Cerca

OnuOnu

La Grecia di Alexis Tsipras ha forse le idee, ma chi le dovrebbe attuare?

Il premier greco Alexis Tsipras mentre annuncia il referendum (Foto Getty)

Il premier greco Alexis Tsipras mentre annuncia il referendum (Foto Getty)

La debolezza di Tsipras è nelle persone: il caso della Grecia rischia di non insegnare nulla, se non si guardano le scelte politiche fondamentali del Dopo Guerra-Fredda e i loro autori. Un promemoria per capire anche cosa è avvenuto in Italia

Le parole sono importanti, ammoniva un pensoso comunista di trapasso in Palombella Rossa. Anche le persone, ci si permette di suggerire. Il fianco scoperto di Alexis Tsipras, infatti, sono le persone. Consideriamo due contributi italiani al suo movimento politico: Luciana Castellina, dirigente de L’altra Europa con Tsipras e Barbara Spinelli, eurodeputata, ora al gruppo misto.

La prima, già prestigiosa militante del PCI, ha due figli economisti, entrambi docenti di rango. Lucrezia, insegna alla London School of Economics,  PhD a New York nel 1986, già consulente della Fed di Alan Greenspan, e poi fra il 2005 e il 2008 Direttore del dipartimento ricerca della Banca centrale europea; e Pietro, che ha studiato alla Columbia nel 1987, insegna alla Luiss, collabora con il Prof. Tito Boeri, docente alla Bocconi. 

La seconda, a lungo compagna di Tommaso Padoa Schioppa, dal 1984 al 1997 Vice-Governatore (di Ciampi) della Banca d’Italia, coautore, nel 1989, del Progetto per l’Unione Monetaria Europea; dal 1998 al 2006, su nomina di Prodi e dello stesso Ciampi membro del Comitato Esecutivo della BCE. 

Si dirà: e allora? Sono persone diverse; un conto è la madre, altro i figli, un conto il compagno, altro la compagna. Certo. Ci mancherebbe. Tuttavia, dato che la dimensione politica si nutre tanto di riferimenti subliminali quanto di orientamenti di massima, simili accostamenti lasciano l’osservatore medio piuttosto perplesso. 

Infatti, assunto un ruolo politico pubblico, non esattamente una stretta necessità farmaceutica, l’individuo non è più semplicemente tale: ma portatore di una “identità complessa”, di cui andrebbero almeno definiti i profili che più possono disorientare. Così, non pare constino, nella pur durevole vicenda pubblica di entrambe, chiare demarcazioni (per es: precisazioni, anche dolorose, ma pubbliche e oneste) fra posizioni di schietta matrice liberista ed eurocentrica, espresse da componenti significative di questa “identità complessa”, e posizioni politiche (che si vorrebbero impersonare) così drammaticamente postesi in queste ore in aperto contrasto sia con la matrice liberista che con quella eurocentrica; né pare siano emerse, queste demarcazioni, al tempo in cui Alexis Tsipras si presentò sul proscenio europeo. E certo simile contegno non aiuta l’orientamento né favorisce la chiarezza.               

Con queste premesse di metodo, sembra difficile contestare che il c.d. problema greco non sia l’idea, la tesi, ma le persone. E che anzi le persone rischiano di minare l’idea. L’idea, anche a non volerla ritenere senz’altro buona, potrebbe invece essere per lo meno degna del massimo rispetto, anche nel dubbio o nel dissenso. 

Ma le persone sono importanti. Per questo Tsipras è azzoppato. Perchè, per essere Spartaco, bisogna aver preso le frustate, olezzare di sangue e sudore, avere calli dappertutto; lui, non ce li ha, i calli dappertutto; nè ce li ha Matteo Salvini o Giorgia Meloni o i perenni Professori del Palasharp o quanti altri hanno il solo problema di “piazzarsi” da qualche parte, pur di esserci: comunque.

L’idea, però, è senz’altro buona.   

Solo che gli ordini di grandezza coinvolti, l’economia continentale, la sovranità degli stati, il futuro delle due prossime generazioni, sono tali da non giustificare spiegazioni, o tentativi di spiegazione, connessi unicamente all’attualità. Quando si dice che i governi dovrebbero avere cura degli interessi del loro Paese, si afferma una tesi politica forte; ma c’è una condizione preliminare ad ogni possibile azione di governo: definire quali sono gli interessi del Paese, ammettere che il Paese abbia interessi suoi propri. Non sembri superfluo o scontato. E definire gli interessi del Paese è quello che l’Unione Europea impedisce, è ciò per cui l’Unione Europea esiste. A questo stato di cose non si è giunti all’improvviso, ma secondo un piano preordinato.

