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Mondiale Rugby: l’Italia si accontenta e fa male

Gli Azzurri perdono con l'Irlanda la possibilità di accedere ai quarti del Mondiale di rugby, ma la sconfitta arriva non per problemi tecnici o atletici ma soltanto di mentalità: accontentarsi della bella figura non può bastare più. Intanto i padroni di casa dell'Inghilterra vengono travolti dall'Australia e sono eliminati, mentre il Giappone contro gli Stati Uniti potrebbe farcela

Il coro dei rinunciatari, dei pantofolai, degli attendisti, è, come sempre, assordante: si sprecano le lodi all’Italia battuta domenica sera allo Stadio Olimpico di Londra dall’Irlanda (16 a 9, una meta, un calcio di trasformazione e tre calci di punizione per gli irlandesi, tre calci piazzati per gli Azzurri) nell’incontro che avrebbe potuto aprirci la strada verso i quarti di finale della Coppa del Mondo di Rugby, mai raggiunti dalla nostra Nazionale. Morale: ai quarti va la Francia e ci va, appunto, l’Irlanda unita dal Rugby: giocatori dell’Ulster (quindi cittadini britannici) e della Repubblica dell’Eire che difatti scendono in campo insieme e insieme compiono gesta di grande valore, almeno da una quindicina di anni a questa parte.

La pioggia di complimenti che scende sugli Azzurri, è dimostrazione d’una mentalità assai nociva, di una forma mentis che non può non influenzare proprio i rugbisti chiamati a rappresentare il nostro Paese. E’ l’assetto mentale di chi s’ accontenta, di chi pensa a “salvare l’onore” e nulla più, sebbene la salvezza del proprio onore nel Rugby costituisca di per sé una grande impresa.

E’ un’impostazione ‘strutturale’ in base alla quale si cerca, soprattutto, di “limitare i danni”, di fare, sì, “bella figura”, d’ottenere i complimenti da parte dei vincitori. Nossignori, questo non basta. Più non basta. Ci vuole ben altro. Ieri sera l’Italia avrebbe potuto battere l’Irlanda, avrebbe potuto piegare una delle Nazionali favorite per la conquista del titolo mondiale; avrebbe potuto battere la squadra superata in bello stile nel “Sei Nazioni” del 2013 e costretta alla resa in altre tre occasioni, fra il 1995 e il 1997. All’Olimpico di Londra s’è rivista l’Italia “operaia” che, sebbene con gran fatica, battè sette giorni fa un gran bel Canada, manovriero, sagace, fisicamente fortissimo. S’è rivista la compagine disposta a sputar sangue, pronta al ‘combattimento in trincea’, irriducibile, certo, nella “”guerra d’attrito””. Ma tutto questo, per quanto ammirevole, degno di nota, coi campioni del “Sei Nazioni” 2014 e 2015, non poteva bastare, non poteva per nulla bastare…

Ci voleva, sì, ben altro. Ci voleva l’esplosività nella corsa e nell’accelerazione, ci voleva il rifiuto, netto e costante, dell’azione prevedibile, del passaggio “telefonato”; il rifiuto del “florilegio” fine a se stesso, del ‘preziosismo’ che senza una vera dirompenza lascia fatalmente il tempo che trova. Si sono battuti in modo egregio Sergio Parisse (il Capitano abruzzese, il colosso statuario, una bella mente), l’ala destra Giambattista Venditti, il ‘mischiarolo’ Simone Favaro, il mediano di mischia Ugo Gori. Ogni azzurro ha dato tutto quel che aveva in corpo, su questo non c’è dubbio. Ma ai Mondiali, come nel “Sei Nazioni”, ci vuole “raffinatezza”, ci vuole il “clinical approach”, il “killer touch”. 

