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L’enciclica ambientalista e quindi europeista di papa Francesco

Strasburgo, 25 Novembre 2014: il Papa parla al parlamento europeo (Foto di Patrick Hertzog / Getty Images)

Strasburgo, 25 Novembre 2014: il Papa parla al parlamento europeo (Foto di Patrick Hertzog / Getty Images)

Altro che terzomondismo, l'enciclica Laudato si' di papa Francesco conferma la centralità europea della Chiesa cattolica. La battaglia ambientalista per lo sviluppo sostenibile è infatti una delle più importanti carte giocate dall’Europa contro il suo grande competitore americano e, soprattutto, contro le economie emergenti

Vi sarà certamente l’occasione di tornare sull’enciclica Laudato si’ resa pubblica il 18 giugno. Occorrerà analizzarla più in profondità, nei toni e nei contenuti che sfuggono ad una prima osservazione superficiale.

Ci limiteremo qui ad un solo aspetto: il ritorno alla centralità europea della Chiesa cattolica. Anzi: la conferma della centralità europea della Chiesa cattolica. Molti osservatori, nella speranza di veder combaciare le proprie aspirazioni personali con la politica globale della Chiesa, hanno speso gli ultimi due anni a lodare il presunto abbandono della centralità europea a favore di un ecumenico terzomondismo, di cui Bergoglio, per le sue origini, sarebbe il rappresentante “naturale”. 

Le nomine cardinalizie del papa argentino erano parse confermare quella tendenza. Tuttavia, occorre ricordare che una delle funzioni principali dei cardinali è più quella di “romanizzare” la periferia che quella di portare la voce della periferia a Roma. La Chiesa non può ignorare che i tre quarti (ormai quasi i quattro quinti) dei suoi fedeli vivono fuori d’Europa; ma quanto quei fedeli possano influenzare le politiche della Chiesa non può essere misurato con il metro delle nomine cardinalizie.

Il compito di “romanizzare” la periferia, o, per meglio dire, di “europeizzarla”, sarà ancora più laborioso in occasione della divulgazione e della spiegazione della nuova enciclica.

L’ecologia è un’arma fra le tante utilizzate nella competizione internazionale. La battaglia contro il “riscaldamento globale”, poi ribattezzato “cambiamento climatico”, è una delle più importanti carte giocate dall’Europa contro il suo grande competitore americano – secondo produttore di CO2 al mondo – e, soprattutto, contro le economie emergenti. Alla fine del secolo scorso, di fronte alla capacità degli Stati uniti di imporsi grazie alla sua superiorità economica, militare e tecnologica, e di fronte alla capacità dei paesi in via di sviluppo di imporsi grazie ai bassi salari, l’Europa ha scelto l’arma ecologica per indebolire i propri competitori.

Alla conferenza di Copenaghen, del 2009, l’offensiva europea contro il “riscaldamento globale” uscì sconfitta proprio dalla vigorosa controffensiva delle potenze emergenti, con un Obama verbalmente da una parte (in ragione dei suoi proclami elettorali) e praticamente dall’altra (in ragione degli interessi del suo paese). Il discorso degli emergenti era (ed è): voi (potenze sviluppate) avete costruito la vostra supremazia economica sul mondo inquinando senza ritegno, e ora, quando tocca a noi svilupparci, ci dite che non si può più fare. Inoltre, aggiungono gli emergenti, voi all’epoca non avevate nessuna tecnologia alternativa, mentre noi, oggi, possiamo contare, e anche sviluppare, delle alternative che evitano (o quanto meno limitano) i disastri ecologici delle vostre rivoluzioni industriali. Prova ne sia che la Cina, oltre ad essere il primo emettitore di CO2 al mondo, è anche il primo produttore mondiale di energia rinnovabile.

La linea dell’Europa è altrettanto chiara: un conto è se alcune poche potenze inquinano, un altro se tutto il mondo inquina. Occorre porre un limite, senza il quale il destino del pianeta è segnato. Il riscaldamento globale (o cambiamento climatico) è già all’opera, e la responsabilità ricade sull’attività umana.

Questa è diventata l’opinione dominante in Europa e in numerosi circoli negli Stati Uniti, talmente dominante che, chi esprime dubbi, rischia di essere tacciato di “negazionismo climatico”. Gli scienziati, invece, restano divisi: sia sul cambiamento climatico in sé, sia, soprattutto, sull’eventuale responsabilità umana. E la Chiesa lo sa.

Lo sa, evidentemente, anche papa Francesco. Nell’agosto 2014, parlando dell’enciclica allora in gestazione, Bergoglio diceva che dell’«ecologia, anche l’ecologia umana, si può parlare con una certa sicurezza fino ad un certo punto. Poi, vengono le ipotesi scientifiche, alcune abbastanza sicure, altre no…  Si può dire in nota a piè di pagina: “su questo c’è questa ipotesi, questa, questa…”, dirlo come informazione, ma non nel corpo di un’enciclica, che è dottrinale e deve essere sicura».

Nel testo presentato giovedì, invece, le note a piè di pagina sono scomparse, e le ipotesi degli scienziati che attribuiscono all’uomo la responsabilità del cambiamento climatico sono diventate certezze dottrinali. La tesi dell’Europa – che presenta se stessa come “potenza benigna”, la sola capace di abbracciare con un solo sguardo il destino di tutta l’umanità – fanno il loro ingresso ufficiale nel magistero della Chiesa. A costo di farle difendere, come è successo oggi alla conferenza stampa, da John Schellnhuber, consigliere scientifico di Angela Merkel e noto malthusiano, nominato da Bergoglio membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.

L’America Latina di Lula da Silva, fieramente impegnato nel 2009 a contrastare l’attacco “ecologico” dell’Europa contro lo sviluppo del proprio paese, è già dimenticata.

A Parigi, che sulla prossima conferenza sul clima di dicembre conta di riacquisire almeno un po’ di visibilità internazionale e di leadership europea, si prende nota e si ringrazia.  

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