Uno dei cascami più perniciosi di un’informazione servile è di ricorrere alla caricatura quando (spesso) non si può o non si vuole argomentare. Una delle caricature più diffuse si chiama “complottismo” o, con oscena venatura, “dietrologia”. Un piano preordinato, in realtà, è la cosa più ovvia del mondo, specie quando si gioca al gioco del potere.

E qui torna a mostrare la sua centralità la faccenduola delle persone. Che riguarda la responsabilità sia degli eletti che degli elettori; e probabilmente più di questi che di quelli.

I vincoli di bilancio, l’Euro, la Commissione Europea, non sono nati nel 2011; né il Trattato di Maastricht, l’Atto Unico Europeo, i tre Trattati che quello hanno seguito, né i tre Regolamenti, del 1997, del 2005, del 2011, che hanno via via espropriato la sovranità economica dei singoli Stati. Così, il c.d. “Fiscal Compact” che, appunto, è un Trattato sulla “riduzione fiscale”, è il sequel di una ormai lunga storia. 

Gli stati nazionali hanno mentito; e i governi che hanno mentito, in Italia, sono stati molteplici ma con nomi e cognomi. Cominciò Ciampi, quindi Dini e, soprattuto Prodi. Soglia di conversione, ricatto psicologico-finanziario, ingresso salvifico nell’Arca di Noè-Euro. Metodi destinati a ripetersi fino all’apogeo di Monti. Il Centro-Destra non ha fatto altro che aggregarsi alla tendenza, succube e, spesso, maldestro. Ma non ha primogeniture, nè corone di alta dottrina genetica.

Le persone. Prima dell’euro, e ad esso prodromico (nel senso che valse a presentare come indispensabile la specifica modalità, ansimante ed emergenziale, con cui facemmo ingresso nell’area monetaria comune), c’era stato il c.d. divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, voluto nel 1981 da Andreatta e Ciampi; quel rapporto per cui i titoli del debito pubblico rimasti invenduti venivano sempre acquistati dalla Banca Centrale, e i tassi (e i rendimenti parassitari) risultavano calmierati. Conveniva investire, anzichè comprare BOT e CCT.

Dopo il divorzio Tesoro-Banca d’Italia, invece, l’invenduto finì per alimentare sistematicamente l’impennata dei prezzi (cioè dei tassi); e non solo di quelli dei titoli pubblici, ma dell’intero mercato obbligazionario; progressivamente decrebbero gli investimenti produttivi, perchè era più conveniente compare obbligazioni statali, soprattutto. Si giunse all’inizio degli anni ’90 indeboliti, ma ancora una potenza manifatturiera. Il debito pubblico era certo cresciuto, ma, dopo dieci anni di martellamento scalfariano, non era più considerato una grandezza economica, misurabile razionalmente, ma una sorta di colpa biblica, da emendare con spirito fustigatore. Bisognava smantellare la Partecipazioni Statali, fucina di corruzione, liberarci dalla sovranità nazionale, affidarci alla moneta unica, al permanente commissariamento nord europeo (virtuoso per unzione propria), e al mercato liberatore. 

Ecco perché, all’inizio suggerivo di non fermarsi alla stretta attualità. E’ tutto molto più grande. Ma, dice oggi il giovane, più o meno precario, mio padre con lo stipendio in lire s’era comprato la casa, aveva mantenuto la famiglia, laureato due figli e io con duemila euro sono un morto di fame? Ma com’è possibile? Vedete un po' di farvelo spiegare dagli italiani colti.

La mia sommessa opinione (da una decina d’anni e, pubblicamente, almeno dal 2009) è che, per capire, dobbiamo tornare alla fine della Guerra Fredda. A logiche geopolitiche: a logiche di guerra e di dominio. A Tangentopoli, alla confusa e sommaria liquidazione degli equilibri politici della Prima Repubblica. Quelli erano i nostri equilibri, quelli erano equilibri italiani. I Mario Chiesa erano reali, ma non scomparvero solo loro: in dodici mesi scomparve l’Italia. La verità su Euro e “Rivoluzione Italiana” non è nemmeno stata sfiorata. Data la posta in gioco, forse un giorno varrà la pena tornare a rifletterci. 

 Ma con calma, non c’è fretta. Ora godiamoci lo spettacolo greco.     

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter