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Quel premio Nobel alla Tunisia, un messaggio di pace al mondo musulmano ma anche all’Occidente

L’assegnazione del Nobel per la Pace al Quartetto del dialogo nazionale tunisino rappresenta un segnale di svolta per la democrazia in Tunisia e, nell’aggravarsi delle crisi medio-orientali, un messaggio esplicito di pace ed un incoraggiamento alle volontà di dialogo all’interno delle comunità musulmane. Una questione che non riguarda soltanto le giovani democrazie arabe ma anche l’Occidente, per la crisi dei suoi partiti tradizionali di massa 

Non saranno  né Papa Francesco, né Angela Merkel i destinatari del Premio Nobel per la Pace bensì quattro soggetti della società civile di un piccolo paese del Nord Africa, lo stesso dal quale è partita la cosiddetta “rivoluzione araba” i cui esiti ancora oggi sono da considerare in bilico e che tuttavia hanno rappresentato nel nuovo scenario internazionale il più grande cambiamento epocale dopo la fine dell’Impero sovietico.

Nonostante la Tunisia sia ancora attraversata da venti di instabilità sociale per il permanere di sacche consistenti di gruppi terroristici nel territorio e di ritorno dalla Siria dove si erano recati per combattere una “guerra santa” contro Assad, la notizia ha riacceso orgoglio ed entusiasmo nel proprio popolo nonché ha destato la curiosità e l’interesse della comunità internazionale che ha apprezzato la scelta del comitato assegnatore del Premio. Questo è certamente un viatico affinché alla Tunisia possano essere assegnati, oltre che gli attestati pubblici di benemerenza per la lungimiranza politica e la solidità, anche quegli aiuti economici invocati e mai pervenuti all’indomani dei recenti attentati di Bardo e di Sousse che non solo hanno scosso le coscienze, ma hanno determinato una crisi di rigetto da parte del turismo internazionale che ha disertato il paese mediterraneo creando un serio buco di bilancio.

L’assegnazione del Nobel per la Pace al Quartetto del dialogo nazionale tunisino – Wilded Bouchamaoui; Fadhel Mahfoudh; Abdessattar ben Moussa and Houcine Abbassi – rappresenta quindi un segnale positivo e di svolta non solo per la Tunisia, ma simboleggia anche, in un momento così delicato per l’avvenire del mondo arabo e per l’aggravarsi delle crisi medio-orientali, un messaggio esplicito di pace ed un incoraggiamento alle volontà di dialogo all’interno delle comunità musulmane in stretta relazione con l’Occidente che devono e possono ragggiungere livelli accettabili di democrazia e di dignità.

Quali sono state le ragioni di questa scelta e quali gli attori protagonisti del Nobel? 

Il Dialogo Nazionale Tunisino è un gruppo eterogeneo composto dallo storico sindacato UGTT, dalla Federazione che unisce l’industria, il commercio, l’artigianato (UTICA), dalla Lega Tunisina dei diritti dell’uomo e dall’Ordine Nazionale degli Avvocati. Esso si attivò per cercare una via d’uscita alla crisi che fu determinata in seguito ai due omicidi di Belaìd e Brahmi, nel febbraio e nel luglio del 2013, ovvero di due figure rilevanti della sinistra laica del paese.

Le quattro organizzazioni riuscirono a strappare sia ai partiti di Governo (dominato allora dal partito religioso di Hnada) che all’opposizione nazionale l'impegno di sottoscrivere e ultimare il percorso politico tracciato per giungere al’adozione di una nuova Costituzione progressista entro la fine del Gennaio del 2014.

Il Compromesso prevedeva le dimissioni del primo ministro islamista Ali Larayedh (in seguito accusato da un ex deputato del suo schieramento di essere il mandante dei due omicidi, e proprio in questi giorni uno dei soci proprietari del network dal quale venivano lanciate queste accuse è stato oggetto di un tentato omicidio) e la sua sostituzione con un Governo di natura tecnica presieduto da Mehdi Jomaa.

Secondo tutti gli analisti questo compromesso fortemente voluto dal quartetto della società civile ha scongiurato il conflitto civile e politico oramai non più strisciante che rischiava di gettare nel caos la Tunisia.

Le elezioni democratiche che hanno visto la vittoria dei laici e la presidenza assegnata a Beji Caid Essebsi sono di fatto il successo del quartetto che ha saputo costruire pazientemente, attraverso il dialogo e il coinvolgimento ampio della società civile, il consenso necessario per dotare la Tunisia di fondamenta democratiche ed istituzionali solide, attraverso un processo costituzionale condiviso, perimetro essenziale in questa fase per far convivere aree politiche della società tunisina diametralmente opposte e difficilmente conciliabili.

Il messaggio che arriva da Oslo è chiaro: è possibile far convivere i diversi nel processo democratico, è necessario esaltare il peso ed il ruolo dei corpi sociali intermedi quando si è in assenza di partiti democratici dal largo consenso e dalle solide ed antiche radici democratiche.

La questione non riguarda soltanto le giovani democrazie arabe ma riguarda anche l’Occidente che vede fragilizzarsi la componente storica dei partiti tradizionali di massa ed avanzare sempre di più forme disordinate di consenso politico attraverso movimenti di chiaro stampo populista e nazionalista nonché di una larga disaffezione popolare dai corretti processi democratici.

Il caso tunisino è stato sovente preso a prestito come illuminante per la dignità e la sobrietà del sollevamento popolare e per la maturità con la quale un piccolo paese ha saputo attraversare la sua dura e difficile transizione; in questo frangente i tunisini vengono presi a prestito per consolidare un’idea intelligente della democrazia deliberativa quando non vi sono basi legittime per potersi rivolgere ai cittadini, le forze sociali organizzate nonché i difensori e promotori dei diritti civili sono interlocutori essenziali per costruire una democrazia fondata sul consenso ma soprattutto su un pluralismo accettabile.

Ora spetta alla comunità internazionale, al di là della comprensibile retorica di queste ore, capitalizzare l’intuizione dei promotori del Premio Nobel.

E’ un omaggio che si rivolge più al futuro che al recente passato, che si rivolge alle società arabe in crisi ed a tutti i consessi nei quali al dialogo politico si è opposto o la paralisi o il caos o l’utilizzo della forza per dirimere i conflitti. Si può ed è possibile venirne a capo se le società riescono ad individuare dei fattori essenziali per costruire delle fondamenta solide, l’alleanza fra il capitale ed il lavoro assieme al riconoscimento della necessità di promuovere diritti umani e di saperli tutelare e difendere per costruire società bene ordinate.

Il caso tunisino ha segnalato questa possibilità ed essa avrà, io credo, un effetto duraturo.

 


 * Bobo Craxi, all'anagrafe Vittorio Michele Craxi, è un politico italiano, esponente del Partito Socialista e già Sottosegretario agli Affari Esteri. Vive tra Roma e la Tunisia.

 

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