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Caso Marò: una questione di bandiera

La vicenda dei marò La Torre-Girone tradisce quanto sia seduttiva la via della caciara. Tra India e Italia si parla poco di prove, o della loro mancanza o insufficienza e molto di politica internazionale. Ma anche in questi termini, fin qui con la bandiera abbiamo fatto come con la moneta: abbiamo rinunciato a batterla

Da qualche giorno il c.d. Tribunale del Mare, organo ONU che dirime questioni di diritto della navigazione fra gli stati membri, ha sospeso le giurisdizioni indiana e italiana sulla vicenda dei due marò, Massimiliano La Torre e Salvatore Girone. La decisione sospensiva è del 24 agosto scorso. I due ufficiali della marina militare italiana sono in arresto dal 15 Febbraio 2015; nel tempo hanno goduto di vari permessi, che hanno interrotto la reclusione cautelare; attualmente La Torre è in Italia per cure mediche autorizzate; Girone è in India.

Dal 15 Febbraio 2012 al 23 Agosto 2015, oltre tre anni e mezzo, i due militari sono in attesa di giudizio. Certo, la faccenda, com’è noto, è complicata. Si è subito complicata, per l’intervento di una coltre di fattori che non solo non riguardano l’analisi degli elementi indiziari a carico o la loro insussistenza o insufficienza, ma che a quelli si sono sovrapposti, fino ad alimentare la sgradevolissima sensazione che i fattori extragiudiziari decidano il peso e la lettura di quelli giudiziari.

Qualcuno potrebbe osservare che, in Italia, specie nei processi penali “eccellenti”, questa sia le regola; e che, in Italia, tre anni e mezzo in attesa di giudizio non sono evenienza poi così rara; e che, dunque, in Italia, con il suo processo penale, con il suo Ordine Giudiziario, con la sottocultura giuridico-penale venutasi accreditando per via balneare e gazzettistica nel corso di questa felice Seconda Repubblica (ed anzi, dalla sua fondazione diepietresco-ambrosiana), ci sia poco da lamentarsi. E ad un simile osservatore, ci sarebbe poco da replicare.

Sembra influisca di tutto in questa storia: il taglio dei capelli e la gagliardia ordinata dell’aspetto complessivo, la loro difesa, per es., secondo Michele Serra tradirebbero una «imbarazzante, irragionevole, ingannevole epidemia di nazionalismo straccione che ci sta facendo fare la figura di un Paese al tempo stesso vanitoso e impotente. Nel solco – lo dico molto amaramente – della nostra penosa tradizione fascista e post-fascista». Come se, per es., quanti sostennero l’estradizione di Silvia Baraldini (condannata negli USA a 43 anni per un delitto associativo a fini di terrorismo) fossero stati animati da un’imbarazzante epidemia di terrorismo allucinato e altolocato, nel solco della nostra impietosa tradizione di cruente fumisterie rivoluzionarie.  Consuete sciocchezze trombonesche. 

Semmai il caso La Torre-Girone svela più di quanto si vorrebbe quanto sia seduttiva la via della caciara.

Se le prove, secondo l’India, ci sono, perché, dopo tutto questo tempo, non è stato disposto nemmeno il rinvio a giudizio? Se sono dubbie, perché gli accusati non possono partecipare al processo a piede libero? Perché, in questi tre anni e mezzo, si è poco parlato di prove e molto di politica internazionale? Di forniture militari, di bilancia commerciale India-Italia in crescita negli ultimi vent’anni, e tuttavia in calo proprio a partire dall’affaire dei marò? Tutto questo che c’entra con le prove, o con la loro mancanza? Con la libertà personale di due uomini? 

Ma se anche si volesse privilegiare la politica sul processo, il quadro sarebbe persino peggiore. Lo scontro si sarebbe consumato a 33 miglia marittime dalla costa, cioè in acque internazionali: questo dato fonda la giurisdizione italiana; la Corte Suprema indiana, allora, ha fatto ricorso ad un examotage; pur ammettendo che lo scontro sarebbe avvenuto al di fuori delle acque territoriali (12 miglia) ha affermato però, congetturalmente (giacchè il proprio Sistema di Rilevazione a Lungo Raggio era fuori uso proprio quel giorno), che quel luogo si può fissare in circa 20 miglia dalla costa: cioè nella c.d. fascia contigua, che permette il c.d. diritto all’inseguimento; tuttavia, poichè la Erica Lexie fu fatta rientrare in porto con una menzogna (gli venne comunicato che serviva la sua presenza per riconoscere un sospetto equipaggio pirata) e non ci fu alcun inseguimento, ad ogni buon conto si è scritto che la Convenzione che regola la fascia contigua e il diritto all’inseguimento (mai avvenuto) non vale in questo caso, perché è in atto una controversia fra natanti battenti due diverse bandiere. 

Ecco, la bandiera è come la moneta: bisogna rivendicare il diritto di batterla.

Fin qui abbiamo cincischiato: low profile, si chiama, per non farsi capire bene. Ora il Tribunale del Mare sembra avere riaperto la via dell’oppio, visto che l’udienza successiva è stata fissata a gennaio 2016. E sappiamo come vanno queste cose. C’è solo un modo per recuperare dignità politica e agire secondo Giustizia: battere sulle prove. O fate il processo o la piantate lì. Grazie. 

      

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