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L’Italia e l’Unione Europea: dalla vongola alla crisi greca, chi è assente ha sempre torto

Il premier italiano Matteo Renzi tra quello greco Alexis Tsipras e la cancelliera tedesca Angela Merkel (Foto di Yves Herman - Reuters)

Il premier italiano Matteo Renzi tra quello greco Alexis Tsipras e la cancelliera tedesca Angela Merkel (Foto di Yves Herman - Reuters)

Quando si straparla dell'UE, ostaggio dei burocrati e di Angela Merkel, si dimentica che c’è anche un’Europa della politica che non fa bene il suo mestiere. A parte qualche eccezione rara, l'Italia non è in grado di far valere le sue ragioni. Dalla vongola gigante alla Siria nei tempi della crisi greca, ecco una galleria degli orrori sulla lunga assenza dell’Italia dal processo di integrazione dell'Unione Europea

È sempre difficile parlare di Unione europea agli italiani. Se questa è la regola, oggi, nel pieno di questa drammatica crisi economica, sociale e politica, lo è ancora di più. Nel nostro Paese, siamo passati da una narrazione filo-europeista, che esaltava il “vincolo esterno” (senza che nessuno ci abbia mai veramente spiegato i suoi vantaggi), ad un’altra narrazione, tutta negativa – peraltro solo in parte giustificata -, che vede nell’UE il male assoluto.

L’Unione Europea, in parte, se l’è cercata, su questo occorre essere onesti. E però, la verità è che siamo tutti vittime e carnefici allo stesso tempo, responsabili per questo stato di cose. 

Vittime della politica del capro espiatorio, secondo cui si nazionalizzano le vittorie e si europeizzano le sconfitte. Per ansia da campagna elettorale, tutti i governi, negli ultimi venti anni, hanno alimentato la falsa credenza che l’Unione europea sia un’entità metafisica astratta, in cui le decisioni sono prese dai poteri forti, senza alcun controllo democratico: ecco perché il continuo refrain “ce lo chiede l’Europa”, “ce lo chiede Bruxelles” … 

Ma se c’è una menzogna dalle gambe veramente corte è proprio quella che dipinge l’UE incontrollabile democraticamente. E, per dimostrarlo, è sufficiente fare riferimento al cosiddetto “scandalo” sul regolamento che disciplina la dimensione delle vongole. Userò la vongola, dunque, come espediente per raccontarvi cos’è e come funziona l’Unione europea e chi siamo, come Paese, a Bruxelles.

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Quello sulle vongole è un regolamento adottato nel 2006 e modificato nel 2013. I regolamenti e le direttive sono approvati con il concorso del Parlamento europeo e del Consiglio dell’UE (dove siedono i ministri degli Stati membri ratione materiae: Agricoltura e Pesca, Energia, Trasporti, Ambiente, Finanza, etc). Il Consiglio dell’UE non deve essere confuso con il Consiglio europeo (dove siedono i Capi di Stato e di Governo), che ha una funzione di indirizzo politico e, dunque, non legislativa (altra cosa davvero è, infine, il Consiglio d’Europa, che è un’organizzazione internazionale di cui fanno parte anche Russia e Turchia, che non sono invece membri dell’UE).

La Commissione europea, a monte, ha il monopolio dell’iniziativa legislativa; a valle fa rispettare le norme. Quando la Commissione presenta una proposta (su sollecitazioni degli Stati membri, del Parlamento europeo, dei cittadini, etc.), nel 95% dei casi, per diventare “legge” e dunque “obbligo”, dovrà essere approvata con un testo identico dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’UE: funziona come il bicameralismo in Italia.

Le domande, a proposito del regolamento sulle vongole, a questo punto dovrebbero sorgere spontanee: dov’erano i nostri funzionari ministeriali quando si negoziava sul testo di questa proposta nei gruppi di lavoro al Consiglio? Dov’erano i nostri diplomatici? Dov’era il Ministro italiano? Dov’erano gli eurodeputati italiani quando si negoziava in commissione parlamentare Pesca? E dove erano gli eurodeputati italiani tutti, quando il testo veniva adottato in Plenaria? Assenti, distratti o incapaci di costruire quelle necessarie alleanze per modificare il testo, dunque irrilevanti. 

Al Consiglio dell’UE, il sistema di voto fa sì che il nostro Paese abbia un “peso” pari a quello della Germania, della Francia e del Regno Unito. Com’è possibile che non riesca quasi mai ad andare oltre il suo pacchetto di voti? La risposta è troppo semplice: per mancanza di chiarezza nella definizione delle priorità politiche, per insufficiente coordinamento a livello interno e per assenze di peso ingiustificate nei luoghi di decisione.

