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I muri in Europa, la paura di chi li vuole e l’ignavia di chi li ignora

Vicktor Orbàn

Vicktor Orbàn

Il muro che il Primo Ministro ungherese Vicktor Orbàn ha annunciato di voler costruire tra Ungheria e Serbia è, in ordine di tempo, solo l’ultima segnalazione della paura, di perdere e di perdersi, che ormai accomuna mezza Europa; ma sarebbe un grave errore limitarsi ad irriderla o maledirla

Dalla Berlino comunista volevano andarsene, e di corsa. Nell’agosto del 1961, pertanto, la DDR decise di costruire un muro. Tuttavia, per il mondo comunista, quello era uno smacco troppo vistoso: così fu proclamato che era un “muro di protezione antifascista”. Rituali menzogne: il muro doveva impedire di uscire. Ma la menzogna potè essere sostenuta, perchè, in genere, i muri effettivamente si costruiscono per impedire di entrare. Come l’ultimo della serie, quello annunciato la settimana scorsa dal Primo Ministro ungherese Vicktor Orbàn.

Lo vuole costruire lungo il confine con la Serbia, per 175 chilometri. A guardare la situazione sulla carta geografica, l’Ungheria e la Serbia formano una sorta di lettera T. L’Ungheria ne è il segmento superiore e orizzontale, la Serbia quello inferiore e verticale. Il muro, probabilmente una rete metallica, variamente presidiata da punti di avvistamento e dispositivi elettrici, dovrebbe essere alto quattro metri. Dovrebbe, perchè i più convinti, cioè la maggioranza, hanno già fatto notare che quattro metri riuscirebbero troppo facili da scavalcare. Il progetto, dunque, sembra ancora tale. Chissà che, nel frattempo, qualcuno da Bruxelles non si faccia vivo, dichiarazioni perplesse, preoccupate, sorprese, costernate, imbarazzate a parte.

A dire le cose come stanno, infatti, questo muro non è un ostacolo: è un segnale, lanciato magari inavvertitamente dagli stessi autori del progetto. Però è un segnale. Solo che i segnali possono essere visti o ignorati. Per ignorare il segnale-muro ungherese non c’è che da scegliere: l’indignazione superciliosa, il sarcasmo, la maledizione. Armamentario tipico da struzzo o da stratega della quota di mercato nel marketing della parola forte. Una sintesi esemplificativa di questo modo insensato e interessato di non cogliere il segnale si rinviene, per es. nelle parole di Paolo Flores D’Arcais. Tre anni fa, a proposito di Orbàn che aveva promosso il varo di una nuova Costituzione, a suo dire autoritaria, così, invece, libertariamente e per illustrare come va espressa una parola civile, commentava: “Se si vuole evitare il contagio, gli appestati vanno trattati come appestati”. Voleva dire che l’Ungheria, stato sovrano, andava cacciata dall’Unione perchè il suo governo era neo-soft-fascista ecc. 

Sicchè, quando ci si trova di fronte ad un nuovo muro, eccettuati i cultori delle quote di mercato, bisognerebbe sforzarsi di considerarlo non solo come un ostacolo: al cammino dei popoli, del pensiero, delle speranze, ma anche, e soprattutto, come un segnale di sofferenza e di paura per l’inadeguatezza circostante; giacchè, sempre, espressioni più o meno grette di egoismo, o apparentemente tali, implicano un sentimento meno ignobile, e più articolato e profondo: come solo la paura sa essere.

Ora, prendersi gioco della paura è, fra le viltà, la più infìda; fra le violenze, la più becera; fra le insipienze, la più ottusa. Perchè gli ungheresi, che vogliono il muro con la Serbia, hanno paura? E di che hanno paura? E di chi hanno paura? Di perdere quello che hanno, quello che sono, e che ritengono sottoposti a minaccia: nell’indifferenza di chi sta meglio di loro, e causa di un egoismo ancora maggiore, infinitamente maggiore di quello che loro si imputa. Anche Oriana Fallaci fu, a suo modo, un muro; volle mandare un segnale. Non pare ci sia riuscita.

Perciò, la prima cosa da capire, è che un muro come quello annunciato dagli ungheresi è il sintomo, o segnale, di un maggior egoismo, fragoroso quanto deliberatamente sminuito. L’egoismo della fedigrafa e benestante, nichilista e incolta dirigenza europea. La quale non è anonima, ma significativamente riconducibile ai maggiori stati nordeuropei e ai loro vessilliferi sparpagliati qua e là: lontani, per status geografico o personale, dai sommovimenti, poveri e poverissimi, dell’oriente ex sovietico e del Mediterraneo.

La seconda cosa da capire è che dal 1950 ad oggi, la popolazione complessiva di Asia e Africa è passata da 1 miliardo e 400 milioni di persone a circa a 4 miliardi: quasi il triplo. Di persone. Con stime per il 2050 (cioè quando i nostri figli avranno la nostra, attuale, età) di 7 Miliardi. A cifre costanti, se ne arrivassero solo il 10%, sarebbero circa 700 milioni; vale a dire, in un rapporto di 1 a 1,4 con la odierna popolazione dell’Unione Europea (che nel 2050, considerata la denatalità, sarà ancora minore).

E’ abbastanza velleitario pensare ad una, unica, soluzione. I negoziati con gli stati più poveri per mitigare alla radice il flusso migratorio; l’aiuto offerto da chi riceve (nonostante sia già evidente una robusta e truffaldina mistificazione, anche ideologica, della bandiera umanitaria); l’educazione al pensiero, all’elezione di un modo di vita più disincantato verso la materia e più cordiale verso l’uomo in quanto uomo, possono, al più, essere frammenti, bende, mezze misure.

Ordini di grandezza così vasti, lo vedrebbe anche un cieco, hanno il volto imponente e terribile dei rivolgimenti epocali. Bisognerebbe cominciare col dire questa elementare verità. Le invasioni barbariche, cosiddette, durarono per tre secoli. I germanici si vestivano di pelli e si accampavano; i romani, di pepli, e splendevano di travertino e murature; gli uni combattevano e morivano per tenda, moglie e figli; gli altri assoldavano mercenari; quelli credevano nell’oltremondo con candore infantile, questi alternavano scetticismo a persecuzione. E poi, per tutti, Romolo Augustolo pagò alla storia, ineffabile creditrice, cambiali e interessi.

Non è detto che aprire gli occhi ci porrebbe necessariamente di fronte alla scelta fra sterminare o essere sterminati. Nè che ci siano tre secoli a nostra disposizione per una scelta. E’ però certo che, chiudendoli, non ne avremo alcuna. 

I muri non sono la luna: sono solo il dito.   

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