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Dov’è scritto che tutti i migranti soccorsi nel Mediterraneo debbono essere portati in Sicilia e nel resto d’Italia?

di C. Alessandro Mauceri

Infatti non è previsto da alcuna legge. Anzi, leggi e trattati internazionali alla mano, le imbarcazioni - soprattutto quelle non italiane - dovrebbero portare i naufraghi nei Paesi più vicini e non in Sicilia e nel resto d’Italia. Vi raccontiamo gli inghippi che stanno dietro questa matassa imbrogliata

In attesa di scoprire quale sia il tanto atteso “piano B” per risolvere il problema dei migranti, preannunciato ma mai descritto dal premier Matteo Renzi, il governo ha deciso di ricorrere ad un piano C: ovvero, ribadire cose ovvie. Oggi Renzi dice: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti per motivi economici vengano rimpatriati”. Ovvio: lo prevede la legge e lo prevedono gli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia. E questo ben prima che il “Nuovo che avanza” arrivasse a salvare il Paese.

“Sul tema dell’accoglienza ci vogliono soluzioni che rispondano a requisiti etici e criteri di ragionevolezza”, ha rilanciato Renzi. Sorge spontanea una domanda: ma se ad essere accolti dovevano essere solo i richiedenti asilo, perché, da anni, si permette a centinaia di migliaia di persone di varcare la frontiera? In altri Paesi europei, il comportamento dei governi è stato ben diverso: da un lato, quanti avevano diritto al riconoscimento dello stato di rifugiato politico o di profugo sono stati accolti a braccia aperte (e in percentuali ben maggiori che in Italia); dall’altro, però, a chi non aveva alcun diritto di insediarsi in quel Paese non è stato permesso neanche di entrare. A volte, anche con misure dure come sul fronte occidentale, al confine tra Marocco e Spagna,  dove sono stati costruiti (e per di più attingendo a fondi comunitari) muri per limitare gli ingressi illegittimi. O come sul fronte orientale, dove la Turchia ha fatto lo stesso e ha alzato barriere fisiche per limitare l’accesso di immigrati irregolari provenienti dal Medio Oriente (limitando, però, così anche l’accesso a quanti aveva diritto di entrare in Turchia come i richiedenti asilo e i profughi provenienti dalla Siria). In altri Paesi come in Ungheria, si è arrivati perfino a sospendere il trattato di Dublino…

In Italia, invece, non solo da anni i governi si sono dimostrati assolutamente incapaci di arginare questi flussi (e la situazione è peggiorata in modo spaventoso negli ultimi diciotto mesi), ma i nostri esemplari di Homo politicus non perdono occasione di dimostrare la propria capacità di fronteggiare il problema anche dal punto di vista normativo.

Dopo la presa in giro delle “quote” da mandare in altri Paesi europei e dopo la debacle ai confini con la Francia, dove i nostri politici hanno dimostrato di non conoscere nemmeno gli accordi bilaterali sottoscritti con i Paesi vicini (come potete leggere in questo articolo), il governo Renzi ha deciso di consentire a  imbarcazioni di ogni Paese cariche di immigrati clandestini soccorsi in mare aperto, di sbarcarli in Italia. Due giorni fa, 223 i migranti sono stati sbarcati sulle coste italiane dopo essere stati “prelevati” in mare dal mercantile Torm Arawa, battente bandiera di Singapore. Idem per 770 persone  (tra cui 169 donne e 44 minori) “scaricate” nel porto di Palermo da un grosso rimorchiatore battente bandiera norvegese. Tre giorni fa il rimorchiatore d’altura Bourbon Argo, battente bandiera lussemburghese, ha scaricato 730 clandestini prelevati nel Canale di Sicilia a Crotone.

barconiIn questo modo i nostri governanti hanno dimostrato, per l’ennesima volta, di non conoscere le leggi che regolano la materia. Nel momento stesso in cui i “migranti” vengono soccorsi in mare, la loro qualifica non è più quella di miranti, ma diventano naufraghi.

