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Migrazioni: l’Europa tra l’incudine del buonismo e il martello della xenofobia

Di fronte all'esodo di masse di rifugiati l'Europa deve immediatamente invertire la percezione di aver perso il controllo della situazione sul suo territorio. Ormai il fenomeno migratorio sarà una caratteristica costante dei decenni a venire ma sia l'Europa che l'America devono ancora elaborare strategie precise per far fronte ad una situazione che sarà permanente 

Le immagini che ci sono giunte di recente dall'Ungheria e dalla Germania  sull'esodo di centinaia di migliaia di rifugiati che continuano ad arrivare in Europa per terra e per mare, sono emblematiche dell'atteggiamento fondamentalmente schizofrenico con il quale questo problema viene affrontato e discusso dalla politica, dalla stampa e dall'opinione pubblica su entrambe le sponde dell'Atlantico.

La questione dell'immigrazione sembra destinata ad essere recepita solo in termini estremi di aut-aut: da una parte ci sono quelli che sostengono la necessità di mettere da parte le leggi, spalancare i confini ed accogliere tutti coloro che giungono alla frontiera sulla base di un sovrastante imperativo morale che prescinde da ogni altra considerazione di carattere sociale, economica e logistica e che spesso stigmatizza come "razzista" chiunque osi mettere in dubbio l'auto-evidente "responsabilità morale" dell'accoglienza.

Dall'altra parte della barricata ideologica ci sono le forze del nativismo e della xenofobia che rifiutano questo obbligo morale, che vedono l'ospitalità incondizionata di oggi come l'incentivo a ulteriori esodi di massa in futuro e che temono che questa "invasione" di stranieri si traduca in una perdita individuale e collettiva di prosperità, di rappresentatività e di identità nazionale.

Fino a quando il dibattito sulle migrazioni di popoli, che ormai sono diventate un aspetto endemico e inarrestabile della società globale, continuerà a rimbalzare tra questi due poli opposti dello spettro ideologico, possiamo essere certi che nessuna vera soluzione potrà emergere e che il problema continuerà ad essere strumentalizzato da una parte o dall'altra.

E' ormai chiaro che, sulla spinta degli eterni conflitti etnico-religiosi, di situazioni di indigenza cronica o dei mutamenti climatici prossimi venturi, il fenomeno migratorio tra quello che il giornalista americano Tom Friedman chiama "il mondo del disordine a quello dell'ordine" non può più essere considerato in un'ottica di breve termine; come un'emergenza legata solo ad eventi specifici e circoscritti (come la guerra in Siria) ma piuttosto, come una caratteristica costante degli anni e dei decenni a venire e, per questo motivo, é fondamentale che sia l'Europa che l'America elaborino delle strategie precise per far fronte a questa nuova situazione destinata a diventare permanente.

Le due sponde dell'Atlantico sono istituzionalmente e culturalmente preparate in maniera molto diversa a gestire questo fenomeno. Malgrado le statistiche mostrino che paesi come gli Stati Uniti e la Germania, cha negli ultimi anni hanno accolto un più alto numero di immigrati, siano anche quelli che sono cresciuti di più economicamente , non é detto che in un contesto culturale e politico così eterogeneo come quello europeo la crescita della popolazione straniera abbia gli stessi benefici effetti economici in altre nazioni. Basti pensare alla differenza tra nazioni istituzionalmente forti come la Germania, che in vent'anni è riuscita a riassorbire il divario economico con la sua compagine dell'Est, e nazioni istituzionalmente deboli come l'Italia, che in un secolo e mezzo non è riuscita ancora a risolvere il problema del suo Mezzogiorno.

Ciò che è pressoché certo invece è il fatto che, ci piaccia o no, il flusso di centinaia di migliaia di immigrati, soprattutto in un contesto economico depresso come quello che caratterizza attualmente molti paesi europei, provocherà inevitabilmente una reazione politica e sociale. Una reazione che si tradurrà, presumibilmente, nell'ascesa di movimenti di destra che faranno della lotta all'immigrazione il loro cavallo di battaglia come è già accaduto in Francia con il Fronte Nazionale, in Italia con la Lega Nord e in Grecia con Alba Dorata. L'intensificarsi in futuro dei flussi migratori inoltre, soprattutto quando la loro incontenibilità diverrà ineluttabile, accrescerà ulteriormente l'influenza politica di questi movimenti alterando profondamente il volto politico e culturale dell'Europa.

A differenza degli Stati Uniti inoltre, la prosperità europea si basa su un robusto welfare state che verrà messo a dura prova dall'arrivo di centinaia di migliaia di individui le cui precarie condizioni economiche, almeno inizialmente, li costringeranno a dipendere fortemente da questi programmi sociali finanziati con le tasse dei contribuenti.

Se una situazione di questo genere si dovesse effettivamente materializzare, gli effetti a lungo termine in Europa ed America saranno molto diversi per tutta una serie di ragioni.

In primo luogo l'Europa è più facilmente raggiungibile in virtù della sua prossimità geografica ai tradizionali focolai di "disordine" africani e mediorientali che sono i punti di origine di questi esodi di massa.

I flussi migratori che si riversano nei paesi europei inoltre, si inseriscono in un contesto demografico molto più denso dal punto di vista fisico e molto meno dinamico dal punto di vista economico.

Rispetto agli Stati Uniti infine, l'Europa ha una legislazione in materia di immigrazione molto più eterogenea ed incoerente, imbrigliata com'è tra l'autorità centrale di Bruxelles e la sovranità dei singoli stati membri.

Ciò che accomuna le due sponde dell'Atlantico invece è la percezione, da parte dell'opinione pubblica, della profonda differenza di atteggiamento nei confronti del fenomeno immigrazione da parte degli schieramenti politici di sinistra e di destra con quest'ultimo visto come l'ultimo baluardo contro il modello "multiculturalista" che appare ormai inarrestabile e incontrollabile.

Se questa nuova situazione, di fronte alla quale l'Europa si sta dimostrando completamente impreparata, dovesse avere i temuti effetti disgreganti sul tessuto sociale, le forze progressiste continentali, viste a torto o a ragione come fautrici di questo multiculturalismo, rischiano di farsi travolgere da un'ondata di risentimento che potrebbe, potenzialmente, gettare alle ortiche tutti le conquiste compiute in materia di giustizia sociale, di diritti civili di ambientalismo che rendono unico il modello socio-politico europeo rispetto alla sua controparte americana.

Di fronte alle immagini di una situazione caotica, incontrollabile e che appare completamente sfuggita di mano ai suoi responsabili di governo, le istituzioni europee, devono elaborare al più presto misure a lungo termine in grado di mostrare all'opinione pubblica la sua capacità di esercitare un controllo reale sui suoi confini e sulle sue politiche di gestione dei flussi migratori. I battibecchi fra stati devono cedere il passo ad una posizione univoca e coordinata in grado di trovare il giusto mezzo tra la legittima emotività reattiva degli slanci solidali verso i profughi e la lucidità necessaria per agire razionalmente senza timore per eventuali posizioni impopolari secondo i canoni di un encomiabile ma vago e indeterminato "buonismo". 

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