Al Parlamento europeo, il PD del 40% è riuscito a nominare solo quattro coordinatori nelle commissioni parlamentari. I coordinatori hanno un potere enorme, sono quelli che decidono, per i Gruppi politici, a chi deve essere affidata una relazione parlamentare su una proposta legislativa. L’unica commissione parlamentare di peso attribuita agli italiani è quella Agricoltura. I socialisti tedeschi, con un più modesto risultato elettorale alle scorse europee, hanno invece dieci coordinatori, e quasi tutti in commissioni parlamentari rilevanti.

La Commissione europea è un altro tasto dolente. Nei suoi palazzi, parlano italiano gli uscieri. Nei piani alti, infatti, si fa sempre più fatica a trovare un italiano che conta. E questo perché negli ultimi venticinque anni, il nostro Paese non è stato capace di fare una seria politica di promozione del personale italiano nelle istituzioni europee. 

Quando la Commissione europea presenta una proposta di direttiva o di regolamento, gli addetti ai lavori hanno bisogno di leggere le prime dieci righe per capire di che nazionalità è il funzionario che l’ha scritta o le pressioni nazionali che ha ricevuto per scriverla. Di italiano, normalmente, c’è molto poco.

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L’Unione europea è un sistema complesso, che amplifica la competizione tra sistemi Paese. Noi ci troviamo in serie A ma con una squadra da Promozione.  Ci lamentiamo perché perdiamo sempre ma è il nostro livello di gioco a non essere adeguato. Insomma, non sono cattivi gli altri, fanno bene il loro mestiere; siamo noi italiani a non conoscere le regole del gioco che abbiamo concorso a definire.

Anche in questo caso, il regolamento sulla dimensione delle vongole è esemplare per spiegare la nostra inadeguatezza: nel 2013, quando si è rimesso mano alla normativa, la Spagna è riuscita ad ottenere delle deroghe importanti per tutelare meglio la sua produzione nazionale, l’Italia no. Anzi, il nostro Paese è sotto procedura di infrazione per una cattiva applicazione del regolamento del 2006. 

È utile, a questo punto, ricordare che al Concorso diplomatico, dal 1995 al 2014, i temi di diritto europeo sono stati solo quattro. E i risultati si vedono.

Il nostro Paese ha 97 procedure di infrazione. La propaganda di Governo ci dice che quello delle procedure è il volto cattivo e punitivo dell’Europa, mentre non si racconta mai che le procedure di infrazione servono a garantire la tutela effettiva di diritti, stabiliti con il concorso del Parlamento europeo (dove siedono eurodeputati italiani) e del Consiglio dell’UE (dove siede sempre un rappresentante del nostro Governo), violati dalle autorità italiane. 

Certo, hanno un costo, che paghiamo tutti. E però se ci ricordassimo tutti più spesso che la sanzione minima stabilita per l’Italia è di circa 9 milioni di euro e che la penalità di mora oscilla, a seconda della gravità,  tra 22 mila euro e 700 mila euro per ogni giorno di ritardo, forse cominceremmo a selezionare con maggiore cura il personale tecnico, diplomatico e politico che deve stare a Bruxelles, e a legiferare meglio in Italia, avendo a mente che circa il 70% della nostra legislazione nazionale è influenzato direttamente (con i regolamenti) e indirettamente (con le direttive) da quello che si decide a Bruxelles. 

L’Unione europea ha le sue regole, i suoi rituali, le sue liturgie. Per modificarne i processi occorre esserci, conoscere quelle regole, quelle liturgie e possibilmente padroneggiarle. 

Se invitano il Presidente del Consiglio italiano ad un trilaterale per sbloccare lo stallo negoziale sulla crisi greca, lui ci deve andare! Non si può contestare il metodo di lavoro se si è irrilevanti. Il nostro Premier non ha partecipato ai bilaterali che contano, si è auto escluso per ragioni di principio, finanche valide, ma il risultato è che, in quel drammatico negoziato di fine giugno per evitare che la Grexit, l’Italia – che rappresenta il terzo Pil europeo – ha contato meno della Finlandia e di Malta.

Questo ci porta alla “Siria ai tempi della crisi greca”. Ebbene, si dice, si mormora che, in quella drammatica domenica notte di negoziato, il nostro Primo ministro abbia parlato d’altro, di Siria appunto. Formalmente, per richiamare tutti sul fatto che le sfide, anche fuori dall’UE, chiedono una Unione europea più presente. Il problema, tuttavia, è che il grande assente è proprio l’Italia.

