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Il no della Grecia scuote l’Europa, ma la vittoria di Tsipras potrebbe diventare di Pirro

Se ora l’Europa si mostrasse incapace di salvare la Grecia dall’abisso, al di là di tutti gli altri rischi, la sua capacità di attrazione a livello locale e internazionale ne risulterebbe indebolita, rafforzando relativamente le capacità di intrusione dei suoi competitori. L'Unione Europea potrebbe spaccarsi con conseguenze ben al di là dell'azzardo calcolato da Tsipras 

L’azzardo politico di Alexis Tsipras si è rivelato, fin qui, vincente.

Eletto su un programma di spesa pubblica impossibile da realizzare, è stato costretto a fare alcuni passi indietro che lo hanno messo in difficoltà con la base gauchiste del suo partito, ma riuscendo sempre a tirarsi indietro al momento di affrontare i problemi strutturali di cui soffre l’economia greca. Messo con le spalle al muro dalla crisi di liquidità, ha dapprima cercato una sponda antieuropea a Mosca, e poi ha giocato la carta dell’orgoglio nazionale, invitando i suoi concittadini a dire “no” al piano d’austerità negoziato con l’Unione. E quando si tocca la corda dell’orgoglio nazionale, i greci reagiscono con una capacità di coesione non comune.

In chiave di retorica anti-tedesca, la parola “οχι” (no) ha una forza evocativa e simbolica non indifferente: è infatti la risposta data nell’ottobre 1940 dal dittatore fascista Ioannis Metaxas all’ultimatum del dittatore fascista Benito Mussolini, il quale voleva «spezzare le reni alla Grecia» per farsi bello agli occhi dell’alleato tedesco (ma che finì col farsi spezzare le reni dall’esercito greco).

Secondo i calcoli di certi economisti, il referendum greco – con la crisi di liquidità, la chiusura delle banche, il controllo sui prelievi, le misure populiste del pre-voto (come i trasporti gratuiti per una settimana), e il mancato rimborso al FMI – avrebbe portato il colpo finale alla già disastrata economia del paese. In realtà, il colpo finale potrebbe essere solo politico: cioè la decisione dell’Unione europea, della Banca centrale e del Fondo monetario di prendere sul serio il risultato del referendum e di invitare la Grecia ad affrontare da sola il proprio naufragio.

Tuttavia, è assai improbabile che ciò accada, almeno a breve termine. Ed è proprio su questo che ha puntato l’azzardo politico di Alexis Tsipras. 

È improbabile per quattro ragioni: primo, perché una Grecia in default ufficiale (di fatto lo è già, non avendo rimborsato il FMI) significherebbe la certezza che i debiti non saranno mai restituiti; secondo, perché l’economia europea e mondiale potrebbero essere scosse da una nuova crisi; terzo, perché la catastrofe economica greca potrebbe sfociare in un nuovo focolaio di tensione nei Balcani, in un momento in cui le tensioni internazionali alle porte dell’Europa certo non mancano; e quarto, perché sarebbe il presunto modello di integrazione solidale su cui afferma di essersi costruita l’Europa a subire un colpo fatale. Se l’Europa si mostrasse incapace di salvare la Grecia dall’abisso, al di là di tutti gli altri rischi, la sua capacità di attrazione a livello locale e internazionale ne risulterebbe indebolita, rafforzando relativamente le capacità di intrusione dei suoi competitori (Stati Uniti e Russia in primo luogo, i quali, peraltro, non hanno perso l’occasione per dire la loro durante l’ultima settimana).

Sul fronte opposto, le ragioni di chi, all’interno dell’Unione europea e della Banca centrale, vorrebbero portare alle naturali conseguenze la vittoria del “no” sono anch’esse fondate su una linea politica (prima ancora che economica). Il progetto europeo è possibile se la Germania e la Francia si trovano – per amore o per forza – sulla stessa lunghezza d’onda; e il progetto dell’euro è possibile solo se la stabilità monetaria è garantita. Dati i livelli di indebitamento, i renitenti dell’austerità non possono che recalcitrare con i soldi degli altri: da un punto di vista puramente economico, la “troika” potrebbe permettersi di “perdonare” la Grecia; ma di certo non potrebbe permettersi di condonare i debiti della Spagna, dell’Italia, o addirittura della Francia.

Non dimentichiamo che il presidente francese, François Hollande, è stato eletto su un programma anti-austerità non molto dissimile da quello di Syriza. E che, dal 2012 ad oggi, ha adottato una tattica obliqua non molto dissimile da quella di Tsipras e Varoufakis, consistente a dilazionare ogni iniziativa seria: col risultato di un debito pubblico passato dal 90,2% del PIL nel 2012 al 97,5% nel primo trimestre 2015 (e una crescita del numero dei disoccupati da 4,4 a 5,3 milioni). Ufficialmente, il presidente francese si è schierato per il “sì” (anche perché la Francia è il secondo creditore della Grecia), ma non è difficile immaginare da che parte batta il suo cuore di “socialista con i soldi degli altri”: non è difficile immaginare che Hollande si schieri sulla linea dell’accordo con la Grecia, nel nome, beninteso, della solidarietà e del rispetto della sovranità popolare.

L’azzardo politico di Alexis Tsipras è dunque riuscito ad inserire un cuneo tra la Francia e la Germania. Ma anche ad inserire un cuneo all’interno della Germania, tra chi è più preoccupato per i costi politici di un accordo con una Grecia dopata dalla vittoria del “no”, chi è più preoccupato di una crisi di credibilità del progetto europeo, e chi è più preoccupato per le conseguenze economiche del mancato rimborso dei debiti e, soprattutto, dei rischi di svalutazione dell’euro, dei fallimenti bancari e delle inevitabili ripercussioni sui mercati. 

Ma l’azzardo politico di Alexis Tsipras ha sparigliato a più ampio raggio. In Europa, oltre ai suoi pochi sostenitori clandestini, il primo ministro greco ha creato una coalizione di indignati, meno sottilmente politica, ma più immediatamente concreta. Su quel fronte si trovano quei paesi che, come il Portogallo e l’Irlanda, hanno affrontato le cure drastiche dell’austerità e sono riusciti, seppur dolorosamente, a tornare a finanziarsi sui mercati. E poi un gruppo di paesi (come Olanda, Belgio, Finlandia e Slovacchia) che, ancora più semplicemente, si rifiutano di essere virtuosi per pagare i cocci di chi continua a chiedere prestiti per coprire debiti che non verranno restituiti. Anche noi, affermano i dirigenti di quei paesi, dobbiamo rispondere ad un mandato popolare che ci vincola nella destinazione delle nostre risorse pubbliche.

Se quella diventasse la posizione della sovranità popolare anche in Germania, le ore dell’Europa sarebbero contate. Impossibile dire se l’azzardo politico di Alexis Tsipras abbia preso in conto anche questo rischio.

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