La partita con l’Irlanda l’abbiamo persa per mancanza d’esplosività nello scatto e nell’allungo, l’abbiamo persa per la povertà della nostra rimessa laterale, con troppi, nostri palloni finiti nelle mani di irlandesi assai ‘grati’ dei deliziosi doni… La rimessa laterale (sulla palla uscita dal campo) si ha quando gli uomini del ‘pacchetto’ di mischia si dispongono su due linee l’una piazzata di fianco all’altra e il lanciatore ha il compito, s’intende, di servire uno dei suoi compagni, uno dei migliori ‘saltatori’. Con rimesse laterali degne di questo nome e con qualità da scattisti, a Londra, saremmo riusciti a prevalere su un’Irlanda che nel gioco chiuso (la “guerra”, appunto, “d’attrito”) soffriva in maniera assai vistosa i nostri urti incessanti, durissimi.

Col professionismo, il cui avvento nel mondo del Rugby risale ormai a vent’anni fa, non è che si debbano avere “riguardi” verso giocatori, nossignori; non se ne devono avere anche per rispetto a elementi meno dotati, meno baciati da Madre Natura. Vestire la maglia azzurra non dev’essere un punto d’arrivo; bensì un punto di partenza. E’ quello che pensano nostri Nazionali stessi; e allora educhiamoli al “culto” dell’esplosività nella corsa, noi non siamo meno atletici di neozelandesi, australiani, sudafricani, francesi, irlandesi, gallesi. Soprattutto, non siamo meno intelligenti, meno creativi di francesi, boeri, maori… Il dramma è che non coltiviamo le nostre più pregevoli qualità.

E così, non molte ore fa, a Londra, abbiamo perso una grande occasione per infliggere all’Irlanda una solenne sconfitta; per riportare sulla Terra la “radiosa” Nazionale d’Irlanda… Il problema, insomma, è culturale. Ha a che fare con l’”idea” nazionale dello sforzo, dell’applicazione, dell’attenzione. Dell’attenzione verso noi stessi e verso coloro i quali il Fato ci ha assegnati quali compagni di ventura!

Occasione analoga l’ha persa sabato scorso l’Inghilterra, il Paese organizzatore del Mondiali 2015, la Nazionale che fino all’altroieri appariva come una delle migliori al mondo. Surclassata, a Londra, dall’Australia, 33 a 13, tre mete, bellissime, quelle australiane per  fluidità e complessità di manovra, una sola meta, quella degli inglesi. Morale: l’Inghilterra dei Robshaw, dei Brown, dei May, eliminata… Eliminata nel proprio girone di qualificazione! Nulla di simile era mai successo nella Storia della Coppa del Mondo di Rugby. Il Rugby inglese ‘vittima’ d’un ‘terremoto’; d’uno tsunami arrivato, sì, dal Pacifico. L’Australia va quindi ai quarti, insieme al Galles, “giustiziere”, anch’esso, dell’Inghilterra sette giorni prima.

Possibilità d’andare ai quarti di finale ce l’ha anche il Giappone, la rivelazione-Giappone, la compagine che punta sia sul gioco chiuso (la mischia) che sul gioco arioso con grande proprietà di palleggio esibita ad alta velocità: uno spettacolo, uno spettacolo addirittura superiore a quello sfoggiato ieri dall’Argentina su Tonga, 45 a 16 per i sudamericani.

Il Giappone. Dopo la batosta subita contro la Scozia in seguito alla memorabile vittoria sul Sudafrica, i nipponici ( passata la sbornia ‘sudafricana’…) hanno fatto quadrato, non hanno commesso l’errore di cambiare tipo di gioco, e sabato scorso hanno schiacciato le fortissime Isole Samoa sotto un eloquente 26 a 5.

Con otto punti in classifica, i giapponesi hanno la concreta possibilità d’arrivare ai quarti di finale: domenica 11 ottobre incontreranno gli Stati Uniti… Una “”rivincita”, certo, in senso squisitamente sportivo? Sì: una “rivincita” su Guadalcanal, Okinawa, Iwo Jima…

Pensate: giapponesi e americani che nell’abbraccio del Rugby si affronteranno su un campo di gioco inglese, così lontano da Tokyo, da Kyoto, Kobe, San Francisco, Santa Monica, New York… Di sicuro, all’insegna del ‘fair play’ di stampo, appunto, ”British”…

 

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