insorti islamici del Fis assunse contorni sanguinari e stragisti facendo un enorme e incalcolabile numero di morti. Nata sugli eccessi della guerra anticoloniale, l’Algeria praticò con spietatezza quella che interpretava come doverosa resistenza al montare islamista. Ma il popolo percepì quella guerra come un conflitto tra due élite: quella dei privilegiati burocrati dell’Fln e quella dei religiosi che intendevano loro sostituirsi. Certo, se sul ponte di comando, ad Algeri, ci fosse stato ancora il carismatico “padre della patria” Ben Bella, o un suo erede che come lui esprimesse la “purezza delle origini” e una religiosità islamica moderata, forse la partecipazione di popolo in difesa dei valori repubblicani e laici sarebbe stata garantita.

Il caso del nazionalista socialista Ben Bella, in questo senso, si confonde con quanto accaduto un po’ ovunque nel mondo arabo e in Iran, nel post bipolare. I ripetuti fallimenti di leader laici e nazionalisti, l’isolarsi in casta delle gerarchie militari, segnano, decennio dopo decennio, le tappe del dissolvimento del cosiddetto socialismo panarabo, l’autodistruzione dei Baath, la frammentazione e le lotte intestine della resistenza palestinese sino alla spaccatura in due territori e amministrazioni, aprendo le porte all’avvento di movimenti e stati islamisti. Accade in Libano, in Palestina, in Algeria, Egitto, Iran; oggi in Siria, Iraq. Libia. L’Occidente, in particolare le ex potenze coloniali e gli Stati Uniti, hanno quasi sempre flirtato con golpisti  e insurrezionisti che tendevano ad abolire quel poco di cultura laica che si andava installando negli stati arabi del dopoguerra. Hanno incassato qualche dividendo nel breve (ad esempio in chiave antisovietica), ma hanno ovunque perso nel lungo periodo, per non osare di rispettare l’autonomia dei grandi.

 L’episodio Ben Bella è esemplare, visto che lo zampino Cia nella sua rimozione fu denunciato subito da molte fonti. Arruolatosi nella lotta patriottica a soli 15 anni, aveva fatto la Seconda guerra mondiale come sottufficiale a fianco degli alleati. Aveva combattuto a Cassino guadagnandosi ferite e decorazioni dalle mani di De Gaulle. Avrebbe rincontrato il generale nelle trattative per l’indipendenza, mostrandosi alla sua altezza. Assunto il potere diede al suo popolo riforme sociali di grande spessore, almeno al confronto con i vicini paesi arabi. Certo non era amato dai burocrati del Fronte, né dalla nascente borghesia di stato che faceva affari sulle risorse naturali. La sua figura sarebbe stata premiata, decenni dopo la repentina estromissione, quando l’Unione Africana, nel 2007, lo avrebbe chiamato nella Commissione dei Saggi. L’aeroporto di Orano porta il suo nome. 

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