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Fassina e l’appello della sinistra Europea: eliminare Fiscal Compact e BCE

A Novembre anche la sinistra italiana alternativa al PD inizierà un percorso che dovrebbe portare alla nascita di un nuovo soggetto politico. Coordinato con una nuova sinistra europea alternativa al PSE. L'appello sottoscritto da Stefano Fassina, Oskar Lafontaine, Luc Melénchon e Yanis Varufakis. Obiettivo: il superamento dell’Unione Europea dei ricatti e del rigore

 

Sul sito di Stefano Fassina, parlamentare italiano ed ex vice ministro per l'Economia, è stato pubblicato un appello di grande interesse e di grande respiro politico, destinato a far discutere molto a sinistra. L'appello – sottoscritto unitamente a Oskar Lafontaine, fondatore della Die Linke in Germania, Jean Luc Melénchon del Parti de Gauche in Francia e da Yanis Varufakis, ex ministro greco che ha lasciato il suo incarico perché non condivideva le imposizioni del gruppo negoziale di Bruxelles sul modo di superare la crisi economica greca – auspica la elaborazione di un “Plan B per l'Europa”, affinché questa esca dalla sottomissione alle oligarchie finanziarie che in atto dominano i suoi sistemi di governo.

Anche se gli obiettivi strategici del Piano sono di medio-lungo periodo, i promotori non pongono tempi lunghi per l'avvio della discussione ed a tal proposito hanno convocato una conferenza internazionale per il prossimo novembre 2015 allo scopo di definire un Piano B dell'Europa. La discussione, intanto, ha già avuto inizio in occasione della Féte de l'humanite di Parigi, il 12 settembre corrente.

L'appello prende le mosse da quanto è avvenuto in Grecia lo scorso 13 luglio, quando il governo di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione Europea dell’Euro con l’imposizione di un accordo-capestro: in pratica, un ricatto: “O accetti le nostre condizioni – questo il ricatto dell’Unione Europea dell’Euro al governo Tsipras – o noi bloccheremo gli aiuti finanziari lasciando le banche greche senza liquidità, costringendole a chiudere gli sportelli”. Questo il ricatto in stile mafioso messo in campo dall’Europa dell’Euro contro Tsipras. Per ‘convincerlo’ – con “un’offerta che il leader greco non ha potuto rifiutare” –  a mettere da parte l’opposizione del suo governo al dominio finanziario dell'Europa. Un messaggio – sempre in stile mafioso – indirizzato anche al popolo greco, per fargli capire che nell’Unione Europea si ubbidisce e basta.

A seguito di questo nuovo corso greco, si legge nell'appello “la grande depressione ellenica non può che euro-tedescopeggiorare e consentire che la parte più significativa del suo patrimonio infrastrutturale venga saccheggiata da interessi privati interni ed esterni alla Grecia”. D'altra parte, qualcosa in questo senso è già avvenuto con l'acquisto, per un piatto di lenticchie, da parte di una compagnia tedesca, di 14 aeroporti di altrettante isole greche fra le più importanti dal punto di vista turistico, storico e culturale. Compresa l'isola di Zante – dell'arcipelago delle Ionie – che diede i natali al grande poeta Ugo Foscolo.

L'appello prosegue con due argomenti forti che riportiamo integralmente, perché a nostro parere colgono la questione centrale della crisi europea ed accennano ad un possibile suo superamento. Il primo si sofferma su alcuni punti di analisi e dice: “Da questo golpe finanziario dobbiamo trarre una lezione. L'Euro è diventato uno strumento di dominio economico, un'oligarchia europea che si fa scudo del governo tedesco, ben contenta di lasciare alla Merkel il lavoro sporco che altri governi non sono capaci di compiere. Questa Europa genera soltanto violenza nei Paesi e tra di essi; disoccupazione, brutale, dumping sociale, insulti contro la periferia europea attribuiti alla leadership tedesca, ma in realtà ripetuti a pappagallo dalle elité europee, incluse quelle delle stesse periferie. In questo modo l'Unione Europea alimenta l'avanzata dell’estrema destra e rende impossibile in Europa il controllo democratico sulla produzione e la distribuzione della ricchezza”.

Il secondo, invece,accenna al processo programmatico che è necessario avviare per il bene futuro delle generazioni europee: “Siamo determinati a rompere con questa Europa. E' la condizione primaria per ricostruire la cooperazione tra i nostri popoli e i nostri Paesi su nuove basi. Come possiamo mettere in atto politiche di redistribuzione della ricchezza, di transizione ecologica, di ricostruzione della partecipazione democratica entro i vincoli di questa? Dobbiamo sfuggire alla vacuità e disumanità dei trattati europei vigenti e modellarli in modo da levarci di dosso la camicia di forza del neoliberismo, abolire il Fiscal compact e opporci al trattato commerciale con gli Stati Uniti, il TTIP”. “Gli Stati membri – prosegue l’appello – hanno bisogno dello spazio politico che consenta alle loro democrazie di respirare ed avanzare soluzioni adeguate alle esigenze nazionali”. Quindi un siluro anche alla Banca Centrale Europea (BCE) “usata come rullo compressore che minaccia di schiacciare i Paesi che non 'cooperano', com'è accaduto con Cipro e Grecia”. L’appello si conclude indicando che “il primo obiettivo sarà rimuovere la finzione della Banca Centrale Europea 'apolitica' ed 'indipendente', quando in realtà essa è profondamente politica (nella forma più deleteria) e totalmente dipendente dalle banche e dai loro rappresentanti politici, pronta a reprimere la democrazia con la semplice pressione di un bottone”.