In base a quanto previsto dal diritto internazionale del mare, la sovranità di uno Stato si estende sino alle dodici o ventiquattro miglia nautiche (mare territoriale): oltre tale limite tutti gli Stati possono usare liberamente il mare. Questo principio è sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite di Montego Bay del 10 dicembre 1982, che nel nostro Paese è entrata in vigore nel gennaio 1995. Nessuno finora ha fatto notare ai nostri politici che l’Italia vanta un ritardo pluridecennale nella definizione della cosiddetta zona contigua, la zona d’alto mare entro la quale lo Stato costiero può esercitare poteri di vigilanza doganale e sanitaria, (di solito si estende fino a 12 o 24 miglia): in Italia, infatti, i vari politici impegnati in festini o in riunioni del Bilderberg o altri club simili o in selfie, hanno dimenticato di istituire la zona contigua nazionale (scaduta quella definita nel 1958, non è stata dichiarata formalmente e conformemente alle normative internazionali sebbene se ne è accennato nella cosiddetta legge Bossi-Fini del 2002) ….

Al di fuori di questo spazio, una nave o un natante è legato ad una nazionalità in base alla bandiera che la nave ha ottenuto da uno Stato (quante volte abbiamo sentito dire “battente bandiera ….”). In base a questo principio qualsiasi imbarcazione proveniente da uno Stato estero è come se fosse un’estensione di questo Stato, con diritti e doveri. Le uniche eccezioni riguardano pochi casi particolari, come la pirateria.

L’articolo 98 dell’accordo impone che il comandante di una nave (come quelle che da qualche mese bazzicano nel Mediterraneo in attesa di poter soccorrere una carretta del mare colma di migranti) “presti assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare; vada il più presto possibile in soccorso delle persone in difficoltà […];  presti soccorso, in caso di collisione, all’altra nave, al suo equipaggio ed ai passeggeri e, nella misura del possibile, indichi all’altra nave il nome ed il porto d’iscrizione e il primo porto del suo approdo”. Il secondo comma prevede che gli Stati costieri creino e curino il funzionamento di un servizio permanente di ricerca e di salvataggio adeguato ed efficace per garantire la sicurezza marittima e aerea e, se del caso, collaborino a questo fine con gli Stati vicini nel quadro di accordi regionali.

Tutti i trattati internazionali (come la Convenzione del 1989 sul soccorso in mare o la Convenzione Internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974, detta Convenzione Solas, o la Convenzione on Marittime Search and Rescue – Sar del 1979), in cui si parla di soccorso in mare, sono chiari in proposito: i soccorritori hanno l’obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare “regardlerss of the nationality or status of such a person or the circumstances in which that person is found”, senza distinguere a seconda della nazionalità o dello stato giuridico, e l’obbligo della prima assistenza, ma anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”. Ma in nessuna di queste Convenzioni si parla di attraversare mezzo Mediterraneo per portare i naufraghi fino alle coste dell’Italia. Anzi, la situazione di saturazione dei porti della Sicilia e del Meridione d’Italia dovrebbe escluderli: in base alle convenzioni “ogni operazione e procedura come l’identificazione e la definizione dello status delle persone soccorse, che vada oltre la fornitura di assistenza alle persone in pericolo, non dovrebbe essere consentita laddove ostacoli la fornitura di tale assistenza o ritardi oltremisura lo sbarco”. Cosa che dovrebbe escludere i porti del Meridione d’Italia che sono ormai stracolmi di migranti…

Sorge spontanea una domanda: perché tutte le navi che corrono in soccorso delle carrette del mare scaricano i naufraghi (ma a questo punto non sono più “migranti”, ma “naufraghi”), in Italia? Se quelli che vengono soccorsi sono “naufraghi”, i porti più vicini non sono quelli italiani, ma quelli della Tunisia o della Libia. Pochi sanno che, nonostante le decine di scambi e di visite tra i nostri politici (da Berlusconi a Monti e molti altri) e i politici locali (poi cacciati o giustiziati), molti di questi accordi non sono mai stati chiariti o ratificati né dalla Tunisia né dalla Libia.

