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L’Arabia Saudita? No, non è un Paese per donne

di C. Alessandro Mauceri

In questo Paese le donne non possono guidare l’automobile (se lo fanno le frustano). E non possono aprire un conto corrente in banca. Eppure un rappresentante dell'Arabia Saudita è stato nominato presidente del panel di cinque esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, UNHRC. Vacci a capire qualcosa 

In Arabia Saudita le esecuzioni capitali sono ormai una prassi usuale. Spesso avvengono in pubblico (addirittura recentemente dopo l’esecuzione per decapitazione di cinque condannati a morte, le teste sono state appese ad un elicottero e portate in giro per la città per essere mostrate al pubblico). Solo pochi giorni fa un ragazzo di 21 anni, Ali Mohammed al-Nimr, è condannato a morte. Le esecuzioni stanno aumentando a tal punto (Amnesty International e dall’agenzia di stampa AFP, parlano di un’esecuzione capitale ogni due giorni) che, recentemente, le autorità hanno pubblicato un annuncio per assumere nuovi boia.

Anche i diritti delle donne nel Paese sono solo una chimera: ancora oggi, in questo Paese, le donne non possono guidare l’automobile (la pena, in caso di violazione, sono dieci frustate), non possono aprire un conto corrente in banca, a loro è proibito lavorare nel settore petrolifero o anche solo avere un documento di riconoscimento (possono farlo solo se hanno il permesso di un uomo). Solo recentemente è stato concesso alle donne di votare e di candidarsi alle elezioni, ma con grosse limitazioni.

Per non parlare di molte scelte di politica internazionale alquanto discutibili: dalla decisione dell’Arabia Saudita di bombardare presunti terroristi al di fuori del proprio territorio (e senza alcuna autorizzazione dell’Onu), all’aver fatto del commercio di armi una delle principali attività economiche del Paese (non a caso recentemente L’Arabia saudita e diventato il Paese che effettua i maggiori scambi di armi al mondo).

Secondo l’associazione Freedom House, che ogni anno valuta la violazione o il rispetto dei diritti umani in quasi tutti i Paesi del mondo, l’Arabia Saudita è “non libera” e i voti relativi ai diritti umani sono i peggiori possibili: in una scala da 1 a 7 (dove 1 è il migliore e 7 il peggiore) l’Arabia Saudita ha meritato 7 per le libertà civili, 7 per i diritti umani e ancora 7 per i diritti politici. Più chiaro di così…   

Eppure stranamente, pochi giorni fa, Michael Møller, direttore generale della sede di Ginevra delle Nazioni Unite, ha comunicato la nomina di Faisal Bin Hassan Trad a presidente del panel di cinque esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, UNHRC. La nomina, in realtà, è avvenuta a giugno scorso, ma è stata tenuta nel massimo riserbo fino allo scorso 17 settembre quando è apparsa in un report nel quale si dava mandato al gruppo di lavoro presieduto da Trad di conferire gli incarichi agli esperti in vista della trentesima sessione del Consiglio.

Una decisione che in molti hanno definito “scandalosa” specie considerando che l’Arabia Saudita è tra i Paesi con il più alto numero di violazioni dei diritti umani accertate.

Secondo Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, le motivazioni che hanno portato alla nomina di Trad alla presidenza della Commissione sarebbero solo frutto di un “compromesso” politico, dopo che l’Arabia Saudita aveva esercitato pressioni per sostenere la candidatura di un suo uomo alla presidenza del Consiglio dei diritti umani. Una posizione troppo in vista che avrebbe scatenato un inferno mediatico (e privato l’organizzazione di ogni credibilità a livello mondiale). È per questo motivo che i rappresentanti del Consiglio hanno deciso di conferire al rappresentate dell’Arabia Saudita “solo” l’incarico di presidente del comitato consultivo. “Avere Riad come membro dell’UNHRC è già un male di per sé”, ha detto Neuer, “ma lasciargli presiedere un organo chiave delle Nazioni Unite è come versare del sale sulle ferite dei dissidenti rinchiusi nelle prigioni saudite, come nel caso di Raif Badawi” (il blogger saudita incarcerato e condannato a mille frustrate per aver protestato in favore della libertà di espressione). 

Oggi in Arabia Saudita non solo i diritti umani sono calpestati quotidianamente, ma è vietato anche solo parlare e chiedere delle riforme. E chi lo fa viene punito con la fustigazione o ucciso barbaramente. Una situazione che, fino ad ora, è stata inspiegabilmente tollerata da diversi Paesi (gli stessi che, per molto meno, hanno scatenato guerre internazionali che durano da decenni) e da organizzazioni internazionali come l’Onu. Un Paese che da molti è accusato di violare continuamente i diritti umani fondamentali. Violazioni che, a quanto pare, le Nazioni Unite non hanno considerato abbastanza gravi da impedire che il loro rappresentante venga messo a capo del “panel di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU”…

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