L'appello dei rappresentanti della Sinistra europea ci sembra interessante, ma va sicuramente integrato – e lo sarà senz'altro, durante il dibattito che precede e continuerà nel corso della Conferenza di novembre – da qualche osservazione che a noi non pare del tutto peregrina. E vogliamo qui semplicemente accennare ad alcuni punti. Il primo riguarda l'Unione Europea. Di sicuro non può andare avanti se non si dà uno Statuto dove, oltre alle competenze ed agli organi di rappresentanza e di governo, vi siano norme che definiscano diritti e doveri degli Stati membri. Per fare un solo esempio, in questi giorni nei quali si discute di una strategia europea per regolamentare i flussi migratori, assistiamo ai veti posti dai Paesi orientali e dalla Danimarca. Si tratta di Paesi – nel caso dei Paesi dell’Europa orientale – che hanno recuperato la loro dignità nazionale a seguito del loro ingresso in Europa. Non riusciamo a spiegarci la loro intransigenza verso coloro che a qualsiasi titolo vogliono venire nel Vecchio Continente. Loro ci sono venuti, bene. Perché si oppongono affinché anche altri arrivino? Ci spieghiamo, invece, l'atteggiamento della Danimarca, che continua ad essere un corpo estraneo al contesto europeo perché rimane sentimentalmente legata al fallito tentativo di dare vita ad un organismo alternativo all'Europa comunitaria qual è stato l'EFTA. Non lo comprendiamo per i Paesi baltici e l'Ungheria. Lo Statuto europeo dovrebbe prevedere che, laddove qualche Paese non osservasse le determinazioni democraticamente assunte dagli organismi europei, si metterebbe automaticamente fuori dall'area comunitaria e perderebbe tutti i benefici che dalla sua appartenenza all'Unione Europea le derivano.

L'altra questione di grande rilievo è il trattato TTIP, il quale sta per Transatlantic Trade and Investiment Partenship. La cosa inspiegabile si sintetizza nella seguente domanda: perché per sviluppare il libero commercio e gli investimenti tra l'Europa e gli Stati Uniti occorre stipulare un trattato? Non esiste forse l'Organizzazione Mondiale del Commercio, cioè il WTO? Questa organizzazione sovranazionale non regola forse il libero scambio tra tutti i Paesi aderenti? Per fare qualche esempio, se l'Europa vuole scambiare le sue merci con Giappone, o col Brasile, o con Russia, o con Cina, India e Gabon ha bisogno di stipulare con ognuno di questi Paesi un trattato particolare?

Si dice che l'accordo non appena stipulato potrebbe essere esteso al NAFTA e all'EFTA. Sul NAFTA non ci pronunciamo perché già oggi le imprese europee esportano in Canada ed in Messico. Quello che ritorna e l'EFTA, cioè un'area residuale di piccoli Paesi europei, quali Islanda, Lichtenstein, Norvegia e Svizzera che ha sede a Ginevra. La cosa che, però, non si dice è che questo negoziato nasconde una clausola che tutela oltremisura gli interessi delle società multinazionali. Questa clausola è l'Investor to State Dispute Settlement, cioè l'arbitrato che dovrebbe sciogliere le eventuali dispute tra investitori e Stati, in sigla ISDS. Questa clausola introduce il principio in base al quale, se una società multinazionale si ritenesse danneggiata da una eventuale riforma introdotta da uno Stato sul suo territorio, potrebbe richiedere di essere indennizzata perché le nuove condizioni non consentono di perseguire i vantaggi che l'investimento aveva previsto. La controversia verrebbe risolta da alcune sedi arbitrali – e soltanto da quelle – che sono le stesse autorizzate a decidere sulle controversie del Fondo Mondiale degli Investimenti. Il che è quanto dire.

A nostro modestissimo parere, quel negoziato va annullato e gli scambi con gli Stati Uniti si svolgerebbero secondo le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, così come avviene con tutti gli altri Paesi del mondo. Se agli Stati Uniti questa soluzione non va bene, beh, ce ne faremo una ragione.

 

*Riccardo Gueci torna ad occuparsi di politica estera. O meglio, di politica nazionale e politica estera. Perché l'appello che viene illustrato e commentato in questo articolo è stato sottoscritto dai rappresentanti di una nuova sinistra europea. Perché se Stefano Fassina lavora, in Italia, a una sinistra alternativa al PD, Oskar Lafontaine (Germania), Luc Melénchon (Francia) e Yanis Varufakis (Grecia) lavorano – ognuno nel proprio Paese – ad una sinistra alternativa alle sinistre dei rispettivi Paesi. E tuti insieme lavorano a una sinistra alternativa al PSE, il Partito Socialista Europeo che, in realtà, di sinistra ha ben poco, visto che appoggia il governo dell'Unione Europea di fatto controllato a bacchetta della signora Merkel.  

 

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