Poco male, restano sempre altri “porti sicuri” sull’isola di Creta, in Grecia o, nel peggiore dei casi, a Malta. convenzione di ginevraE invece, stranamente, anche quelli che vengono soccorsi appena partiti da Sirte o da Misrata, in Libia, vengono portati fino in Italia. Qui quelli cui fa comodo il flusso di migranti ricorrono all’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, in base al quale “nessuno può essere espulso o respinto verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Dimenticando che molti di questi naufraghi/migranti spesso non comunicano la propria nazione d’origine, né permettono di essere identificati con certezza, ben sapendo che ad avere il diritto di beneficiare del titolo di “rifugiato” o di “profugo” sono solo una minoranza di loro (in base ai dati dell’UNHCR intorno al 12 per cento).

Una totale caos normativo che nessuno, finora, si è preso la briga di regolamentare legiferando in proposito. E questo nonostante negli uffici di Bruxelles e di Strasburgo e in Italia (ma anche in tutti gli altri Paesi europei) bazzichino centinaia, anzi migliaia di politici e di funzionari. Le norme vigenti – il riferimento è alle norme della Convenzione di Montego Bay e le norme del diritto internazionale consuetudinario, che permettono ad uno Stato di esercitare la sua giurisdizione nei confronti di navi straniere sospettate di trasportare immigrati clandestini in alto mare – sono maledettamente lacunose quando il problema sono “migranti” che affondano in acque internazionali divenendo “naufraghi”.

In realtà, in attesa che la il Parlamento Europeo decida di regolamentare la faccenda, una soluzione ci sarebbe. In mancanza di accordi internazionali, le violazioni delle normative sull’immigrazione costituiscono illeciti di rilevanza interna agli ordinamenti nazionali degli Stati coinvolti nel traffico (Stato di partenza; Stato di destinazione o entrambi). Quindi, l’illecito di “immigrazione clandestina” nasce nel momento stesso in cui i naufraghi, prelevati i mare da navi battenti bandiera di chissà quale Paese, vengono sbarcati sulle coste italiane. E non già prima, cioè quando la nave che li trasporta si trova ancora in alto mare. Fino ad allora sono “migranti” o, nel peggiore dei casi, “naufraghi” e, in quanto tali, da soccorrere.

Quindi, per assurdo che possa sembrare, basterebbe chiedere (o imporre) che i naufraghi soccorsi in mare venissero portati in altri porti e in altri Paesi. Magari quelli più vicini. O quelli meno saturi di migranti da gestire. O quelli da cui sono appena salpati (alcuni soccorsi sono stati fatti entro le venti miglia nautiche dalle coste libiche). Basterebbe evitare che tutti quelli che stanno correndo in soccorso dei migranti sulle carrette del mare li sbarchino in Italia, scaricando insieme ai naufraghi il problema della loro gestione agli italiani.

Nei primi anni duemila in molti avevano già compreso che era un rischio consentire a centinaia di migliaia di  “migranti/naufraghi” di essere scaricati sul groppone dell’Italia. Per questo erano state adottate politiche diverse: chi non aveva il diritto di varcare il tratto di mare antistante le coste italiane veniva respinto; a volte anche duramente. Non a caso, nell’agosto del 2006, l’Asgi, associazione studi giuridici sull’immigrazione, manifestò preoccupazione all’annuncio dato dal nuovo Governo italiano sull’avvio di pattugliamenti europei nel Mediterraneo: “Tali pattugliamenti, da attuarsi con unità navali congiunte tra più Paesi europei, appaiono finalizzati a contrastare l’arrivo di cittadini stranieri in fuga sulle cosiddette carrette del mare verso le coste italiane”.

Un comportamento duro che nasceva dalla conoscenza delle leggi vigenti e dall’aver compreso quali erano i rischi legati alla carenza di alcuni accordi internazionali. Una coscienza che i “nuovi” politici, troppo impegnati nel cercare di definire il piano B sembrano aver perso…

Foto tratta da limesonline.com

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