Dov’era il nostro Paese quando l’Unione europea ha virato ad Est, dimenticando la sua sponda Sud? Dov’era il nostro Paese, che ama organizzare dotti convegni, che produce sofisticate letture dei processi, quando l’Unione europea ha iniziato una terribile virata verso un sistema in cui sono solo i Governi più forti ed organizzati hanno di fatto l’ultima parola – con il risultato che questa Unione europea non ci piace ed è il più facile bersaglio per i nostri attacchi -? Probabilmente, l’Italia si è smarrita in qualche sala conferenza a discettare di Unione europea con chi non ci ha mai messo piede, ma sicuramente non era nella stanza dei bottoni. 

Questo nostro pervicace rifiuto di comprendere l’Unione europea e i suoi meccanismi di funzionamento non è a costo zero. Lo paghiamo in termini di capacità di posizionamento e dunque di capacità di incidere nelle scelte di destino. 

Quando si straparla di Europa, ostaggio dei burocrati e di Angela Merkel, si dimentica che c’è anche un’Europa della politica che non fa bene il suo mestiere. Nel nostro caso, a parte qualche eccezione rara, come Paese non siamo quasi mai in condizione, per nostra esclusiva scelta e responsabilità, di far valere le nostre ragioni. 

Concorriamo, con i nostri voti, all’elaborazione delle leggi e delle regole europee, salvo poi sconfessarle e criticarle di fronte ad un’opinione pubblica nazionale impreparata e disinformata. 

Dovremmo allora anche avere il coraggio di dire che se c’è qualcuno che prende per il collo il nostro Governo su questioni come l’inquinamento dovuto all’industria pesante o all’eccessiva circolazione di auto e camion, questa è l’Unione europea, che ha una legislazione ambientale avanzata (approvata anche con il nostro contributo); che se c’è qualcuno che tiene in scacco questo Governo contro lo scempio delle concessioni autostradali eterne questa è l’Unione europea, che ha una legislazione avanzata (alla quale abbiamo anche noi contribuito) su aiuti di Stato e appalti, che impedisce simili aberrazioni.

Potrei citare numerosi esempi in cui l’Unione europea si mostra buona e giusta, come l’abolizione del roaming o la spinta sui diritti civili; ma su questo l’Italia è poco zelante, così come sul 3% del Pil da destinare alla ricerca. Poi, però, come tutti quelli che hanno l’ansia da prestazione perché rimandati a settembre, in alcuni casi diventiamo inutilmente o dannosamente zelanti. Penso, ad esempio, al fatto che abbiamo messo fuori legge da soli Keynes per i prossimi 150 anni, approvando l’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione. Non lo ha fatto la Spagna, non l’ha fatto il Portogallo, non l’ha fatto l’Irlanda e non l’ha fatto neanche la Grecia. 

Peraltro, a proposito di Grecia, dopo 5 anni di Troika, solo adesso le Istituzioni si ricordano di pretendere l’indipendenza del suo l’istituto nazionale di Statistica. In Italia, il nostro Governo sta lavorando, invece, in senso opposto.

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Ci ritroviamo a pensare che l’Unione europea sia una matrigna (e di certo, non è una madre amorevole) ma senza aver mai realmente compiuto lo sforzo di migliorare il nostro posizionamento nelle stanze dei bottoni a Bruxelles.

La sinistra, e quella italiana in particolare, ha una responsabilità enorme a livello europeo per il deragliamento di questo sistema. Spesso subalterna culturalmente alla destra, altrettanto assente nell’organizzazione e strutturazione di forme di partecipazione in grado di incidere. Così come il sindacato che, a livello europeo, è disorganizzato e conta poco, rispetto alle associazioni industriali. 

È da qui che si deve ripartire. Si rimedia con scelte precise di indirizzo, organizzazione e di azione.  Avendo un orizzonte di lungo periodo, occorre pensare innanzi tutto alla formazione di una classe dirigente attrezzata e consapevole, che consenta, non solo al partito della Sinistra italiana che sarà, ma al Paese, di giocare finalmente in modo incisivo un ruolo a Bruxelles. 

Nel breve periodo, invece, l’obiettivo deve essere la creazione di una rete di contatti e relazioni a livello europeo con chi condivide la nostra visione, i nostri valori e le nostre priorità; accreditarsi come interlocutori credibili e cominciare a tessere una tela di potenziali alleanze in grado di incidere e cambiare verso – nel verso giusto però! – all’Unione europea. Occorre partire immediatamente per rimediare agli errori compiuti finora ed evitare drammatici passi indietro nel processo di integrazione.

Si tratta di un orizzonte non facile ma necessario.

 

* Tratto dall’intervento al Politicamp di Possibile – Firenze, 18 luglio 2015

 


Scarfia Cristina Scarfia, siciliana di ceppo normanno trapiantata a Bruxelles. Lobbista, esperta di comunicazione istituzionale, frequenta da anni i corridoi della EuroBubble. Una passione per la politica e l’impegno civile. “Marxiste, tendence Groucho”.

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