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C’era una volta la NATO, gli idrocarburi e l’europeo

Per oltre la metà dei tedeschi, dei francesi e degli italiani il proprio paese non dovrebbe utilizzare la forza per difendere un alleato NATO qualora subisse un attacco militare russo. Ma il Patto Atlantico dice che un attacco a uno stato membro NATO è da considerarsi un attacco a tutti. Ma quanto vale oggi il trattato con cui, nel 1949, è stata fondata l’organizzazione? / Read it in English

‘Che si arrangino…’ — “Oltre la metà dei tedeschi, dei francesi e degli italiani dicono che il proprio paese non dovrebbe utilizzare la forza per difendere un alleato NATO qualora subisse un attacco militare russo”. Il risultato proviene da una recente indagine demografica dell’autorevole Pew Research Center, basata su interviste a 11.116 rispondenti in 10 paesi.

Siccome l’atto costitutivo del Patto Atlantico dice precisamente il contrario—cioè, che un attacco a uno stato membro della NATO è da considerarsi un attacco a tutti—c’è da chiedersi esattamente quanto vale oggi il trattato con cui, nel 1949, è stata fondata l’organizzazione. La questione è cruciale per i paesi baltici che si sentono particolarmente minacciati dal neo-espansionismo russo, come la Polonia, dove il 70% della popolazione dice di considerare che la Russia rappresenti una “importante minaccia militare”.

Secondo lo stesso studio Pew, gli abitanti della maggiore parte dei paesi NATO ritengono (ancora) che gli Stati Uniti si batterebbero per difenderli. E’ dei vicini che non si fidano più.

 

Verdi entro il 2100 — Oltre a parlare male di Putin e ad augurarsi che qualcun altro risolva subito i problemi della Grecia, al recente summit in Baviera i paesi del G7 hanno firmato un solenne accordo in cui giurano di mettere al bando in tutto il mondo ogni fonte d’energia basata sugli idrocarburi fossili—gas, petrolio, carbone—entro la fine del 21° Secolo.

Le probabilità che ciò succeda davvero parrebbero prossime allo zero, ma è stata palesata l’alta coscienza ecologica dei principali leaders dell’Occidente e comunque mancano 85 anni. Ad ogni modo, Angela Merkel ha detto ai giornalisti che: “Ci siamo impegnati sul fatto che nel corso del secolo vogliamo vedere la decarbonizzazione dell’economia mondiale”. Possiamo stare tranquilli. 

E’ facile essere sarcastici, ma qualche successo nei confronti del bistrattato carbone—una fonte particolarmente ricca di inquinamento atmosferico—c’è stato. Sia la Banca Mondiale sia la BEI hanno smesso di finanziare nuovi progetti per lo sfruttamento dei bacini carboniferi—se non in “rare circostanze”—già a partire dal 2013. Pochi giorni fa il Parlamento norvegese ha finalizzato un piano che prevede il disinvestimento da parte del gigantesco fondo sovrano del Paese—ha in gestione $890 miliardi—da tutte le partecipazioni in aziende che trattano il carbone. E’ vero che quel fondo l’hanno tirato su con i proventi del gas e del greggio, ma l’intento è nobile.

Nobile l’intento, ma non è detto che il mondo reale stia ad ascoltare. I consumi planetari di gas naturale e di petrolio sono aumentati entrambi del 1,4% nel 2013: il consumo del carbone del 3%.

 

In fuga dall’Europa — Siccome va di moda sparare stime allarmanti sui milioni di migranti africani che attendono sulla sponda libica per invadere l’Europea attraverso l’Italia, ci sembrava interessante andare a vedere quante persone invece lasciano la Ue ogni anno per cercare opportunità altrove. L’Eurostat però—che sa tutto dei movimenti internazionali dei nostri cani e gatti attraverso “l’Europassaporto” per gli animali di compagnia—trova che il dato sui fuorusciti umani sia “particolarmente difficile” da raccogliere e pertanto non calcola l’emigrazione netta. Tuttavia, in una pubblicazione del maggio scorso, concede che, nel solo 2012, “almeno” 2,7 milioni di persone hanno emigrato, lasciando uno stato membro dell’Unione: molti per altri stati Ue, altri per non si sa dove. Forse qualcuno ha lasciato dietro una casa sfitta che potrà essere occupata dai “nuovi europei” in arrivo dal Nord Africa.

 

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